“Il mondo vuole giustizia, non egemonia”. Con queste parole Xi Jinping si è rivolto al pubblico del Boao Forum, la Davos d’Asia che, nonostante gli strascichi pandemici, quest’anno ha accolto 2000 partecipanti da varie parti del mondo, (compresi Enrico Letta e Ignazio Visco) dopo la sospensione del 2020. Secondo il presidente cinese, “un grande paese per dimostrarsi tale deve assumersi maggiori responsabilità”. Condannando il confronto ideologico, l’arroganza e l’interferenza negli affari degli altri paesi, il leader cinese ha invitato la comunità internazionale a perseguire “l’uguaglianza, il rispetto reciproco e la fiducia reciproca”, aggiungendo che la Cina “per quanto forte possa crescere, non cercherà mai l’egemonia, l’espansione o una sfera di influenza, né si impegnerà mai in una corsa agli armamenti”. Pur non nominando mai il destinatario del messaggio, Xi pare rivolgersi indirettamente agli Stati uniti, impegnati a ricucire le vecchie alleanze asiatiche e transatlantiche in chiave anticinese. Solo pochi giorni è andato in scena il primo faccia a faccia tra Biden e il premier giapponese Yoshihide Suga. Un incontro servito a ribadire l’allineamento di Tokyo e Washington davanti alle violazioni dei diritti umani nel Xinjiang, l’erosione dell’autonomia di Hong Kong e la strategia muscolare di Pechino nel Mar cinese e intorno allo Stretto di Taiwan. Tanto che, per la prima volta dal 1969, l’ex Formosa è comparsa in una dichiarazione concertata tra Giappone e Stati uniti. I due leader hanno inoltre promesso di investire congiuntamente in aree strategiche dominate dai capitali cinesi, come la tecnologia 5G, l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica, la genomica e i semiconduttori. Il clima di tensione non ha comunque impedito alla Cina di allungare un ramo d’ulivo alla nuova amministrazioen americana. L’ex viceministro del Commercio Long Yongtu ha utilizzato il summit di Boao per auspicare pubblicamente un ritorno di Washington nella CPTPP, di cui Pechino aspira a diventare membro. Long si spinge a ipotizzare in futuro una convergenza tra l’accordo trans-pacifico e il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo economico-commerciale tra i 10 Paesi dell’ASEAN più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, firmato il 15 novembre dopo otto anni di negoziati. [fonte Reuters, SCMP]

L’UE inaugura una nuova strategia per il Pacifico

Lunedì l’Unione Europea ha pubblicato un documento dove stabilisce l’obbiettivo di aumentare la sua influenza nella regione indo-pacifica. Il piano per ora è stato abbozzato in un report di dieci pagine, a cui farà seguito una strategia vera e propria entro settembre. Nel mirino ci sono soprattutto la salute e la sicurezza come elementi base per la tutela degli interessi dell’UE. Le affermazioni denotano un crescente interesse verso est, lasciando trasparire un approccio di contenimento nei confronti della Cina. I ministri degli esteri dei 27 stati membri hanno dichiarato, infatti, che l’Unione “dovrebbe rafforzare il suo focus strategico, la sua presenza e le sue azioni nell’Indo-Pacifico […] sulla base della promozione della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani e del diritto internazionale”. Secondo i diplomatici europei ci sarebbe inoltre una vera e propria domanda in Asia di un partner alternativo a Washington e Pechino. Gli ultimi mesi hanno visto crescere le tensioni tra le due potenze, e l’intervento europeo in materia di diritti umani si inserisce in una più ampia tendenza che vede nella Cina una sfida alla sicurezza internazionale – soprattutto quando si parla di Mar Cinese Meridionale. Non è ancora chiaro fino a che punto l’Unione Europea intende occuparsi di sicurezza nell’indo-pacifico: il dialogo economico giocherà un ruolo ancora più importante, come descritto nel documento. In particolare, l’UE dichiara di impegnarsi per promuovere nuovi accordi di libero scambio con Indonesia, Australia e Nuova Zelanda, oltre a riaffermare il progetto per un accordo sugli investimenti con la Cina come approvato a fine 2020. [Fonte: Reuters]

