India – I maoisti indiani e le sette sorelle

In Uncategorized by Simone

I maoisti indiani, in guerra aperta col governo da 50 anni, vengono sempre più spinti verso il Nord-Est secessionista del Paese dalla controffensiva delle milizie di Delhi. Una storia di unione di intenti e lotta violenta in difesa dei diritti di tribali e contadini delle periferie del subcontinente.
Con oltre undicimila vittime in scontri a fuoco e più di quarant’anni di esperienza extra-parlamentare alle spalle, la guerriglia maoista continua a dare del serio filo da torcere al governo indiano. Nonostante la recentissima uccisione del leder maoista più temuto e più ricercato, il comandante Kishanji, freddato dalle forze speciali anti-naxalite il 24 novembre, l’influenza dei ribelli è lontana dall’essere contenuta.

Secondo l’ultimo articolo di Ajit Kumar Singh, ricercatore presso l’Istituto di Conflict Management di Delhi, dopo vent’anni di negoziazioni e tentativi, i naxaliti sono finalmente riusciti ad ottenere un solido controllo degli stati del Nord-Est, guadagnandosi il sostegno dei molteplici gruppi insurrezionali a sfondo secessionista che costellano le “sette sorelle” della federazione indiana.

I maoisti avrebbero trovato supporto e rifugio nelle zone più periferiche e marginalizzate della nazione, rimpiazzando i gruppi terroristici locali ormai in declino per sfruttare la strategica vicinanza ai confini con Cina e Birmania e la conseguente facilità nel rifornirsi di armi di contrabbando.

La più grande minaccia interna alla stabilità dell’India”: così il primo ministro Manmohan Singh definì l’avanzata maoista nell’India rurale nel lontano 2006. Da allora non molto è cambiato; recuperare le simpatie di braccianti, minatori e tribali non è stata la priorità in agenda per il governo indiano, che tuttora deve fare i conti – anche in termini economici, viste le ingenti risorse umane e militari dispiegate per affrontare la minaccia maoista – con l’irresistibile espansione del gruppo militante bandito dallo Stato nel 1967.

Radicato all’interno del Partito Comunista Indiano – Marxista Leninista (CPI-ML) il movimento maoista cominciò a farsi portavoce delle ingiustizie delle classi sociali meno abbienti in occasione della rivolta di Naxalbari (da cui l’appellativo dei ribelli “naxaliti”), un villaggio del Bengala Occidentale – da sempre il centro nevralgico dell’organizzazione maoista.

Il movimento si batte principalmente per la difesa dei diritti delle minoranze tribali (i cosiddetti adivasi, ovvero “gli abitanti originari” del territorio indiano) contro gli sfruttamenti delle risorse forestali, idriche e minerarie e contro i soprusi del governo, degli industriali e delle grandi multinazionali nei sempre più frequenti episodi di esproprio terriero ai danni dei braccianti. La nobile missione di eguaglianza sociale e parità dei diritti è condivisa e sostenuta da numerosi attivisti ed intellettuali dell’élite urbana.

Tuttavia la reputazione maoista ha avuto numerose occasioni per essere intaccata. Negli ultimi quarant’anni di guerriglia rurale non sono mancati casi di violenti spargimenti di sangue nel villaggi, attacchi ad istituzioni quali scuole e infrastrutture socialmente utili, in aggiunta al sistematico arruolamento di minorenni dai 6 anni in su all’interno delle truppe di ribelli e all’utilizzo di donne e bambini come scudi umani.

L’insurrezione naxalita è tradizionalmente diffusa nel cosiddetto “corridoio rosso”, un’ampia zona che investe 60 distretti dell’India dalle colline del Jharkhand fino alla zona meridionale dell’Andhra Pradesh, attraversando le aree forestali più impervie del Chattisgarh, dell’Orissa e del Bihar.

In tali territori, la cui presenza di adivasi è in percentuale molto più consistente che in altre regioni indiane, arruolarsi insieme ai maoisti e accamparsi nelle loro zone di addestramento è spesso l’unica opzione plausibile, laddove il controllo governativo si limita ad uno sfruttamento delle risorse naturali che non prevede un accrescimento del benessere delle popolazioni locali e non previene il malcontento con politiche di impiego e di sviluppo rurale.

Al contrario, la presenza governativa sembra ridotta al pugno di ferro: i distretti più caldi del corridoio rosso sono stati soggetti a una crescente militarizzazione delle campagne, invase da forze legali e paramilitari (ad esempio il Salwa Judum) supportate dal governo centrale, che hanno carta bianca sulla detenzione e sull’uso delle armi da fuoco e, spesse volte, sulla violazione dei diritti umani.

