Ridurre la dipendenza dal mercato di altri paesi, a partire dalla Cina. È quanto si prefigge l’Unione europea che nella giornata di ieri ha presentato il piano per la revisione della sua strategia industriale. Bruxelles vuole limitare l’approvvigionamento da fornitori stranieri in sei aree strategiche, come materie prime, semiconduttori, prodotti farmaceutici, così come prodotti rilevanti per la transizione ecologica e quella digitale. Il provvedimento ha il carattere d’urgenza, dopo che l’emergenza sanitaria, e la conseguente crisi economica, ha mostrato le criticità sulla dipendenza da catene di approvvigionamento estere. Bruxelles ha per questo individuato 5.200 prodotti importati nell’Ue, classificandone 137 come “strategici”, di cui circa la metà proviene dalla Cina. Con lo scopo di diversificare le catene di approvvigionamento internazionali, l’Ue potrebbe mettere insieme risorse per creare una piattaforma interna attraverso nuove alleanze industriali nei settori strategici importanti (Important Projects of Common European Interest – IPCEI). Le misure dell’Ue prevedono quindi la diversificazione dell’offerta e della domanda, facendo affidamento su diversi partner commerciali e industriali che beneficiano anche di finanziamenti dei singoli stati europei. Sempre nella giornata di ieri, la Commissione Ue ha presentato una proposta di regolamento per bloccare l’ingresso nella Ue di aziende di Paesi terzi finanziate dal governo e garantire parità di accesso al mercato unico. Il provvedimento, che dovrà essere votato dal europarlamento, sembra essere pensato per le imprese cinesi o arabe, sebbene non siano esplicitate. Ma l’attenzione all’economia comunitaria ha un peso maggiore rispetto alle condizione della tutela dei diritti umani. Per il secondo mese consecutivo, l’Ue ha rinunciato alla discussione del dossier sull’inasprimento del controllo di Pechino a Hong Kong, in mancanza di una quadra comune. Secondo una fonte del South China Morning Post, il punto relativo all’ex colonia britannica è stato rimosso dall’ordine del giorno della riunione preparatoria che si è tenuta ieri, in vista delle due riunioni dei 27 ministri degli esteri dell’Ue che si terranno oggi e lunedì prossimo. Probabilmente a frenare l’azione concreta è proprio uno dei punti del dossier che non trova l’appoggio di diversi paesi membri, come l’Ungheria. Una bozza di documento visionata dal SCMP prevede la discussione su una serie di misure da adottare in risposta ai “cambiamenti elettorali imposti a Hong Kong”. Approccio diverso invece per quel che riguarda l’India. Bruxelles e New Delhi potrebbero tenere nella giornata di sabato incontri bilaterali per rilanciare i colloqui sugli accordi di libero scambio, che potrebbe legare due delle più grandi economie del mondo in un’alleanza per frenare l’ascesa della Cina. L’accordo potrebbe essere vantaggioso in particolare per Bruxelles: secondo uno studio del 2020 realizzato dal Parlamento europeo, l’Ue potrebbe guadagnare fino a 8,5 miliardi di euro con l’accordo commerciale con l’India. [fonte Reuters, Eu, SCMP, Reuters]

Il G7 fa quadrato intorno a Taiwan

Hong Kong, il Mar cinese meridionale, il Xinjiang ma soprattutto Taiwan. Il comunicato rilasciato ieri al termine del G7 londinese condanna senza giri di parole la strategia muscolare dispiegata da Pechino per rivendicare la sovranità sull’isola democratica. Letteralmente: “sottolineiamo l’importanza della pace e della stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan. Ribadiamo la nostra forte opposizione a qualsiasi azione unilaterale che potrebbe intensificare le tensioni e minare la stabilità regionale e l’ordine internazionale. Esprimiamo seria preoccupazione per i rapporti di militarizzazione, coercizione e intimidazione nella regione”. Secondo Politico, è la prima volta che le potenze europee -incluse Germania e Francia – assecondano formalmente la linea americana in difesa dell’ex Formosa, uno dei topic più discussi durante la sessione di martedì, sebbene – come specifica il quotidiano americano – “non tutti i paesi membri del G7 condividono la stessa opinione nel riconoscere Taiwan come uno stato indipendente”. La dichiarazione congiunta, tuttavia, considera “significativa” – e pertanto necessaria – una partecipazione di Taipei nell’Oms e all’Assemblea mondiale della sanità. Partecipazione a cui Pechino continua a opporsi. La Cina, vero convitato di pietra, è stata inoltre criticata per le attività cibernetiche, le politiche mercantilistiche e la repressione delle libertà in Tibet, a Hong Kong e nel Xinjiang. Ma la porta rimane aperta per quanto riguarda la cooperazione nei dossier del Clima e della Salute globale, due temi cari al presidente cinese Xi Jinping. [fonte Politico]

La Cina interrompe il Dialogo economico strategico con l’Australia

La Commissione per lo sviluppo e le riforme ha “sospeso a tempo indefinito” tutte le attività previste nell’ambito del Dialogo economico strategico Cina-Australia. Spiegando la decisione, l’agenzia di pianificazione economica cinese ha citato la “mentalità da guerra fredda e la discriminazione ideologica” di alcuni funzionari del governo del Commonwealth australiano, reponsabili per l’interruzione dei “normali scambi e la cooperazione tra Cina e Australia”. Chiaro riferimento alla recente cancellazione dell’accordo tra lo stato di Victoria e Cina nell’ambito della Belt and Road Initiative su ordine del governo federale. Le relazioni tra Pechino e Canberra sono in caduta libera da anni. La richiesta di indagini sull’origine del coronavirus è valsa all’Australia un posto nella lista nera del governo comunista, mentre il recente annuncio di una revisione del contratto di locazione concesso alla cinese Landbridge Group  nel porto australiano di Darwin lascia intravedere nuove tensioni all’orizzonte. Stando agli esperti, tuttavia, la sospensione del meccanismo di dialogo ha valore perlopiù simbolico: l’ultimo incontro risale al 2017 e i rapporti diplomatici tra i due paesi sono ormai congelati da tempo. [fonte SCMP, ABC]

Un incontro bilaterale tra Usa e Cina per annullare i dazi

A tre anni dalla loro introduzione, i dazi statunitensi sulle merci cinesi sono ancora in vigore. Ma qualcosa potrebbe cambiare. Ne è convinta Katherine Tai, rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, che, parlando a una conferenza organizzata dal Financial Times, non ha allontanato l’ipotesi di un incontro a “breve termine” con il vice premier cinese Liu He. Un netto cambio di passo rispetto a cinque settimane fa, quando la responsabile per il commercio Usa ha detto che un incontro con Liu avrebbe avuto luogo solo in un momento ritenuto opportuno. L’amministrazione Biden sta conducendo un’ampia revisione della sua politica commerciale con la Cina – parte di una valutazione delle sue relazioni con il gigante asiatico – e sta valutando se Pechino abbia rispettato i termini dell’accordo commerciale di fase uno firmato nel gennaio 2020. Molte delle tariffe sono rimaste in vigore anche dopo l’accordo di fase uno, quando la Cina si è impegnata ad acquistare più beni americani, compresi quelli del settore agricolo, manifatturiero ed energetico. Ma gli acquisti cinesi non hanno raggiunto gli obiettivi previsti. Secondo un’analisi delle statistiche commerciali di entrambi i paesi realizzata da Chad Bown del Peterson Institute for International Economics, nei primi tre mesi del 2021, la Cina ha importato il 75% mentre gli Stati Uniti il 61%. [fonte SCMP]

Di Serena Console e Alessandra Colarizi

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