Kerry Brown è un sinologo britannico, direttore del Lau China Institute al King’s College di Londra. I suoi libri e articoli sono per lo più concentrati sull’analisi della leadership del partito comunista cinese, a cominciare da Hu Jintao: China’s Silent Ruler (2012), The New Emperors: Power and the Princelings in China (2014) fino ad arrivare a Xi Jinping l’amministratore del popolo, pubblicato in Italia nel 2018 dalla Luiss University Press e il più recente China’s Dream: The Culture of Chinese Communism and the Secret Sources of its Power (2018), nel quale – anche grazie al suo passato da Segretario presso l’ambasciata britannica a Pechino, esamina le caratteristiche culturali che stanno alla base del mantenimento del potere (e della stabilità) da parte del partito comunista cinese.

Il fulcro di quest’ultima pubblicazione ruota intorno ad alcune domande che riguardano la capacità del partito comunista di resistere, nonostante il collasso di altri entità simili, come ad esempio il partito comunista sovietico; in che misura il Pcc è da considerarsi come una entità culturale più che politica e infine in che modo il partito comunista oggi risulta perfettamente in grado di controllare la popolazione. Lo abbiamo intervistato, in occasione dell’avvicinarsi della scadenza dell’anno per la Cina, ovvero la celebrazione dei settanta anni della Repubblica popolare cinese dall’annuncio su piazza Tian’anmen di Mao Zedong il primo ottobre 1949.

Alla luce di cosa è oggi la Cina, c’è qualche aspetto di questi 70 anni che emerge più di altri per la sua rilevanza sull’attualità del paese?

La cosa più importante accaduta dal 1949 ad oggi è la rinascita del paese. Pensiamo solo alle aspettative di vita di allora (circa 42 anni) e a quelle di oggi. Possiamo dire che il significato più importante, tra sfide ed errori, è questa rinascita garantita dal successo economico della Cina.

In un suo recente articolo a proposito di Hong Kong, lei ha ipotizzato addirittura un Xi Jinping taoista, per interpretare l’attuale posizione di Pechino rispetto alle proteste. Xi Jinping viene spesso analizzato proprio per la sua capacità di utilizzare i classici cinesi, compresi Mao e Deng, tanto da essere considerato in grado di unire confucianesimo, maoismo e denghismo in un’unica visione politica. E secondo Sam Crane, ad esempio, sarebbe addirittura da considerarsi più «legista» che confuciano. Come ha fatto Xi a costruire questa sua immagine e in che modo queste sue citazioni favoriscono o meno la sua leadership?

Le relazione di Xi con l’antica filosofia e i classici cinesi è molto varia. Da Confucio a Mozi, a Han Fei il presidente cinese ha saputo citare molte fonti dell’antichità cinese. Ma la sua capacità di fare questo si iscrive in un framework che in realtà il partito comunista ha sempre adottato. Possiamo dire che l’abilità di incapsulare differenti idee, perfino diverse, all’interno di uno stesso «pensiero» è tipica della Cina. Pensiamo alla capacità di Deng di tenere insieme capitalismo e socialismo, respiro internazionale e concentrazione sugli affari interni del paese.

Questa capacità di porre all’interno dello stesso contesto opzioni politiche differenti quando non addirittura e apparentemente in contrasto tra di loro è un elemento molto importante nella capacità del partito comunista di indicare una strada alla popolazione.

Si tratta di un unico e ibrido modello, una capacità che Xi Jinping non ha creato ma ha pescato dalla storia ideologica del partito e più in generale del paese.

Elizabeth C. Economy nel suo ultimo libro si confronta con la «Terza Rivoluzione» operata dal numero uno cinese. Che ne pensa, Xi ha davvero già cambiato il paese come fecero Mao e Deng?