Con queste caratteristiche non c’è da stupirsi se il movimento naxalita da molti anni trova ottimi alleati nelle remote regioni del nord-est indiano.
Separato da una sottile striscia di terra bengalese – il cosiddetto "Siliguri corridor" – dal resto compatto del subcontinente e incastonato fra i confini cinesi, birmani, bangladeshi e bhutanesi, il nord-est indiano costituisce la periferia politica dell’India moderna.

Composto da sette stati linguisticamente ed etnicamente diversi tra loro – Assam, Arunachal Pradesh, Mizoram, Manipur, Tripura, Nagaland e Meghalaya, anche conosciuti come “le sette sorelle” – il Nord-Est differisce dal resto del subcontinente per molti fattori: la maggioranza della popolazione è composta da tribali di diverse tipologie etniche, la religione più praticata è il cristianesimo – grazie alla perseverante opera di proselitismo durante il regime coloniale – e le lingue maggiormente parlate all’interno dei sette stati non sono di ceppo indo-europeo, come nel resto dell’India del nord, ma sono bensì affini al ceppo tibeto-birmano ed austro- asiatico.

La creazione degli stati del Nord-Est è un evento storico piuttosto recente. Mentre Tripura e Manipur costituivano dei principati indipendenti all’interno del Raj, i confini degli altri stati vennero ridefiniti negli anni Sessanta e Settanta (dispute territoriali e lotte inter-tribali sono tuttora in corso e di fatto vaste aree del nord-est sono inaccessibili per i cittadini indiani e stranieri privi di particolari permessi speciali rilasciati da istituzioni governative).

Ciascuno dei sette stati, per via delle grandi diversità storico culturali e dello scarso controllo governativo, rivendica l’indipendenza o perlomeno una maggiore autonomia.
Ciascuno dei sette stati ha partorito uno o più gruppi di liberazione popolare che perseguono l’obiettivo secessionista con il metodo della lotta armata.

I più celebri, per via dei numerosi episodi di violenza e per una rete terroristica saldamente organizzata, sono l’ULFA (United Liberation Front of Assam, regione in cui gli scontri tra i ribelli e le forze statali hanno provocato 18.000 vittime negli ultimi due decenni), il PLA (People Liberation Army, che opera nel Manipur dal 1978) e il NSCN (National Socilaist Council of Nagaland, attivo dal 1980 e basato su fondamenta ideologiche maoiste).

L’avanzata maoista nelle regioni alla periferia dell’India è stata graduale e fruttuosa per via di diversi fattori. Negli ultimi anni i gruppi separatisti del Nord-Est sono stati sopraffatti dalla crescente invasione delle milizie indiane e molti di essi hanno attualmente ceduto al “cessate il fuoco” o si trovano in uno stato di temporanea sospensione delle operazioni.

Al contempo, i tradizionali ripari maoisti nelle zone centrali dell’India tribale (ad esempio Jharkhand, Chattisgarh e Bengala Occidentale) sono minacciati da un contrattacco governativo costante e severo, il cui effetto è quello di spingere le truppe di ribelli sempre più ad est alla ricerca di nuovi nascondigli e nuove basi operative.

Inoltre non è da sottovalutare la vicinanza con il confine cinese, dal quale provengono una buona parte delle armi naxalite: la nuova espansione maoista verso l’Arunachal Pradesh (di cui alcuni distretti sono rivendicati dalla Cina sin dai tempi della guerra Sino-Indiana del ’62) assicurerebbe un rifugio in un territorio inaccessibile alle autorità indiane e adiacente ai rifornimenti da parte cinese.

Secondo le interviste rilasciate da leader di spicco, i movimenti più attivi e più finanziati del Nord-Est citati precedentemente appoggiano la lotta maoista e hanno vecchi legami di solidarietà con essa. Da parte sua, il movimento naxalita si assicura la simpatia delle popolazioni tribali del Nord-Est supportando ogni movimento di massa e di grande presa popolare, schierandosi dalla parte degli indigeni quando si tratta di protestare contro la costruzione di dighe, l’erosione del terreno, le alluvioni causate da problemi ambientali, le sopraffazioni ai danni delle minoranze etniche.

La comprovata espansione della minaccia maoista verso i confini con Cina e Birmania potrebbe intimorire il governo centrale al punto da scatenare una nuova invasione delle forze dell’esercito ai danni della vivibilità nelle difficili regioni del Nord-Est che, da parte loro, si difendono dai sospettati legami con le truppe naxalite: questi sarebbero, a loro dire, il frutto di una cospirazione indiana, che vorrebbe annullare le ambizioni indipendentiste una volta per tutte affiancandole ad un presunto supporto dei ribelli di Mao.

[Foto credit: patelism.com] [Pubblicato su Lettera43]