A meno di una settimana all’insediamento di Biden, l’amministrazione Trump ha annunciato una raffica di nuove misure contro la Cina. Torna sotto i riflettori il Mar cinese meridionale. Dopo le sanzioni introdotte a settembre contro la China Communications Construction Company (CCCC), il dipartimento di Stato americano ha annunciato “restrizioni sui visti a individui della Repubblica popolare cinese, inclusi i dirigenti di imprese statali, funzionari della Marina e membri del Partito Comunista Cinese, responsabili o complici dell’espansione, costruzione e militarizzazione su larga scala di avamposti contesi nel Mar Cinese Meridionale”. Le restrizioni sono estendibili con effetto immediato anche ai familiari. Inoltre si allunga la lista nera delle aziende accusate di supportare l’esercito cinese (PLA). Secondo il dipartimento del Commercio, il colosso petrolifero CNOOC –  coinvolto nelle esplorazioni energetiche nelle acque contese – verrà sottoposto alle stesse misure restrittive sull’export americano già previste per Huawei e Hikvision. Il giorno prima il Consiglio per la Sicurezza Nazionale aveva declassificato un documento programmatico sulla strategia americana nell’Indo-Pacifico in cui la Cina viene citata come la minaccia regionale numero uno, seguita dalla Corea del Nord. Contestualmente, nella serata di ieri, sono state rese note ulteriori misure che, conferendo nuovi poteri al Commercio, rendono più facile per il governo federale bloccare le importazioni di tecnologia software e hardware dai paesi considerati un pericolo per la sicurezza nazionale. La stretta sull’hi-tech cinese è stata rinforzata in queste stesse ore con l’inclusione di Xiaomi – da novembre terzo produttore mondiale di smartphone – tra le aziende offlimits per gli investitori americani a causa dei presunti legami con il PLA. Il caos delle ultime 12 ore chiude una settimana di tensioni. Solo mercoledì la Customs and Border Protection aveva bandito completamente l’import di cotone e pomodoro dallo Xinjiang, la regione del Far West cinese in cui – secondo quanto affermato ieri dalla Congressional-Executive Commission on China – il governo cinese sta perpetrando “crimini contro l’umanità”. Considerato l’andazzo, non è escluso che prima di lasciare la Casa Bianca Trump decida di imbarazzare Pechino bollando ufficialmente le politiche etniche nella regione come “genocidio”. [fonte FT FT, Bloomberg]

A proposito di questa notizia abbiamo ricevuto una comunicazione di Xiaomi che pubblichiamo qui di seguito: “Xiaomi ha sempre rispettato la legge e agito in conformità con le disposizioni e i regolamenti delle giurisdizioni dei Paesi in cui svolge la propria attività. La Società ribadisce che fornisce prodotti e servizi per uso civile e commerciale. Conferma inoltre di non essere posseduta, controllata o affiliata all’esercito cinese e di non essere una “Società militare comunista cinese” come definita dal NDAA. Xiaomi intraprenderà azioni appropriate per proteggere gli interessi della Società e dei suoi azionisti e sta esaminando anche le potenziali conseguenze di questo atto per avere un quadro più completo del suo impatto sul Gruppo. Ci saranno ulteriori annunci, se e quando Xiaomi lo riterrà opportuno“.

L'”accordo di fase uno” Cina-Usa compie un anno

A un anno dalla firma dell’accordo di fase uno Cina-Usa e a meno di una settimana al termine del mandato di Donald Trump, gli economisti tirano le somme di quattro anni di guerra commerciale tra Pechino e Washington. E, a differenza di quanto dichiarato ripetutamente dal presidente americano, non è stata la Cina a pagare le conseguenze più rilevanti. Secondo l’ultimo report presentato da Bloomberg l’approccio risoluto di Trump, che dal 2016 ha imposto una serie di tariffe e sanzioni alle importazioni dalla Cina, non è riuscito a danneggiarne in modo significativo l’economia. L’export cinese è cresciuto stabilmente ogni anno dall’insediamento dell’amministrazione Trump e anche nel 2020, complice il tempestivo controllo della pandemia da Covid-19, Pechino ha registrato un surplus nel commercio di attrezzature mediche e prodotti per lo smart working. Come riportato da uno studio del National Bureau of Economic Research, a pagare le conseguenze dei dazi imposti dagli USA sono stati soprattutto i consumatori americani, con una perdita di circa 16.8 miliardi di dollari solo nel 2018. Il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti del Dragone si era abbassato nel corso del 2019, salvo poi rialzarsi e raggiungere i 287 miliardi di dollari lo scorso novembre, cifra più alta rispetto a quando Trump entrò alla Casa Bianca. Disfatta totale anche per il settore occupazionale: i dazi sono costati all’America 250.000 posti di lavoro, secondo il U.S.-China Business Council. Anche il tentativo di Trump di scoraggiare investimenti e offshoring in Cina non è andato a buon fine. Il Rhodium Group Data riporta che gli investimenti diretti sono cresciuti da 12.9 miliardi di dollari nel 2016 a 13.3 miliardi nel 2019 e che molte compagnie americane non hanno intenzione di trasferirsi nonostante le nuove imposte. Secondo gli analisti di Bloomberg, la guerra dei dazi tra Cina e USA ha dimostrato la resilienza della potenza manufatturiera cinese, ma anche la sua vulnerabilità in alcuni settori come l’high tech.  A questo proposito, lo scontro con gli USA non ha fatto altro che accelerare il processo verso l’autosufficienza tecnologica del gigante asiatico.  Il rapporto fa anche luce sul ruolo primario che i paesi dell’ASEAN avranno nel prossimo decennio nei rapporti commerciali con la Cina. Resta da vedere come gestirà questa eredità il presidente eletto Joe Biden, che per il momento ha dichiarato di non avere intenzione di eliminare le tariffe immediatamente. [fonte Reuters, Bloomberg]

