Tesla comincerà la produzione in Cina nel 2019

Tesla si sta preparando all’avvio della produzione in Cina. La posa della prima pietra dello stabilimento, la gigafactory, é avvenuta lo scorso 7 gennaio a Shanghai. Si tratta della prima fabbrica al di fuori degli Stati Uniti. Elon Musk, CEO di Tesla, ha annunciato che l’impianto cinese comincerà la produzione del nuovo Modello 3 entro la fine del 2019. La costruzione dello stabilimento, del valore complessivo di 5 miliardi di dollari, è cominciata solamente tre mesi dopo avere ricevuto l’approvazione della municipalità di Shanghai per l’acquisizione degli spazi a Lingang, nelle vicinanze della megalopoli cinese. La velocità con cui si è concluso il tutto, è sintomo della volontà di Pechino di attrarre sempre più investimenti stranieri, per cercare di bilanciare una più lenta crescita economica, aggravata dalla guerra commerciale con Washington. Mentre la produzione dei modelli più costosi rimarrà confinata agli Stati Uniti, la fabbrica che sorgerà in Cina produrrà circa 3000 Modelli 3 a settimana nella fase iniziale per poi raggiungere le 500,000 unità all’anno una volta raggiunto il pieno regime. Tesla è stata la prima casa automobilistica straniera ad aver lanciato una fabbrica per la produzione di veicoli elettrici a capitale esclusivamente straniero in Cina.

Nuove politiche per rilanciare i consumi interni in Cina

Il governo cinese ha pianificato una serie di politiche per rilanciare la spesa domestica nel settore automobilistico e degli elettrodomestici, particolarmente colpiti dal recente calo dei consumi. Ning Jizhe, vice presidente della National Development and Reform Commission (NDRC), ha confermato inoltre che verranno approvati canoni di locazione agevolati, garantiti sussidi ai servizi di assistenza per bambini ed anziani, nonché ridotti i costi di ingresso per gli investimenti che abbiano come target i settori della cultura e dello sport. Ning ha ricordato poi che saranno particolarmente agevolati gli investimenti esteri per l’istituzione di nuove joint ventures soprattutto nel settore delle energie rinnovabili. Investimenti in energia verde potrebbero valere miliardi di dollari americani, come dimostrato dal recente accordo siglato da Tesla per la costituzione di una fabbrica a Shanghai e da quello firmato tra la cinese Sinopec Corp e il gigante della chimica tedesca BASF per la costruzione di un craker a vapore in Cina.

Si infittisce il caso Huawei

Le accuse che il governo americano ha rivolto contro Meng Wanzhou, CFO di Huawei, arrestata in Canada lo scorso dicembre, girano attorno ai rapporti che la legherebbero con due oscure aziende: Skycom, impiegata nella vendita di apparecchiature per le telecomunicazioni in Iran, e Canicula, una holding attiva fino a poco tempo fa in Siria. Huawei si è detta estranea alle operazioni delle due aziende in questione. Tuttavia, secondo alcuni documenti ottenuti da Reuters in Siria e in Iran, Huawei sarebbe più coinvolta di quanto lasci trasparire, andando così ad avvalorare l’accusa di Washington secondo cui il gigante della tecnologia cinese avrebbe venduto tecnologia americana ai “paesi canaglia”, violando apertamente le sanzioni economiche vigenti in passato, e di aver fatto uscire ingenti somme di denaro attraverso canali bancari internazionali. Al momento Meng si trova agli arresti domiciliari a Vancouver mentre Washington spinge per l’estradizione negli Stati Uniti. Se colpevole, Meng dovrà scontare un massimo di 30 anni in carcere per accusa per truffa finanziaria.

Belt & Road e traffico di droga in Myanmar

Le difficili relazioni diplomatiche tra Cina e Myanmar hanno favorito alcuni gruppi di separatisti armati, impiegati nella produzione di migliaia di tonnellate di droga all’interno del “Triangolo d’Oro” dello stato di Shan, nell’est del paese. Secondo l’International Crisis Group (ICG), le sostanze chimiche utilizzate per la produzione degli stupefacenti circolerebbero lungo il confine con la Cina, la quale dovrebbe intervenire più attivamente per stroncare le attività dei gruppi separatisti. La situazione tuttavia è più complessa di quanto possa sembrare in quanto Pechino non può permettersi di destabilizzare la delicata situazione lungo il confine con il Myanmar, per evitare ripercussioni sui progetti infrastrutturali tra i due paesi. Sempre secondo ICG, la realizzazione del China-Myanmar Economic Corridor potrebbe ridurre la produzione illegale di droghe promuovendo la creazione di nuovi posti di lavoro, tesi screditata da altri esperti, preoccupati che migliori collegamenti via terra favoriscano i traffici illegali. Fino ad oggi la relazione tra Pechino e i gruppi separatisti è stata pragmatica e, con le parole dell’esperto Patrick Winn, “la Cina ha preferito non inimicarsi i gruppi armati per evitare attentati ed interruzioni dei progetti infrastrutturali”.

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