India – Buon compleanno Tagore

In Uncategorized by Simone

Oggi si celebra l’anniversario dell’icona della letteratura indiana Rabindranath Tagore. Come una divinità hindu le sue immagini, osannate con incensi e corone di fiori, troneggiano su gadget, t-shirt e busti in terracotta, mentre il suo nome campeggia sulle insegne di hotel, ristoranti e marche di noodles. La deriva pop del decano della letteratura indiana.
Il compleanno di Tagore cade il venticinquesimo giorno del mese bengalese di boishakh, primo mese dell’anno nuovo e debutto della stagione estiva, afosa e intervallata da pochi rigeneranti temporali. Per la gente del Bengala (si intende Bengala senza considerare i confini politici che sezionano una stessa regione etnica e linguistica) il compleanno di Tagore non è un anniversario qualunque.

Il natale di Tagore (anno domini 1861) rappresenta l’Anno Zero della letteratura bengalese, l’anno da cui la lingua, la prosa, la poesia, il teatro e la saggistica cominciarono a cambiare e a farsi "moderni".

Dopo le pompose e onnipervasive celebrazioni del 150esimo sarebbe superfluo ripercorrere tutte le ragioni per cui Rabindranath Tagore, il guru dei poeti (kabiguru), viene ricordato come gigante delle arti creative e icona nazionale (o meglio, bi-nazionale, essendo rappresentativo sia dell’India che del Bangladesh).

Limitiamoci a ricordare che, in occasione del suddetto 150esimo, è stata pubblicata una raccolta completa delle sue opere in bengali disposte in ordine cronologico (il titolo è Kalanukromik Rabindra Racanaboli). L’opera è costituita da ottanta volumi.

Le opere di Tagore sono state ampiamente tradotte in italiano – perlopiù non dall’originale bengali ma dalla traduzione inglese; la raccolta più reperibile in libreria resta il Gitanjali (Canti di Offerta), per la quale ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 1913.

Innumerevoli antologie di poesie e racconti sono edite da Guanda (Il canto della Vita, La Poesia della Natura, ecc.), Feltrinelli (Lipika), Newton Compton ed altri, ma le traduzioni più romantiche e fedeli all’originale bengali restano quelle del missionario saveriano Marino Rigon, purtroppo quasi introvabili sul mercato italiano.

Prolifico e irrequieto, Tagore vantava amici internazionali del calibro di Albert Einstein e Romain Rolland, senza dimenticare il suo incontro, dalle conseguenze piuttosto imbarazzanti, con Benito Mussolini nel 1926.

Tagore mise il suo estro alla prova in ogni possibile contesto artistico, dalla short-story – genere a cui regalò un canone formale – alla lirica devozionale (eccellente anche nell’emulazione dei classici vaishnava padavali), dal romanzo soggettivo a più voci (vedi Ghore Baire, tradotto in italiano con La casa e il mondo) al teatro simbolista di sospetta influenza socialista (Rakta Karabi, Oleandri Rossi, uno dei drammi più squisiti).

In continuo progresso nella propria formazione narrativa, Tagore non ebbe timore di misurarsi con forme sconosciute all’espressione letteraria in lingua bengali, sperimentando generi come la prosa poetica e improvvisandosi pittore superati i sessanta (il suo uso del colore fece sorgere il dubbio che fosse daltonico).

Costantemente originale ma mai rivoluzionario, innovativo in ogni campo ma mai sgarbatamente sovversivo, esteticamente dandy e raramente provocatore, umanista-universalista tuttavia sempre fedele alla tradizione e all’ortodossia sociale dei suoi tempi: questi i tratti di un personaggio la cui più strabiliante caratteristica nel 2012 è quella di stare simpatico a tutti.

(Opera digitale dell’artista E6)

Proprio così. Nel 2012 Tagore è riverito da giovinastri e borghesi vecchia scuola, da comunisti, progressisti, conservatori, hindu e musulmani. Qualsiasi membro, privilegiato o marginalizzato che sia, saprà recitare a memoria una dozzina delle sue poesie, si tratti di un maestro di scuola o del primo rikshawala di paese.

Qualsiasi fanciulla in età da marito saprà intonare un centinaio delle due migliaia abbondanti di canzoni (trattandosi, fra l’altro, di una qualità indispensabile, al pari delle doti culinarie, per poter maritare un buon partito).

