Dopo tre anni di battaglia legale, si è conclusa ieri con un’assoluzione per mancanza di prove l’ultima udienza del processo avviato da Zhou Xiaoxuan, la ragazza che nel 2018 denunciò su Weibo un noto giornalista televisivo per molestie, diventando il volto del movimento #metoo. La difesa chiedeva all’anchorman 500,000 yuan di danni, ma per il tribunale di Haidian le prove fornite non bastano a supportare le accuse. Secondo i legali, la donna farà ricorso in appello. La storia di Zhou, inizialmente celebrata come una vittoria dei diritti delle donne, ha assunto una piega inaspettata quando il responsabile delle avances ha denunciato per diffamazione la giovane donna e un’altra ragazza che aveva divulgato il caso su internet. Da allora il caso è proceduto non senza intoppi. Dopo la prima seduta alla fine dello scorso anno, la seconda udienza, che si doveva tenere a maggio, è stata rinviata senza spiegazione. Il procedimento si è svolto a porte chiuse anziché alla presenza del pubblico come chiesto dalla difesa. Intanto, nell’ultimo anno, il movimento femminista è stato sistematicamente bersagliato dalla censura. Nella giornata di ieri, la polizia è intervenuta per disperdere e mettere a tacere la folla quando una ventina di persone si è radunata fuori dal tribunale per dimostrare il proprio supporto nei confronti di Zhou.  Un altro caso di alto profilo che ad agosto ha coinvolto due dipendenti di Alibaba si è concluso con una settimana fa lo scagionamento dell’accusato. Lunedì la moglie dell’uomo ha dichiarato che il marito ha sporto una querela contro la collega per calunnia, falsa accusa e atti osceni. [fonte Guardian, WSJ]

Cina: il marxismo contro i rumors online

Continua la stretta di Pechino sul web. Nella giornata di ieri il Partito comunista cinese e il Consiglio di Stato hanno pubblicato congiuntamente una serie di linee guida per la realizzazione di una “civiltà del cyberspazio”. Tutti gli organi governativi sono chiamati ad aumentare e migliorare ulteriormente il controllo sull’ideologia, la cultura, gli standard morali e il comportamento online. Tra le “novità” c’è la richiesta rivolta alle piattaforme di assumersi maggiori responsabilità per quanto pubblicato. Sarà inoltre istituito un meccanismo nazionale di “debunking dei rumors” basato su una nuova piattaforma lanciata il mese scorso dalla Cyberspace Administration of China. Spiegando il motivo dell’intervento statale, la Xinhua ricorda come “il paese mira a consolidare lo status guida del marxismo nella sfera ideologica del cyberspazio, a promuovere un’ideologia comune tra l’intero partito e il popolo cinese e a interiorizzare i valori socialisti fondamentali”. [fonte Bloomberg, scmp]

Ambasciatore cinese all’Onu chiede un’indagine sui crimini americani in Afghanistan

L’inviato cinese alle Nazioni Unite ha chiesto un’indagine internazionale sui crimini e l’uccisione dei civili commessi dagli Stati Uniti durante la guerra in Afghanistan. L’appello è stato lanciato ieri durante la 48a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Chen Xu ha chiesto a Washington di riflettere sui propri errori e ammettere le gravi violazioni dei diritti umani. “Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano condotto un intervento militare in Afghanistan per venti anni, che ha gravemente minato la sovranità e l’integrità territoriale” del paese e “compromesso il suo sviluppo economico e sociale”. L’ambasciatore ha quindi ricordato come gli americani “abbiano l’obbligo di adempiere al loro impegno per la ricostruzione pacifica dell’Afghanistan piuttosto che semplicemente andarsene e trasferire l’onere [della ricostruzione nazionale] alla comunità internazionale”. La posizione di Chen fa eco a quanto intimato negli scorsi giorni dal ministro degli Esteri cinese, annunciando 31 milioni di dollari di aiuti al nuovo Emirato. “Esortiamo gli Stati Uniti a smettere di imporre la propria ideologia e i propri valori, e a porre fine all’uso dei diritti umani come pretesto per costringere e sopprimere gli altri” ha concluso Chen citando discriminaziome razziale. [fonte GT]

