Il caso Huawei fa una prima inaspettata vittima. Pechino ha provveduto a ricambiare l’arresto della CFO Meng Wanzhou, trattenendo un ex diplomatico canadese dallo scorso anno impiegato nella sezione Asia Orientale del think tank Crisis Group. Michael Kovrig è stato arrestato lunedì in un’operazione che l’istituto di ricerca ritiene sia stata condotta dal ministero della Sicurezza dello Stato cinese. Non è chiaro però con quale accusa. Il minsitero degli Esteri ha lasciato intendere una possibile violazione sullea legge delle Ngo straniere. Non è la prima volta che un cittadino canadese rimane coinvolto nel braccio di ferro tra Pechino e Washington. Nel 2014, era stata la famiglia Garratt a farne le spese quando Ottawa aveva proceduto ad estradare negli States l’imprenditore cinese Su Bin per spionaggio su richiesta delle autorità americane.

Meng Wanzhou libera su cauzione
 
Intanto la Corte suprema della British Columbia ha ordinato il rilascio di Meng in cambio di una cauzione di 7,5 milioni di dollari. La donna dovrà inoltre consegnare tutti i suoi passaporti, indossare un braccialetto GPS e sottoporsi alla sorveglianza h24 di una società privata che fornisce servizi di sicurezza. Vivrà nella sua casa di  Vancouver con il marito fintanto che le autorità americane e canadesi non avranno ultimato i preparativi per il processo di estradizione. Il rilascio è stato permesso grazie al contributo di amici che in qualità di garanti hanno contributo a raggiungere la somma necessaria per la cauzione. Ma non è escluso che le autorità statunitensi decidano di abbandonare il caso. Lo stesso Trump intervistato dalla Reuters ha affermato di essere disposto a intercede in favore di Meng – come già avvenuto per ZTE –  qualora questo possa portare al raggiungimento di un accordo commerciale soddisfacente con la Cina.

Pechino pubblica libro bianco sui 40 anni di riforme

Progresso economico ma anche un miglioramento dei diritti umani. E’ quanto la Cina deve alle riforme lanciate da Deng Xiaoping alla fine degli anni ’70 secondo un libro bianco presentato questa mattina dai media di Stato.Il rapporto dal titolo “Il progresso nei diritti umani nei 40 anni di riforma e apertura in Cina”, sostiene che il modello economico adottato dal paese abbia “contribuito a liberare e sviluppare le forze produttive sociali, hanno aperto un percorso di socialismo con caratteristiche cinesi e hanno inaugurato un nuovo capitolo nello sviluppo dei diritti umani.” Ovviamente i successi raggiunti vanno attribuiti al Partito comunista che “ha sempre privilegiato gli interessi del popolo, assicurando che la riforma sia condotta per le persone e dalle persone e che i suoi benefici siano condivisi da tutti”. Non è la prima volta che la Cina rivendica una lettura alternativa della nozione di diritti umani. Ma la congiunzione temporale tra il 40esimo anniversario delle riforme e la crisi in cui verte l’Occidente fornisce un ottimo motivo per riaffermare il paradigma cinese.

Samsung ha sbagliato Supreme

Alla presentazione del Samsung Galaxy A8 a Pechino, il gigante sud coreano ha annunciato una partnership con il brand di street wear Supreme, con i primi prodotti in uscita nel 2019. Peccato che l’azienda americana fondata nel 1994 a NY non ne sappia nulla e abbia negato ogni addebito. La Supreme con cui Samsung avrebbe accordi sarebbe infatti Supreme Italia, omonima azienda nata a Barletta e registrata nel 2015, che da anni sforna una propria linea di street wear copiata dall’originale. Supreme Italia ha di recente perso una causa di contraffazione mossa nei suoi confronti dall’azienda americana, ma questo non le ha impedito di raggiungere ed accreditarsi con Samsung. Alle critiche sollevate dalla rete, il Marketing manager di Samsung, ha replicato con un post su weibo poi cancellato, confermando la partnership con Supreme Italia, giacché la Supreme americana non avrebbe l’autorizzazione a vendere in Cina.

Giovani cinesi, nazionalisti doc

Oltre il 90% dei giovani in Cina vorrebbe “rinascere cinese in una seconda vita.” Lo afferma un sondaggio condotto da China Youth Daily e la Lega della Gioventù comunista. Secondo l’indagine i ragazzi cinesi vanterebbero un grado di identità nazionale dell’8,84 su un massimo di 10, con oltre il 96% ad aver dichiarato di sentirsi spesso orgoglioso per i successi del paese. Nati nella Cina del boom economico, i Mellennial e la Generazione Zero sono il segmento della popolazione più permeabile al nazionalismo. Complice l’amnesia storica a cui sono state condannate le pagine più buie del secolo scorso, compreso il massacro di Tian’anmen

Cina, emissioni inquinanti in aumento

Nel 2018 le emissioni di biossido di carbonio prodotte dall’impiego di combustibili fossili – utilizzati soprattutto nell’industria pesante – cresceranno per il secondo anno consecutivo. Lo preannuncia un recente rapporto del Global Carbon Project (GCP), secondo il quale le emissioni globali aumenteranno del 2,7% mentre quelle della Cina registreranno un incremento addirittura del 4,7%. Contando ancora per circa il 60% del mix energetico nazionale, il carbone sarebbe quindi in ripresa nonostante la guerra contro l’inquinamento lanciata cinque anni fa da Pechino. Il rapporto smentisce quanto sostenuto lo scorso novembre dal ministero della Scienza e della Tecnologia riguardo a  una stabilizzazione delle emissioni tra il 2013 e il 2017. “Di solito i fattori inquinanti diminuiscono quando l’economia rallenta. In Cina sta avvenendo l’esatto contrario e questo dimostra gli sforzi con cui il governo sta cercando di rilanciare la crescita a tutti i costi”, spiega Ning Leng dell’Harvard University.

La Thailandia torna a far politica

Dopo quasi 5 anni, Il governo di Bangkok ha finalmente annunciato la rimozione del divieto sulle attività politicheimposto nel 2014 all’indomani del golpe con cui le autorità militari hanno messo fine all’amministrazione Shinawatra. Da allora le promesse di una rinascita democratica sono state più volte rimandate mentre decine di persone sono state arrestate e incriminate per aver violato il divieto. L’annuncio di nuove elezioni generali per il prossimo 14 febbraio rappresenta un solo un piccolo passo avanti. Una nuova costituzione – approvata nel 2017 con referendum popolare –  garantisce ai militari – qualsiasi sia l’esito del voto – il controllo sul senato, e di conseguenza sulla nomina del primo ministro.

Anche il Giappone avrà le sue prime portaerei

Il Giappone ha pronte nuove linee guida per la Difesa che comprendono l’acquisizione delle prime portaerei dalla seconda guerra mondiale a oggi, in barba alla costituzione pacifista – che il premier Shinzo Abe vuole riformare. Secondo Kyodo News, due grandi navi militari Izumo, al momento equipaggiate con elicotteri, saranno potenziate così da consentire il trasporto di jet capaci di decolli brevi e atterraggi verticali, dotati di tecnologia stealth per evitare il rilevamento. Con tali migliorie, il Giappone “consentirà ai jet da combattimento di essere manovrati dalle navi da guerra esistenti, se necessario per migliorare la flessibilità delle loro operazioni”. Il piano sembra rispondere alle preoccupazioni di Tokyo per l’imprevedibilità nordcoreana e l’aggressività cinese nel Mar cinese orientale.