L’Oms comincia le indagini con due uomini in meno

Dopo svariate false partenze, finalmente è arrivato l’attesissimo team dell’Oms incaricato di condurre ricerche sull’origine della pandemia. Ma le polemiche persistono. La missione internazionale, partita da Singapore, è atterrata ieri a Wuhan con due membri in meno rispetto al previsto. I due scienziati, dopo un primo tampone negativo, sono risultati positivi al test sugli anticorpi – richiesto in ingresso dalle autorità cinesi – e pertanto non si sono potuti imbarcare con i colleghi. Secondo l’agenzia internazionale, tutti e 15 i membri della missione avevano superato i controlli sia in patria sia a Singapore e non è escluso si tratti di falsi positivi. L’episodio segue mesi di estenuanti colloqui e recenti problemi sul rilascio dei visti per altri due scienziati. E’ la prima volta da febbraio dello scorso anno che esperti internazionali hanno ricevuto l’autorizzazione per effettuare ricerche a Wuhan. L’indagine – concordata a maggio durante l’Assemblea mondiale della sanità – comincerà immediatamente, seppur da remoto considerando le due settimane di quarantena obbligatoria richiesta a chi arriva dall’estero. E’ probabile che le polemiche persisteranno a lungo. Il compito della squadra dell’Oms è quello di interrogare il personale medico e scientifico cinese nonché esaminare i dati raccolti dalle autorità locali a cominciare dal mercato di Wuhan. Ma chiaramente il successo della missione dipende dalla disponibilità del governo cinese, che finora non si è dimostrato un modello di trasparenza. Non aiuta l’offensiva mediatica con cui Pechino sta cercando di collocare l’origine del virus oltreconfine. Secondo un’inchiesta di AP, il mondo della ricerca ha subito forti pressioni per non rendere pubblici i risultati degli studi sul virus. Per qualche dettaglio in più sulle indagini dell’Oms è possibile leggere l’intervista della tv di stato al professor Marion Koopmans, uno dei membri del team. Intanto la situazione epidemica oltre la Grande Muraglia si fa preoccupante. Il numero dei casi continua a crescere (138 nelle ultime 24 ore) e ieri è stato registrato il primo decesso da maggio. Intanto, dopo lo Hebei, anche la provincia dello Heilongjiang ha dichiarato lo stato di emrgenza [fonte CGTN Reuters, Reuters]

Il decoupling Cina-Usa minaccia le aziende europee

Ormai, si sa, la nuova “guerra fredda” tra Cina e Stati Uniti ci riguarda molto da vicino. Pensiamo alle polemiche scaturite dall’ingresso italiano nella Belt and Road e al recente accordo bilaterale sugli investimenti Cina-Ue. C’è in gioco l’alleanza transatlantica, certo. Ma le ripercussioni non sono solo politiche. A lanciare l’allarme è  un rapporto realizzato congiuntamente dalla Camera di commercio dell’Unione europea in Cina e il think tank tedesco Mercator Institute, secondo il quale il decoupling tra Cina e Usa avrà effetti nefasti per il Vecchio Continente “in tutte quelle aree in cui la campagna cinese per l’autosufficienza si scontra con gli sforzi americani per un disaccoppiamento”, e “in maniera più evidente nel settore digitale”. Secondo il sondaggio – che ha coinvolto 120 aziende europee – il 27% degli intervistati ha detto di fare affidamento principalmente su semiconduttori e software statunitensi non sostituibili con componenti made in China. Questo vuol dire che col tempo le società del Vecchio Continente si troveranno costrette a ideare “soluzioni doppie” in modo da rispondere separatamente alle esigenze del mercato cinese e a quelle delle economie occidentali. Una mossa che comprometterebbe innovazione ed efficienza, avverte la Camera. Dallo studio emerge inoltre preoccupazione per il tentativo con cui la Cina sta cercando di espandere la propria influenza nella definizione di standard internazionali, esportando al contempo i propri nei paesi terzi attraverso la Belt and Road. Una dinamica che rischia di rendere i paesi partner dipendenti dalla tecnologia cinese, riducendo drasticamente la possibilità per le aziende europee di partecipare a progetti comuni. [fonte SCMP]

