Una nuova megaregione si fa strada nel sud della Cina. Ad appena pochi mesi dal lancio ufficiale della Greater Bay Area tra Hong Kong, Macao e la provincia del Guangdong, il Comitato centrale del Pcc e il Consiglio di Stato hanno annunciato un piano analogo nel delta dello Yangtze che abbraccerà Shanghai e le province del Zhejiang, Anhui e Jiangsu, ovvero l’area più densamente popolata del paese. Come nel caso della Greater Bay Area, l’obiettivo è quello di raggiungere un’integrazione socio-economica (da qui al 2035) per rilanciare la crescita. Non a caso le province coinvolte sono quelle più penalizzate dalle sanzioni americane in quanto orientate all’export. Il progetto – evoluzione di un precedente prospetto per il periodo 2018-2020 – si prefigge inoltre di potenziare l’innovazione tecnologica, espandere la zona di libero scambio di Shanghai in una zona regionale, e ottimizzare la gestione delle risorse nella fornitura dei servizi pubblici così come nella risoluzione dei problemi ambientali. In sintesi, appianare le divergenze tra le aree più sviluppate e quelle più arretrate sfruttando le nuove tecnologie, dai big data al 5G. Il piano pare sia stato fortemente voluto da Xi Jinping, che proprio a Shanghai e nel Zhejiang ha ricoperto svariati ruoli politici. [fonte: SCMP]

Il gas rilancia la partnership sino-russa

Ricordate l’accordo miliardario siglato in pompa magna tra Pechino e Mosca nel 2014 per la fornitura di gas russo? Finalmente, Power of Siberia, il sistema di pipeline che si snoda dai giacimenti di Chayandinskoye e Kovytka fino a irrorare le province del Nordest della Cina, è entrato in funzione nella giornata di ieri. Con una capacità iniziale di 5 miliardi di metri cubi l’anno, il gasdotto dovrebbe arrivare a pompare 38 miliardi di metri cubi entro il 2025, arrivando a sopperire al 10% della domanda di gas cinese. “Questo è un evento veramente storico non solo per il mercato globale dell’energie, ma soprattutto per noi, per la Russia e la Cina”. ha commentato Putin presiedendo da remoto al taglio del nastro. La partnership tra i due giganti, risaldata all’indomani delle sanzioni occidentali contro Mosca, sta vivendo una vera e propria stagione floreale. Gli aspetti energetici costituiscono solo un tassello in un disegno geostrategico più ampio che comprende sinergie militari e valutarie in chiave anti-americana. Power of Siberia ne è l’esempio più evidente: le forniture russe infatti si prevede permetteranno a Pechino di continuare a sanzionare le importazioni di gas liquefatto americano, sottoposto a tariffe nell’ambito della interminabile trade war. [fonte: WSJ]

Verso una regolamentazione del riconoscimento facciale

Il riconoscimento facciale è ormai una presenza costante nella vita dei cinesi. Da domenica, chiunque voglia acquistare una SIM deve sottoporsi a una scansione facciale per provare la propria identità. La misura, introdotta ufficialmente per prevenire e sempre più frequenti frodi telefoniche, attesta l’ormai diffuso impiego delle tecnologie d’avanguardia per ottimizzare la fornitura dei servizi e, al contempo, esercitare un controllo costante sulla popolazione. Tanto che ultimamente il proverbiale disinteresse dei cinesi per la privacy a fronte di maggiore efficienza ha lasciato il posto a un brusio di sottofondo sul web, dove cominciano a comparire i primi segni di malcontento. Sembrano averlo percepito anche i policymaker, tanto che il National Information Security Standardization Technical Committee ha istituito una task force (composta da giganti del settore come SenseTime e Tencent) incaricata di formulare uno standard nazionale con cui regolamentare l’utilizzo del riconoscimento facciale. In questo la Cina sembra cominciare già a dare lezioni al resto del mondo. Secondo fonti del FT, infatti, colossi cinesi come ZTE, Dahua e China Telecom sono già all’opera in sede Onu per stabilire le norme internazionali in materia di videosorveglianza e riconoscimento facciale. La partecipazione cinese – osteggiata dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani – non solo permetterà ai player cinesi di indirizzare l’industria globale verso i propri prodotti. Ma anche di plasmare le politiche dei paesi emergenti, inclini a definire la propria cornice normativa in base agli standard approvati dall’International Telecommunication Union, l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella regolamentazione delle telecomunicazioni a livello internazionale. [fonte: FT, Sixth Tone]

Quasi 200mila firme per legalizzare il matrimonio gay

Quasi 200mila persone hanno chiesto alle autorità cinesi il riconoscimento del matrimonio omosessuale, durante una campagna di rivendicazione che ha invaso Weibo per tutto il mese scorso. Sebbene il matrimonio omosessuale non sia illegale in Cina, è altrettanto vero che al momento non esistono leggi che ne garantiscano la completa legalità. È proprio per ottenere un riconoscimento ufficiale che la comunità LGBT sta tentando di approfittare dei lavori di revisione della sezione del matrimonio del codice civile, attualmente in corso a Pechino. Sebbene il portavoce degli affari legislativi Zang Tiewei abbia sottolineato che la Commissione si impegnerà a mantenere il sistema attuale, smorzando così l’entusiasmo della comunità civile, la campagna online del mese scorso rappresenta un nuovo traguardo per la difesa diritti LGBT in Cina, un segnale chiaro del fatto che la mentalità della popolazione sta gradualmente cambiando. E chissà che in un futuro la partecipazione popolare non trovi una maggiore rappresentanza nel procedimento legislativo. [fonte: SCMP]

Corea del Nord: “l’utopia socialista” è diventata realtà

I media nordcoreani hanno annunciato il completamento di Samjiyon, città realizzata nei pressi del sacro monte Paektu, che la propaganda di regime identifica come luogo di nascita del defunto Kim Jong-il. Definita “epitome della civiltà moderna”,  Samjiyon ospita nuovi appartamenti, hotel, una stazione sciistica, strutture commerciali, culturali e mediche, ed il simbolo del nuovo corso intrapreso da Kim Jong-un per migliorare le condizioni economiche del paese. Ma le sanzioni internazionali hanno ritardato il progetto, tanto da aver costretto il regime a colmare la mancanza di risorse mobilitando le cosiddette “brigate di lavoro giovanili”. Manodopera gratuita costretta a turni di lavoro di oltre 12 ore al giorno in cambio di un accesso agevolato all’università o al potente partito dei lavoratori. O almeno questo è quano raccontano disertori e attivisti.

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