Nessuna nuova prova di forza balistica, ma la coloratissima parata criticata fortemente in Occidente per lo sfruttamento dei ragazzini in età scolare: è il segno del nuovo “corso pacifico” intrapreso dal leader Kim Jong-un, impegnato a ricucire il dialogo con la comunità internazionale all’indomani del vertice di Singapore


Il prossimo settembre la Corea del Nord riprenderà i famigerati “giochi di massa” a distanza di cinque dall’ultima edizione. La manifestazione si terrà in concomitanza con il 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare, data in passato festeggiata con test nucleari e missilistici. Segno del nuovo “corso pacifico” intrapreso dal leader Kim Jong-un, impegnato a ricucire il dialogo con la comunità internazionale all’indomani del vertice di Singapore.

Secondo l’agenzia con base a Pechino Koryo Tour — che per prima ha ricevuto la notizia da un partner locale — i giochi si terranno presso il Rungrado May Day Stadium, lo stadio più grande al mondo in termini di capacità (150mila posti). Il biglietto d’ingresso base dovrebbe costare attorno agli 80 euro, ma non è ancora chiaro se i turisti potranno prendere parte alla cerimonia d’apertura in programma per il 9 del mese, scrive NK News ventilando una possibile partecipazione di Kim. Sul sito del competitor Uri Tour — che offre un pacchetto di una settimana a parte da 1580 dollari — si legge che, sebbene la manifestazione dovrebbe durare “dal 9 settembre fino potenzialmente all’inizio di ottobre, la sua realizzazione non può essere ancora garantita. Eventi di questo tipo nella RPDC rimangono soggetti alla riprogrammazione o cancellazione e in genere sono confermati al 100% solo pochi giorni prima (o addirittura il giorno stesso) dell’evento”. Al momento il sito della National Tourism Administration (NTA), dedicato alla calendarizzazione di festival ed eventi, non ne fa menzione.

Da tempo il ricorrere di prove coreografiche nelle piazze della capitale nordcoreana aveva suggerito una possibile reintroduzione dei giochi. L’ultima volta che Pyongyang ha organizzato l’evento risale al 2013, quando il regime ha celebrato il 60esimo anno dalla firma dell’armistizio che ha messo fine — de facto — alla Guerra di Corea nel 1953. Nessuna spiegazione ufficiale è stata fornita per la prolungata pausa, preceduta da un decennio di prestazioni con cadenza piuttosto regolare. L’edizione di settembre avrà un nome traducibile in inglese come “Shining Fatherland” — titolo di una delle canzoni patriottiche della nota girl band Moranbong — e si prospetta simile ai vecchi Arirang Games, caratterizzati da una vivace propaganda antiamericana e un tempo in grado di attrarre decine di migliaia di partecipanti con esibizioni ed esercizi di sincronia per mezzo di cartoncini colorati e altri oggetti mirati ad esaltare la leadership, il Partito dei lavoratori e le forze armate nazionali. Le coreografie presentano un’iconografia complessa ed allegorica dove il colore rosso (soprattutto nei fiori) rappresenta la classe lavoratrice, il colore porpora simboleggia Kim Il-sung (nonno di Kim Jong-un), mentre la montagna innevata ricorda il monte Baekdu, da secoli considerato luogo sacro e indicato dalla vulgata ufficiale come luogo natale del defunto “caro leader” Kim Jong-il.

In passato non sono mancati ospiti illustri, dal presidente cinese Jiang Zemin al segretario di Stato americano Madeleine Albright, anche se per il momento una comparsa di Trump ai giochi viene considerata altamente improbabile, nonostante il presidente statunitense abbia espresso l’intenzione di visitare il paese “a un certo punto”. Contestualmente, in segno di riconciliazione, negli ultimi giorni i folkloristici gadget contro lo “zio Sam” sono spariti dagli scaffali dei negozi turistici. Certamente meno provocatori dei ricorrenti test balistici, gli spettacoli di massa non sono tuttavia incolumi da critiche. A prendervi parte sono infatti ginnasti, acrobati, atleti ma anche bambini in età scolare. Secondo un rapporto della commissione d’inchiesta dell’Onu sui diritti umani in Corea del Nord risalente al 2014, gli Arirang Games sono “eventi di propaganda di massa obbligatori”, capaci di attirare “un gran numero di turisti, spesso inconsapevoli delle violazioni dei diritti umani subite dai bambini partecipanti, costretti a prendervi parte”. Redatto sulla base delle testimonianze dei disertori (non sempre una fonte attendibile), l’indagine parla di sessioni di allenamento “estenuanti” per “tutto il giorno a spese dell’istruzione (per i più giovani)”.

di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]