Cuscino smart controlla i dipendenti, Hebo Technology sotto accusa

Una dipendente di Hebo Technology di Hangzhou ha raccontato che il nuovo gadget da ufficio ricevuto in dotazione da lei e altri nove colleghi veniva utilizzato per sorvegliare i lavoratori a loro insaputa. Si tratta di un cuscino, sviluppato dalla stessa compagnia high tech di Hangzhou, in grado di monitorare respiro e battito cardiaco, oltre che a garantire una postura corretta. L’impiegata, di cognome Wang, ha iniziato a sospettare che le funzioni del cuscino smart si estendessero oltre il benessere dei lavoratori quando una dirigente del dipartimento di risorse umane le ha chiesto spiegazioni dettagliate sulle sue frequenti assenze dalla scrivania, alludendo al fatto che tale comportamento avrebbe potuto danneggiare la sua carriera.“Mi sono sentita messa a nudo. I dati che collezionano includono quando sei seduto alla tua scrivania e quando no, i tuoi sbalzi di umore, e sono tutti in mano al tuo capo”, ha raccontato Wang. Su Wechat, diversi utenti hanno espresso solidarietà e criticato la mancanza di privacy a cui molti lavoratori sono sottoposti. Altri invece hanno trovato legittimo il monitoraggio dell’azienda e un utente ha commentato: “È assolutamente scorretto essere pigri sul posto di lavoro”. La Hebo Technology ha negato di aver utilizzato i cuscini per monitorare il comportamento dei dipendenti o per valutarne la performance, e ha affermato che i dati collezionati servivano semplicemente per collaudare il prodotto prima di lanciarlo sul mercato. Continua comunque il dibattito online riguardo alle condizioni di lavoro in Cina, soprattutto nel settore high tech. Solo pochi giorni fa, per esempio, la Anpu Eletric Science and Technology di Dongguan ha suscitato scalpore per aver imposto una penale di 20 RMB ai dipendenti che utilizzavano il bagno più di una volta al giorno. [fonte Inkstone]

Taiwan: saltato il viaggio, l’ambasciatrice americana presso l’Onu incontra “virtualmente” Tsai

L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU Kelly Craft ha incontrato la presidentessa di Taiwan Tsai Ing-wen in videoconferenza dopo l’improvvisa cancellazione del tour di tre giorni previsto per il 13 gennaio. A seguito degli eventi di Capitol Hill, il Dipartimento di Stato americano ha infatti sospeso diversi viaggi diplomatici per consentire una stabile transizione verso la nuova amministrazione a Washington. I temi dell’incontro hanno trattato il modello Taiwanese come esempio virtuoso nella gestione del Covid-19 e hanno approfondito quello che secondo Craft “Taiwan può offrire in campo sanitario, tecnologico, e scientifico”. Taiwan è stata molto acclamata per il successo nella gestione della pandemia, avendo registrato meno di 850 casi totali e solo 7 morti. L’ambasciatrice si è complimentata con Tsai Ing-wen, e si è rammaricata per l’impossibilità di Taiwan di condividere il proprio successo nelle organizzazioni internazionali a causa della “ostruzione della RPC”. Taiwan non rientra in molte organizzazioni internazionali quali l’ONU e l’OMS come previsto dalla politica del governo di Pechino, che considera l’isola una provincia della RPC in attesa di riunificazione con la Cina continentale. A tal proposito, Tsai Ing-wen ha ribadito l’intenzione di continuare a cercare il riconoscimento di Taiwan nell’ONU, mostrandosi grata a Kelly Craft per aver “fornito proposte interessanti” su come progredire su questo fronte. L’ambasciatrice americana ha rinnovato il supporto degli USA, descrivendo i due paesi come “amici, partner, pilastri della democrazia”. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, in molti hanno espresso perplessità circa la necessità della visita di Craft, considerandola una mossa degli Stati Uniti per indispettire il governo di Pechino. Solo cinque giorni fa il segretario di stato americano Mike Pompeo ha annunciato l’eliminazione delle restrizioni autoimposte per le relazioni diplomatiche con Taiwan, scatendando l’ira dei media di stato cinesi. [fonte SCMP]

A cura di Alessandra Colarizi e Lucrezia Goldin

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