Insomma, Tagore è transpartitico e transetnico, è indiscusso e sacrosanto. Come ribadisce Clinton Seely, veterano dello studio della lingua e letteratura bengali, Rabindranath Tagore ha subìto un fenomeno di destoricizzazione.

Come le divinità e i divi, egli non conosce più le dimensioni di tempo e di spazio, fluttuando nell’astorico limbo della perpetua e trasversale adorazione.

Tanto amore incondizionato ha demolito ogni razionale possibilità di critica e ha fatto di Rabindranath Tagore un personaggio astratto, non verificabile: rifacendoci a questa tacita norma ci asteniamo dunque dalla contestualizzazione storica e sociale che spiega in termini empirici il suo esplosivo successo sia in un Oriente feudale nel pieno del suo Rinascimento – la Bengali Renaissance –  che in un Occidente romantico e avido di esotica spiritualità.

L’idolatria di Rabindranath Tagore si manifesta in tutto il suo vigore nella ridente cittadina universitaria di Shantiniketan, dove Kabiguru – uno dei tanti appellativi del Maestro – fondò nel 1901 una scuola dispersa nelle campagne dove avrebbe condotto, all’ombra dei manghi, il suo esperimento di un modello di educazione alternativo (ben diverso dall’intellettuale rinchiuso nella sua torre d’avorio, Tagore fu sempre impegnato "sul campo" in progetti pionieristici e coraggiose idee sperimentali, che si tratti di nazionalismo, educazione, agricoltura o armonizzazione e incontro delle genti urbane e del popolo rurale).

A Shantiniketan l’emblema Tagore non è che l’epicentro di un fruttuoso business turistico che fa leva sul senso di identità, sul nostalgico bisogno di folklore, e sui quattrini sonanti della nuova classe media di Calcutta, da cui arrivano ogni fine settimana vagonate di pullman straripanti casalinghe in vena di shopping etno-chic.

I tratti somatici del saggio ed elegante Tagore sono la merce più richiesta nel campo dei souvenir: la sua folta barba bianca compare su eserciti di busti di terracotta, statuine di bronzo filato, portapenne, magliette e cappellini.

Nel 2012 Rabindranath Tagore è un gadget, un volto tipizzato su centinaia di oggetti kitch ad uso della middle-class assetata di consumo. Il suo sofisticato portamento, reso ancor più solenne dalla folta chioma canuta e da quel naso importante, lievemente curvo e sapiente, è la grafica perfetta per un logo commerciale: il suo viso campeggia sulle scritte di hotel, ristoranti, negozi di artigianato e persino marche di noodles (i succulenti Kabiguru chowmien!).

A Shantiniketan la fiera dell’artigianato e delle arti locali, il cosiddetto Paush Mela che si tiene nel mese nebbioso di dicembre nel grande campo dell’università – ha perso gran parte del proprio fascino e dell’originale intento: Tagore aveva istituito la fiera per incoraggiare e promuovere il piccolo artigianato e le arti tradizionali – come il ricamo katha-stich, le costruzioni in giunco, i gioielli in bronzo filato dogra – e creare un’occasione di incontro fra la gente di città e quella delle campagne.

Oggi il Paush Mela ospita stand della Nokia e promuove nuovi modelli di automobili e frigoriferi, mentre sul ciglio della strada gli scultori locali cercano qualche centimetro per esibire le proprie terracotte.

Ma la disperata ricerca di una giustificazione nella rassicurante immagine del fondatore trova spazio anche fra gli affollati banchetti di scarpe da ginnastica e pentole a pressione: l’affiliazione a Rabindranath Tagore riemerge sul cartellone di un chiosco-ristorante che, sullo stendardo del sereno volto barbuto, richiama la clientela con il seguente slogan: “Rabi Thakur Ranna: qui si servono le pietanze casalinghe più amate dalla casata dei Tagore”.

Come ricorda una delle prime poesie di Tagore (Sonar Tori, La barca d’oro), il tempo passa e le persone se ne vanno, ma le opere di un uomo possono trovare spazio sul vascello d’oro dell’eternità.

Rimangono da valutare le modalità con cui la memoria delle opere viene protratta o rivenduta nel corso della storia umana, specialmente nel Bengala, specialmente nell’epoca post-Tagore (e pop-Tagore).

[Leggi anche: Inconscio e melanconia di Tagore] [Foto credit: E6; totalbhakti.com]