Dietro il rinvio di un anno delle elezioni del Consiglio Legislativo di Hong Kong, inizialmente previste lo scorso settembre ma rimandate a causa della pandemia di Covid-19, forse c’è il tentativo di modificare il sistema elettorale di Hong Kong. Secondo due fonti anonime dell’ambiente finanziario di Hong Kong, c’è un piano preciso di Pechino per definire un nuovo assetto del complesso sistema elettorale dell’ex colonia britannica. I numerosi arresti di attivisti democratici negli scorsi mesi sono stati condotti dal governo centrale insieme a quello locale per evitare un’ondata di proteste simile a quella di 18 mesi fa. Secondo quanto riportato dalle due fonti, i funzionari cinesi stanno discutendo i modi per cambiare il sistema elettorale, mentre le elezioni potrebbero essere ulteriormente rimandate. Sarebbero in corso diversi colloqui avanzati sui cambiamenti strutturali al sistema politico di Hong Kong, inclusa la possibilità di ridurre l’influenza dei democratici su un comitato elettorale di 1.200 persone per selezionare nel 2022 il prossimo Chief Executive. Le conferme di una probabile modifica al sistema elettorale dell’ex colonia britannica arrivano dal Global Times: in un editoriale, il quotidiano diretto da Hu Xijin ha sottolineato che “garantire la sicurezza di tutte le elezioni a Hong Kong è un requisito inevitabile per mantenere la sicurezza nazionale”. Intanto questa mattina altre 11 persone sono state arrestate per aver supportato i 12 attivisti che lo scorso agosto cercarono di raggiungere Taiwan via mare. Dieci sono stati recentemente condannati fino a tre anni di reclusione per aver “organizzato e partecipato ad un attraversamento illegale della frontiera”.  [fonte Reuters, AFP]

Hrw denuncia: in Cina il peggior momento dal 1989 per la tutela dei diritti umani

La Cina è nel pieno del suo periodo più buio sul fronte dei diritti umani dal massacro di Tiananmen del 1989. Lo denuncia Human Rights Watch nel World Report 2021, il rapporto annuale che passa in rassegna la situazione della tutela dei diritti umani in oltre cento paesi del mondo. Una pagella negativa per il governo di Pechino, dove è valutata la condizione della repressione delle minoranze etniche e religiose nello Xinjiang, Mongolia e Tibet, ma anche di quella politica ad Hong Kong a causa dell’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale e degli arresti degli attivisti democratici. Secondo il monitoraggio della Hrw, la condizione in Cina si è aggravata con l’arrivo della pandemia, in particolare con l’iniziale insabbiamento dell’epidemia da parte delle autorità cinesi e con la punizione dei medici, che hanno dato le prime notizie sulla diffusione del virus a Wuhan, tra cui Li Wenliang, oppure di giornalisti, come Zhang Zhan, che hanno riferito sul primo periodo di lockdown nella città focolaio del coronavirus. Secondo l’organizzazione per la tutela dei diritti umani, il 2020 avrebbe potuto essere l’anno in cui i governi mondiali potevano respingere le politiche di repressione della Cina, senza il timore di ritorsioni. Proprio nell’anno appena concluso, si ha avuto prova dell’autoritarismo del governo cinese, con una maggiore fidelizzazione al Partito comunista cinese. Anche la censura di Internet, la sorveglianza di massa e gli sforzi per sinizzare la religione si sono intensificati in tutta la Cina; inoltre, Hrw nota come siano aumentati anche gli arresti o le sparizioni di attivisti e giornalisti, molto spesso accusati di “incitamento alla sovversione” o di “litigare e provocare problemi”, un’accusa comune mossa contro i dissidenti e attivisti sgraditi al Partito. Ma soprattutto Hrw sottolinea che la repressione è peggiorata in ogni aspetto della società cinese da quando Xi Jinping è salito al potere. Nel rapporto, non mancano le critiche mosse verso Bruxelles, in particolare per l’accordo commerciale raggiunto a fine dicembre 2020: l’Ue, infatti, è valutata negativamente per aver chiuso un occhio sul lavoro forzato nella regione dello Xinjiang. [fonte The Guardian]

La Cina lancia il nuovo modello di maglev che viaggia oltre i 600km/h

La Cina ha lanciato un prototipo di un veicolo a levitazione magnetica all’avanguardia che, secondo i suoi sviluppatori, potrebbe avviare un sistema di trasporto ferroviario più economico e veloce. I ricercatori della Southwest Jiaotong University hanno svelato mercoledì a Chengdu il nuovo treno a levitazione magnetica e la pista di prova di 165 metri; il treno può raggiungere una velocità di 620 km/h, ma i ricercatori sono al lavoro per aumentare la velocità fino a 800 km/h: una velocità che potrebbe avvicinarsi a quella di alcuni aerei. La Cina ha il servizio maglev commerciale più veloce del mondo, Shanghai Transrapid, che ha iniziato le operazioni nel 2002 e ha una velocità massima di 430 km/h e il nuovo veicolo fa parte dell’ambizioso piano di Pechino di creare collegamenti più veloci tra le città. Una linea maglev più veloce con tecnologia superconduttrice, che viaggia a 500 km/h, dovrebbe partire in Giappone nel 2027 per collegare Tokyo a Nagoya. Ma i ricercatori della Southwest Jiaotong University sostengono che la loro tecnologia maglev superconduttrice è più economica di quella delle loro controparti giapponesi [fonte SCMP]

Biden sceglie il futuro zar asiatico

Una nuova mossa dalla futura amministrazione del presidente americano Joe Biden è progettata per riflettere la crescente importanza delle relazioni tra Usa e Cina. Il prossimo inquilino della Casa Bianca ha creato un nuovo ruolo all’interno del Consiglio di sicurezza nazionale, il “coordinatore per l’Indo-Pacifico”, che si occuperà delle politiche di contenimento della Cina in Asia. Come confermato ieri da un portavoce, il ruolo sarà di Kurt Campbell, già assistente del segretario di Stato per gli Affari dell’Asia orientale e del Pacifico nell’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama. Il futuro coordinatore della regione riferirà al consigliere per la Sicurezza nazionale, carica che sarà affidata a Jake Sullivan. Biden ha deciso di istituire il nuovo ruolo all’interno della Casa Bianca “in ragione della crescente importanza legata alle minacce provenienti dalla Cina” e della necessità “di integrare meglio le politiche sulla Cina tra le diverse agenzie governative con a capo un esperto di Asia”. Insieme a Sullivan, Campbell, che ha contribuito a definire la strategia politica nota come “Pivot to Asia”, è considerato uno dei democratici più aggressivi in Cina. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di due anni fa, ha detto che Washington aveva bisogno di un “ripensamento chiaro” del suo approccio a Pechino dopo anni in cui l’establishment della politica estera statunitense aveva previsto erroneamente il percorso della Cina.  [fonte NIKKEI]

Ha collaborato Alessandra Colarizi

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