Che piaccia o no, “è giunto il momento per la Cina e il suo popolo” di dettare le regole del nuovo ordine mondiale. Due gambe affusolate spuntano dalle pieghe di un qipao ravvivato sobriamente da un motivo floreale a tinte tenui. Jin Xing gesticola con grazia concitata mentre a margine del World Economic Forum analizza l’ascesa cinese attraverso il prisma della crisi esistenziale vissuta dall’Occidente, tra egocentrismo e perdita di fiducia. Non capita tutti i giorni di vedere una ballerina ergersi patriotticamente ad alfiere del “soft power” cinese. Tantomeno se la ballerina in questione vanta altresì un passato da soldato e prima donna cinese transgender ad aver ricevuto il placet governativo per la riassegnazione chirurgica del sesso.

Succedeva molti anni fa, prima che il popolare varietà Jin Xing Xiu (“The Jin Xing Show”) arrivasse a inchiodare alle poltrone 100 milioni di telespettatori per puntata. Oggi Jin è uno dei giudici televisivi più spietati e famosi di Cina. Un successo non scontato per una transessuale, considerata la nuova “Rivoluzione Culturale” lanciata dal presidente Xi Jinping per mondare rete internet e palinsesti dai contenuti disdicevoli.

Ma, per Jin, è soltanto una questione di “confini”. Basta mantenersi in equilibrio con capacità funamboliche all’interno di quella sottile linea rossa oltre cui scatta la censura. E chi meglio di lei abituata a volteggiare sulle punte! Anche lontano dai riflettori, la sua vita appare continuamente animata dal tentativo di coniugare una innegabile diversità al rispetto dei precetti morali di una tradizione millenaria e conservatrice di cui si sente indissolubilmente parte. “Sono nata in Cina ed è in Cina che dovevo rinascere”, spiegava tempo fa la ballerina, giustificando la decisione – dopo anni di studi trascorsi tra Stati Uniti, Francia e Italia – di ritornare nel suo paese natale per cambiare sesso, nonostante all’epoca le competenze chirurgiche in materia fossero ancora molto limitate. Seppur fortemente affascinata da un Occidente progressista, nelle sue memorie (“Shanghai Tango”), Jin ricorderà di essersi sentita all’epoca “doppiamente viaggiatrice in terra straniera”: come cittadina cinese lontano dalla propria patria e come donna intrappolata nel corpo di un uomo.

Figlia di una traduttrice di origine coreana e un ufficiale dell’Esercito di liberazione popolare, Jin viene alla luce nel 1967 a Shenyang, nell’ex Manciuria. Grazie al suo precoce talento, all’età di appena nove anni finisce nella prestigiosa compagnia di danza delle forze armate. Da quel momento la sua carriera prosegue lungo un doppio binario: quello militare, sino al grado di colonnello. E quello dello spettacolo, come coreografa e fondatrice della prima scuola privata di danza di tutta la Cina. Un mix che la rende versatile e capace tanto di piroettare su un palcoscenico quanto di far saltare per aria un ponte con una granata. A distanza di tempo, ringrazierà le estenuanti esercitazioni fisiche per averle dato la forza di superare le avversità della vita. Come quando un incidente operatorio minacciò di farle perdere l’uso di una gamba. Contro ogni previsione, tornò a ballare nel giro di un anno.

E’ allora che decise di metter su famiglia prendendo a picconate la tradizione confuciana di stampo gerarchico-patriarcale su cui poggiano le relazioni famigliari cinesi: prima come madre single di tre figli adottivi, in un paese in cui avere un bambino fuori dal matrimonio viene ancora considerato tabù. Poi come moglie di Heinz-Gerd Oidtmann, imprenditore tedesco conosciuto sul volo Shanghai-Parigi. Perché la libertà – dice – non è ostaggio delle convenzioni sociali o del sistema politico: “è nel cuore di ognuno di noi”. Curioso che il successo mediatico lo abbia infine suggellato con un dating show sessista accusato di sponsorizzare i matrimoni combinati, una tradizione ufficialmente bandita dall’ex Celeste Impero negli anni ’30 del secolo scorso, ma di fatto tutt’oggi tenuta in vita dall’ingerenza genitoriale nelle scelte sentimentali dei propri figli. E’ il lato oscuro di un personaggio controverso che annovera tra i suoi idoli tanto la prostituta Sai Jinhua quanto l’austera moglie di Mao, Jiang Qing. Ciò che le ha fatto conquistare valanghe di consensi tra un pubblico conservatore ed agé.

C’è chi spera che la sua ambigua notorietà possa ugualmente contribuire a sdoganare l’omosessualità, rubricata da Pechino tra le malattie mentali fino al 2001 e recentemente bandita dal web alla stregua del “terrorismo” e delle “superstizioni”. Un primo studio ufficiale condotto sulla popolazione trans oltre la Muraglia attribuisce al clima discriminatorio la diffusione di istinti suicidi ed autolesionisti tra circa la metà dei rispondenti.

Ma, secondo Elaine Jeffreys, docente di relazioni internazionali presso la University of Technology Sydney nonché autrice di Sex in China e Celebrity in China, “è improbabile che Jin voglia allinearsi attivamente alle rivendicazioni LGBT. La sua storia è talmente individuale, eccezionale e, in un certo senso, privilegiata, che potrebbe non essere utile come strumento per aprire un dibattito pubblico sul movimento transgender in Cina o sull’omosessualità più in generale.” Per la studiosa, “giocando sul tema della lotta personale e della redenzione in epoche di sviluppo diverse, la parabola di Jin è stata trasformata in un fenomeno televisivo.” A telecamere accese, si salva esclusivamente quanto piace alla classe politica. Come il nazionalismo.