Non è ancora partita, credo, la terza rivoluzione. Xi Jinping oggi è ancora inserito in un contesto creato da Deng Xiaoping a partire dal 1979. Gran parte della politica portata avanti da Xi Jinping dipende ancora in gran parte da tutto quel pragmatismo che Deng è stato in grado di imporre al paese e al partito comunista. Si tratta di elementi che sono stati sviluppati e modificati da Xi Jinping ma senza cambiarne completamente il quadro di riferimento. Xi ha portato alcune di queste basi a un nuovo livello, ad esempio gestendo la transizione verso i servizi la cui importanza è aumentata a dismisura di recente. Quindi oggi la Cina è nella posizione di poter effettivamente mettere in piedi questa terza rivoluzione da non intendersi tanto in possibili riforme di tipo occidentale, quanto di porre al centro del proprio motore economico politico e sociale la classe media. Questa classe media è al centro di tutte le speranze del governo di Xi di cambiare – di rivoluzionare – la struttura dell’economia cinese in una con più qualità e capace di rendere il paese un leader globale dell’innovazione. I suoi membri sono anche, finora, sorprendentemente bassi consumatori. Napoleone, secondo la leggenda, disse che quando la Cina si sveglierà scuoterà il mondo.

Possiamo aggiornare questa previsione: quando la classe media cinese spenderà come i suoi equivalenti altrove, non solo scuoterà il mondo, ma probabilmente lo inclinerà al suo asse. Xi, in molti modi, è il loro servitore.

Se mai dovesse perdere il loro sostegno, lui e il gruppo che dirige spariranno rapidamente dalla scena politica nazionale.

Oltre a questa evenienza, oggi esiste un pericolo per la sua leadership?

Chi può mettere in difficoltà Xi è Xi Jinping stesso. Domina completamente lo spazio politico in Cina sia simbolicamente sia nella realtà, grazie al suo gruppo piazzato ovunque nei gangli economici, politici, militari, di propaganda. È una posizione davvero privilegiata come non capitava da tanto tempo, ancora di più oggi, essendo a capo del paese più potente del mondo. Ovviamente in questo modo Xi è esposto a tanti rischi, dalla crisi commerciale con gli Stati uniti a quelle politiche. Grande è la potenza cinese e grandi sono i rischi per chi la domina.

Oggi in Cina sembra essere tornato d’attualità il dibattito intorno al concetto di Tianxia, come metodo per proporre una forma di governance globale, penso ad esempio a Yan Xuetong…

L’idea di Tianxia è molto attraente per gli osservatori e gli studiosi di Cina. Sia Yan Xuetong sia Gao Zhaoguang da tempo provano a studiare e proporre implicazioni attuali per le quali il concetto di Tianxia può ancora ritenersi valido. Esistono però due ordini di problemi: il primo ha a che vedere con la complessità e il carico culturale che questo concetto si porta dietro; si tratta di storia filosofica e politica cinese non proprio alla portata di tutti gli osservatori occidentali. In secondo luogo il concetto, pur attribuendo un connotato culturale al tema, può essere letto come una mera giustificazione delle volontà egemoniche della Cina. Per questo credo sia un concetto difficilmente perseguibile oggi dalla Cina.

Che pensa dell’attuale sforzo tecnologico cinese e i suoi rischi in tema di controllo sociale?

È chiaro che l’enorme comparto cinese relativo alla tecnologia e all’intelligenza artificiale ha una capacità che non si era mai vista prima riguardo le possibilità di controllo. Si tratta di un tema sul quale per altro non solo in Cina ma anche nel resto del mondo non c’è ancora un modello etico. C’è un problema nel contesto cinese, simile a quanto esiste in Europa e Usa, che dipende dall’uso possibile che un governo può fare di questo potere. Ma in Cina ovviamente c’è un rischio maggiore dovuto alla natura politica del partito comunista, e questa è una differenza tra Cina e resto del mondo. Penso che una delle cose principali che andrebbero fatte, oltre a studiare e capire come evolve e quale è stata la storia della Cina, dovrebbe essere quella di sentirsi parte di un mondo nel quale ormai la Cina c’è e questo non deve per forza portare a conseguenze nefaste. Si tratta di qualcosa che ormai è già il nostro mondo.

[Pubblicato su il manifesto]