La fumata nera del futuro leader

In by Simone

Alla fine del gran conclave la fumata è nera, il Partito comunista cinese (Pcc) non ha ancora deciso chi sarà il suo prossimo leader. Dopo quattro giorni -dal 15 al 18 settembre -di dibattito a porte chiuse, le conclusioni del quarto Plenum del diciassettesimo Comitato centrale del Pcc sono affidate all’agenzia stampa Xinhua, in un breve comunicato con tante promesse sulla lotta alla corruzione, democrazia interna, armonia interetnica. Tutto come annunciato e tutto come previsto. O forse no.

La grande sorpresa dell’incontro è la mancata nomina del vicepresidente Xi Jinping a vicedirettore della Commissione militare centrale.

Per gli osservatori occidentali il quarto Plenum avrebbe dovuto rappresentare il momento dell’ascesa di Xi al ruolo di erede del presidente Hu Jintao. Doveva essere una nomina quasi annunciata, il primo passo verso la futura presidenza della repubblica nel 2013, allo scadere del mandato di Hu. «A giudicare dalle sue azioni si può supporre che abbia il consenso della leadership e della gente» commentava prima dell’inizio del Plenum il professor Hu Xingdou, economista al Beijing Institute of Technology. Ora invece i China watcher dovranno capire in cosa hanno sbagliato. Le spiegazione per quanto accaduto sono tante. Per molti analisti è ancora presto per la scelta e la nomina di Xi Jinping potrebbe arrivare nelle prossime riunioni o al prossimo Plenum.

Le chiavi di lettura sono diverse. Xi Jinping è entrato a far parte del Comitato permanente del Politburo – il ristretto organo di nove membri al vertice del Partito – solo nel 2007. Due anni potrebbero non essere sufficienti a giudicare attentamente le sue credenziali e fargli guadagnare esperienza in campo militare. Almeno in apparenza tutte le correnti del Partito sembrerebbero aver trovato un accordo sulla figura di Xi. D’altronde il suo nome sarebbe frutto di un compromesso tra Hu Jintao, l’ex presidente Jiang Zemin e Zeng Qinghong, suo predecessore nel ruolo di vicepresidente. Figlio di un eroe della rivoluzione comunista del 1949, Xi Jinping, cinquantasei anni, ha fondato il suo successo guidando il partito nelle ricche provincie orientali del Fujian e dello Zhejiang, fulcro del miracolo economico cinese, e a Shanghai, per poi coordinare l’organizzazione dei Giochi Olimpici di Pechino nel 2008. Un curriculum di tutto rispetto, ma al quale, nella corsa alla guida della Repubblica popolare cinese, manca un elemento vitale. Quando Hu Jintao divenne presidente per la prima volta nel 2003, la sua nomina era stata decisa tempo prima da Deng Xiaoping in persona. Un’investitura alla quale il Partito non è venuto meno neanche dopo la morte di Deng nel 1997.

A dodici anni di distanza i metodi di successione si sono tuttavia evoluti e fatti più sofisticati. Come spiega Cheng Li, analista politico del Brookings Institution di Washington «Stanno emergendo nuove regole in un sistema fatto di pesi e contrappesi dove non è più possibile un uomo solo al comando». E la mancata nomina sarebbe un esempio della nuova democrazia interna promessa dal Partito.

Ma ad emergere non sono solo le regole. Xi Jinping non è infatti l’unico uomo nuovo. A contendergli il ruolo di successore di Hu Jintao alla poltrona presidenziale potrebbe essere Li Keqiang. Cinquantaquattro anni, Li ha iniziato la sua carriera nel 1998 quando venne nominato governatore della provincia centro-orientale dell’Henan, diventando a quarantatré anni, il più giovane governatore di una provincia cinese. Dal 2007 fa parte anche lui della ristretta cerchia del Comitato permanente e ricopre il ruolo di vice-primo ministro. Nel suo futuro sembrerebbe quindi esserci la carica di premier oggi nelle mani di Wen Jiabao. Terzo incomodo in questa ipotetica corsa a due potrebbe invece essere Bo Xi, attualmente a capo del Partito della municipalità di Chongqing, la più popolosa metropoli della Cina. Bo ha forti legami con le forze armate dell’Esercito popolare di liberazione e può vantare la popolarità acquisita con la lotta alla corruzione e alle triadi.

Parlare di fallimento, tuttavia, è ancora prematuro. Come spiega il professor Hu Xingdou l’opposizione a Xi è «solo un’ipotesi» mentre è possibile che il partito abbia solo deciso di rinviare la decisione. Un’ipotesi come quella che vuole il presidente Hu Jintao deciso a non abbandonare la guida  della Commissione militare anche dopo la fine del suo mandato presidenziale nel 2012 e prolungarla fino al 2017, quando le regole del Pcc gli imporranno di rinunciare a qualsiasi incarico.

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