In Cina e Asia — Xi e Trump fanno il punto su Corea del Nord e Taiwan

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La nostra rassegna quotidiana


Xi e Trump fanno il punto su Corea del Nord e Taiwan

Corea del Nord e Taiwan hanno monopolizzato l’ennesima conversazione telefonica tra Donald Trump e Xi Jinping. Ad appena pochi giorni da un nuovo incontro al G20 di Amburgo, questa mattina i due leader si sono confrontati esprimendo la propria posizione su alcuni dei dossier più caldi. Secondo la Casa Bianca, “entrambi i leader hanno ribadito il loro impegno per una penisola coreana denuclearizzata”, mentre “il presidente Trump ha ribadito la sua determinazione a cercare relazioni commerciali più equilibrate con i partner commerciali degli Stati Uniti”. Chiaro segno che, nonostante l’apparente complicità raggiunta tra i due presidente a Mar-a-Lago, sia sul versante Corea del Nord sia sul piano commerciale Washington esige un maggior impegno da parte di Pechino — il nucleare nordcoreano è stato al centro di un’analoga telefonata tra Trump e Shinzo Abe sfociata nella riaffermazione dell’alleanza tra Usa e Giappone.

Ma se per The Donald la Cina non starebbe facendo abbastanza — lo dimostrano le ultime sanzioni contro il business cinese a nord del 38esimo parallelo — per Xi Jinping, il corteggiamento di Washington nei confronti di Taipei è un affronto intollerabile. “Diamo grande importanza alla riaffermazione della politica di “una sola Cina” e ci auguriamo che la parte americana riesca a gestire correttamente il problema di Taiwan aderendo al principio di “una sola Cina e ai tre comunicati tra le due parti”. L’ammonimento giunge a pochi giorni dall’approvazione da parte dell’amministrazione Trump di una nuova fornitura di armi all’ex Formosa.

A complicare il quadro si aggiunge l’annosa questione del Mar cinese meridionale, crocevia dei commerciali internazionali. Proprio domenica un cacciatorpediniere americano è passato entro le 12 miglia nautiche dall’isola di Triton, nell’arcipelago conteso delle Paracel, mettendo a segno la seconda operazione difreedom-of-navigation” dell’amministrazione Trump. Come da copione Pechino ha condannato l’intervento statunitense — che di fatto mette in discussione la sovranità cinese sull’isola — definendolo “una seria provocazione militare e politica”.

Pechino e Hong Kong sempre più vicine e sempre più lontane

Da oggi gli investitori internazionali qualificati potranno accedere al mercato dei bond cinese attraverso Hong Kong. E’ una delle iniziative annunciate nel weekend nell’ambito dei festeggiamenti per il ventennale del ritorno dell’ex colonia britannica alla mainland, insieme alla sigla di accordi di sviluppo congiunto che hanno il loro fulcro nell’espansione della Guangdong-Hong Kong-Macau Bay Area, un progetto che coinvolge 11 città con un Pil combinato che è due volte quello della Big Bay di San Francisco e prossimo a quello della Big Bay di New York. Xi ha messo bene in chiaro come la prosperità di Hong Kong sia legata a doppio filo al “sogno cinese” e alla “grande rinascita della nazione”. Tuttavia, l’erosione dell’autonomia di Hong Kong e la messa in discussione della Sino-British Joint Declaration non minacciano soltanto la democrazia e la “way of life” pre-handover ma anche lo status di hub finanziario d’Asia. La sparizione dell’imprenditore Xiao Jianhua potrebbe essere soltanto un primo campanello d’allarme.

Pechino e la difficile separazione dal carbone

Nonostante i buoni propositi “verdi”, la Cina sembra restia ad abbandonare i cari e vecchi combustibili fossili. Secondo dati del gruppo tedesco Urgewald, nel prossimo decenni le compagnie energetiche cinesi continueranno a costituire quasi la metà della produzione mondiale del carbone, con circa 700 nuovi impianti nel paese e all’estero sulle 1600 previste in 62 paesi. Sono numeri che rendono virtualmente impossibile soddisfare il traguardo stabilito dall’accordo sul clima di Parigi, quello dei 2°C sotto i livelli preindustriali. Dato il rallentamento dell’economia locale, molte delle nuove centrali a carbone verranno dislocate lungo la nuova via della seta, in paesi quali Egitto e Pakistan.

Nuovi sconfinamenti accrescono la diffidenza tra Delhi e Pechino

Non si placa la polemica lunga la linea di demarcazione sino-indiana. Venerdì il ministero degli Esteri cinese ha rilasciato una mappa in cui rivendica la sovranità sul Doka La (Donglang in mandarino), area contesa in cui convergono i confini tra la regione indiana del Sikkim, la Cina e il Bhutan. Per Pechino le attività dei pastori tibetani nella zona attestano l’esistenza di una presenza cinese consolidata. Tutto è cominciato nei giorni scorsi quando soldati indiani sono intervenuti — su richiesta del Bhutan — per fermare la costruzione di una strada da parte della Cina. Una mossa che secondo Pechino equivale a uno sconfinamento in territorio cinese. La risposta del governo cinese è stata quella di bloccare il passaggio per i pellegrini indiani verso le mete sacre del Tibet. Mentre le schermaglie lungo il confine sino-indiano sono piuttosto ricorrenti, l’ultimo episodio viene considerato tra i più accesi da quando i due giganti asiatici si sono confrontati militarmente nel 1962. Secondo gli analisti, l’ultimo braccio di ferro va letto alla luce della crescente diffidenza di Delhi verso l’attivismo cinese nella regione e di Pechino verso il riavvicinamento del governo Modi all’amministrazione Trump.

Il Liberal Democratic Party perde quota a Tokyo

Più che una vittoria del Tokyo Citizens First è una sconfitta del Liberal Democratic Party di Shinzo Abe. Con queste parole l’ex ministro della Difesa Shigeru Ishiba ha commentato il risultato delle elezioni che domenica hanno portato a un rimpasto dell’Assemblea metropolitana di Tokyo, il parlamento prefetturale di Tokyo. Considerato un referendum sul primo anno della governatrice Yuriko Koike del Tokyo Citizens First che si è accaparrato 79 delle 127 poltrone. In passato le elezioni locali si sono rivelate anticipatrici della sconfitta dell’LDP alle lezioni generali. E il fatto che la debacle arrivi mentre ancora infuria la polemica su presunti favoritismi concessi dal premier ad alcuni amici e conoscenti non fa che tingere di tinte fosche il lasso di tempo che rimane fino alla prossima chiamata alle urne del settembre 2018.