La Cina temeva un attacco militare di Trump

Il capo di stato maggiore delle Forze armate Usa, Mark Milley, contattò segretamente il capo delle Forze armate cinesi, Li Zuocheng, in due occasioni lo scorso anno, per rassicurare Pechino in merito a un possibile attacco armato nelle concitate fasi finali del governo Trump. A raccontarlo è il giornalista del Washington Post, Bob Woodward, nel suo ultimo libro “Peril”. Secondo Woodward, negli ultimi mesi della precedente amministrazione Trump Milley assunse l’iniziativa di contattare la controparte cinese per rassicurarla che in nessun caso gli Stati Uniti avrebbero assunto iniziative militari. Le telefonate in questione si sarebbero tenute il 30 ottobre 2020, quattro giorni prima della sconfitta elettorale di Trump, e l’8 gennaio, due giorni dopo l’assalto di sostenitori di Trump al Congresso. Stando alla ricostruzione del giornalista, Pechino temeva seriamente che lo shock per l’esito del voto avrebbe spinto l’allora presidente a compiere un gesto estremo. [fonte SCMP]

Wikipedia espelle 7 utenti cinesi

La Wikipedia Foundation ha bandito sette utenti della Cina continentale dai suoi siti web a livello globale e ha revocato l’accesso come amministratori ad altre 12 persone in risposta alle presunte minacce ricevute da alcuni utenti di Hong Kong. Il sito HKFP, che ha riportato la notizia in esclusiva, definisce il provvedimento senza precedenti. Nei momenti più accesi delle proteste la nota enciclopedia online aveva fatto da sfondo a una “guerra di editing”. Nel mirino della Fondazione c’è un “gruppo non riconosciuto” di utenti della Cina continentale identificato come un “rischio per la sicurezza”. Secondo quanto dichiarato martedì da  Maggie Denni, vice presidente della Comunità della Resilienza e della Sostenibilità, l’intervento serve a scongiurare l'”infiltrazione nei sistemi Wikimedia, comprese le posizioni con accesso a informazioni di identificazione personale”. Il gruppo in questione, che conta in tutto 300 membri, si chiama Wikimedians of Mainland China (WMC) e – a differenza della sigla che riunisce gli utenti di Hong Kong (WMHKG) – non è riconosciuto ufficialmente dalla Fondazione. Il caso riaccende i riflettori sulla pervasività della propaganda cinese, che non sempre è diretta dal governo. Wikipedia è inaccessibile in Cina dal 2019, sebbene alcuni user siano rimasti attivi nella comunità. [fonte HKFP]

Accordo Cina-Usa per isolare la giunta birmana all’Onu

Un accordo raggiunto da Stati Uniti e Cina impedirà alla giunta militare birmana di intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in programma per la prossima settimana. A riferirlo sono fonti diplomatiche di Foreign Policy, secondo le quali, l’intesa prevede però come contropartita che l’ambasciatore del Myanmar all’Onu, esponente del governo civile deposto lo scorso febbraio, moderi la retorica contro il governo militare che ne ha caratterizzato le dichiarazioni sin dall’inizio dell’anno. L’accordo tra Washington e Pechino servirà a ritardare almeno sino al mese di novembre il formale riconoscimento della giunta birmana come governo legittimo del Paese. Secondo le indiscrezioni, la manovra sino-americana avrebbe già ottenuto il sostegno informale dell’Unione europea, dell’Asean e della Russia. L’incontro, in programma la prossima settimana a New York, dovrebbe culminare in una presa di posizione su chi debba rappresentare il Myanmar al Palazzo di Vetro: se un inviato del regime militare, o un rappresentante del Governo di unità nazionale istituito da ex parlamentari insieme ai rappresentanti delle minoranze etniche in lotta contro l’Esercito birmano regolare. Intanto nella giornata di ieri, Aung San Suu Kyi, è tornata in tribunale per rispondere delle accuse di violazione dei protocolli per il contenimento del Covid-19. La donna –  agli arresti domiciliari dal 1 febbraio – aveva saltato un’udienza a causa di un malessere durante il tragitto in auto. [fonte Foreign Policy]