La rielezione della presidente Tsai Ing-wen, del partito democratico non filo cinese, al contrario del Kuomintang, ha riportato gli Stati uniti a punzecchiare Pechino sull’«indipendenza» dell’isola; elemento piuttosto bizzarro considerando che lo stesso partito democratico, in realtà, ha da tempo rinunciato a roboanti proclami indipendentisti per porsi nell’ottica di una politica piuttosto prudente e tesa a mantenere lo status quo. Di sicuro però Taiwan, e la stessa Tsai, hanno utilizzato le vicende di Hong Kong a proprio vantaggio: da un lato per vincere le elezioni prospettando la possibilità che anche Taiwan possa finire nella morsa della teoria di «un paese due sistemi» e dando ospitalità a tanti manifestanti di Hong Kong braccati dalla polizia locale.

E se nei giorni scorsi alcune voci dell’esercito popolare cinese avevano escluso colpi di mano, nel breve tempo, ieri un deputato dell’Assemblea nazionale legislativa – attraverso alcune dichiarazione al Global Times – ha ridestato la preoccupazione di Taipei.

«Con l’esempio della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, il governo centrale potrebbe approfondire ulteriormente, perfezionare e persino fare leggi correlate che promuovono la riunificazione con Taiwan reprimendo legalmente le forze dell’indipendenza», ha affermato Tsai Pei-wei, a pochi giorni dall’approvazione, la prima, dell’organo legislativo cinese della discussa legge sulla sicurezza nazionale, che rischia di chiudere l’esperienza di Hong Kong come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, luogo di frontiera e contaminazione tra Cina e Occidente.

La risposta di Taipei non si è fatta attendere: «Pechino si illude che la fonte del dissenso e dei disordini ad Hong Kong siano le cosiddette ‘interferenze straniere’ e il movimento pro-democratico», ha comunicato il ministero degli Esteri taiwanese. «Per questa ragione (il governo cinese) ha decretato l’imposizione di una nuova legge a quel territorio per sradicare tali minacce percepite».

[Pubblicato su il manifesto]