Xi alla Tsinghua invita gli studenti a essere curiosi, innovativi e rossi

“Le università cinesi dovrebbero formare pensatori curiosi, innovativi e fedeli al Partito Comunista”: queste le parole del presidente Xi Jinping durante la sua visita di ieri alla Tsinghua University, uno degli enti accademici più importanti del paese. Il tema centrale del discorso di Xi è stato il centenario del PCC, che ha fornito uno spunto di riflessione sullo stato del sistema educativo del paese: “il bisogno del partito e dello Stato per l’istruzione superiore, il sapere, la scienza e i grandi talenti è più grandi che in qualsiasi momento”, ha aggiunto. In queste settimane è stata lanciata una campagna per promuovere lo studio della storia del Partito, che passa anche attraverso l’intrattenimento con la proiezione di film e fiction a tema. Coerentemente con la tematica dell’anno è stato il modo in cui Xi ha definito i talenti diplomati alla Tsinghua “sia rossi che professionisti”, un modo di dire tipico dell’era maoista. Insieme all’aspetto politico non è mancato un cenno agli obbiettivi per la Cina del futuro, quella della rivoluzione high tech ribaditi anche nell’ultimo piano quinquennale per gli anni 2021-2025. Innovazione e indipendenza sono infatti due parole chiave per la trasformazione della Cina in un leader mondiale delle tecnologie avanzate: per questo gli studenti sono i futuri “costruttori ed eredi del socialismo”. Xi Jinping ha studiato chimica alla Tsinghua al suo ritorno dallo Shanxi, dove aveva lavorato per sei anni durante la Rivoluzione Culturale, e gli è stato conferito un dottorato nel 2002 quando era governatore del Fujian. Oggi un suo caro collega dei tempi dell’università, Chen Xi, è capo del dipartimento organizzativo centrale del Partito Comunista, dopo anni nei panni di presidente della prestigiosa università. [Fonte:SCMP]

Stretta su Hong Kong tra incarcerazioni e giuramenti

La Hong Kong di questi ultimi giorni è molto diversa da quella dello scorso anno: cresce, infatti, il numero di persone condannate dagli 8 fino ai 18 mesi di carcere per aver violato la controversa legge di sicurezza nazionale, entrata in vigore lo scorso giugno. Tra questi il tycoon dei media Jimmy Lai, accusato di aver fomentato le manifestazioni pro-democrazia del 2019 e condannato a 14 mesi di carcere. Insieme a lui altri dieci noti esponenti dell’opposizione, che hanno ricevuto la pena più severa da quando è iniziato il giro di vite intorno alle figure di spicco della politica hongkongina. Anche il presidente fondatore del Partito Democratico Martin Lee Chu-min e l’avvocatessa Margaret Ng Ngoi-yee avranno una sospensione condizionale della pena di 12 mesi. Le sentenze impediranno a chiunque sia stato giudicato colpevole di partecipare alle elezioni nei prossimi cinque anni anche se, suggerisce il South China Morning Post, è altamente improbabile che queste persone possano mai superare il processo di verifica dei candidati appena inaugurato da Pechino. Nel frattempo, sono 130 i funzionari pubblici dell’ex colonia britannica che non hanno prestato il nuovo giuramento di fedeltà alla Cina, e per questo ora rischiano il licenziamento. Si tratta di una dichiarazione dove il firmatario si impegna a rispettare la Basic Law (la mini-Costituzione di Hong Kong) e, in generale, le decisioni del governo. Il giuramento vieta qualsiasi forma di appoggio a istanze “separatiste” secondo i termini della legge di sicurezza nazionale: il suggerimento dei legislatori in carica è, quindi, quello di rifiutare chiunque non sottoscriva la dichiarazione per ricoprire posizioni lavorative per il governo. La censura si abbatte anche sulla notte degli Oscar, a cui è candidato anche un documentario sulle manifestazioni di Hong Kong dal titolo “Do not split”. L’evento non verrà infatti trasmesso in televisione per la prima volta in 52 anni, ma sarà accessibile solo tramite internet. [Fonti: SCMP, SCMP]

Ha collaborato Alessandra Colarizi

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