La NATO ha ammesso per la prima volta che l’ascesa cinese rappresenta “un’opportunità ma anche una sfida da affrontare insieme.” Nel comunicato congiunto rilasciato ieri al termine del vertice per i 70 anni dell’organizzazione, i 29 membri dell’Alleanza hanno espresso la necessità di garantire la sicurezza delle comunicazioni, in vista del 5G. Proprio la rete di quinta generazione è uno dei principali temi contenuti nel “China Plan”, un piano d’azione che spiega agli alleati come affrontare la superpotenza. Sette sono i requisiti di base ai quali i singoli paesi devono uniformarsi nella valutazione dei rischi, compreso il modo in cui reagire nelle dispute marittime e in caso di interruzione della comunicazione. Ma l’approccio divisivo dell’Europa potrebbe comprometterne l’attuazione. Trump nega e asserisce di aver incassato il supporto italiano nella sua campagna anti-Huawei, mentre Boris Johnson ha lasciato intendere che l’azienda cinese potrebbe essere completamente esclusa dal 5G britannico. Alla viglia del summit, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg aveva dichiarato che “non c’è rischio che la NATO si sposti nel Mar Cinese Meridionale, ma dobbiamo affrontare il fatto che è la Cina ad avvicinarsi a noi e sta investendo massicciamente in infrastrutture. La vediamo in Africa, la vediamo nell’Artico, la vediamo nel cyberspazio. E ora è anche il secondo paese al mondo a spendere di più nella difesa”. [fonte: SCMP, Reuters, Guardian]

Schizzano le esportazioni cinesi verso la BRI

In tempi di decoupling americano, la Belt and Road si sta rivelando un prezioso salvagente. Secondo il SCMP, i paesi coinvolti nel progetto nuova via della seta stanno controbilanciando con successo il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Esemplare è il caso dell’industria tessile del Zhejiang – per tradizione export-oriented – che ha visto raddoppiare o addirittura triplicare gli ordini dall’Africa, con la Nigeria e l’Etiopia a fare da traino. Qualcosa di simile sta avvenendo nel settore dell’automotive, in difficoltà a causa del brusco rallentamento delle vendite sul mercato domestico. Nei primi dieci mesi dell’anno il flusso dei commerci tra la Cina e gli stati BRI ha raggiunto i 945 miliardi di dollari, mettendo a segno un + 9,5% e arrivando a contare per il 29% del totale degli scambi con l’estero. Al contrario, nello stesso periodo, il commercio con gli States ha riportato una flessione del 10,3%. [fonte: SCMP]

Clemenza per gli imprenditori

Clemenza per gli imprenditori. E’ quanto chiesto dal procuratore generale, nonché ministro della Giustizia cinese, Zhang Jun, per supportare – quando la legge lo consente – il settore privato, già duramente colpito dal rallentamento economico. A China Radio International, il funzionario ha spiegato che in fase di indagine “quando possibile, non dovrebbero esserci arresti o accuse” mentre la libertà vigilata e preferibile alla detenzione. La Procura suprema del popolo ha lanciato un periodo di revisione speciale per appurare la condizione degli arrestati conclusasi con un numero imprecisato di rilasci. Secondo Wang, “nei primi 10 mesi dell’anno, la percentuale dei casi di ‘non arresto’ nel settore privato è stata del 29%, 6,9 punti percentuali al di sopra del tasso medio mentre il tasso di accusa è stato del 15,3 per cento, 6,5 punti percentuali in più rispetto alla media.” Secondo uno studio pubblicato nel 2018 dalla Beijing Normal University, tra il 2013 e il 2017, l’85% degli imprenditori coinvolti in procedimenti penali risultava impiegato in aziende private. I tre capi d’accusa più frequenti sono stati raccolta illegale di fondi, appropriazione indebita e pagamento di tangenti. Da tempo il mondo degli affari lamenta la scarsa tutela fornita alle società private, vero motore della crescita. [fonte: SCMP]

Pechino costruisce una centrale solare nello spazio

Il sogno di Isaac Asimov sta per diventare realtà. In Cina. Pechino prevede di realizzare entro il 2035 una centrale solare spaziale che ricorda quanto vagheggiato dallo scrittore di fantascienza nel 1941. Secondo quanto annunciato da ricercatori della China Academy of Space Technology durante un forum sino-russo a Xiamen, l’impianto – del peso di 200 tonnellate – riuscirà a catturare l’energia del sole che non arriva mai sul nostro pianeta, così da convertirla in microonde o laser per infine irradiarla in modalità wireless sulla superficie terrestre per il consumo umano. Il progetto – a cui il governo cinese lavora dal 2008 – comprende intanto la costruzione di una base a Bishan, nei pressi di Chongqing, per lo studio della trasmissione di energia wireless ad alta potenza e il suo impatto sull’ambiente. [fonte: Xinhua]

Il trionfo degli studenti cinesi

I nuovi risultati del PISA (Programme for International Student Assessment) relativi al 2018 sono usciti e parlano chiaro. L’indagine promossa dall’Osce, che ogni tre anni analizza il livello di conoscenza di alcune materie degli studenti quindicenni di una rappresentanza di paesi, ha come vincitore assoluto la Cina. Dei 11.785 studenti oggetto di esame in 79 sistemi educativi, tra scuole sia pubbliche sia private, le migliori performance in scienze, matematica e lettura vanno agli studenti cinesi che primeggiano in tutte le materie, seguiti da quelli di Singapore, Macao e Hong Kong.  Un trionfo asiatico quindi, che ha però risvegliato polemiche mai sopite. Come già successo per la precedente edizione del PISA infatti, anche questa volta si sono levate voci discordanti. Esperti ed accademici americani (la cui rappresentanza ha registrato risultati mediocri) hanno avanzato dubbi sulle performance cinesi di quest’anno, nettamente in crescita rispetto a quelle della scorsa edizione, che pure aveva registrato risultati positivi. Ad essere criticata è inoltre la libertà di scelta che viene lasciata alla Cina,  di selezionare le provincie che partecipano all’esame. Quest’anno sono state presentate scuole da Pechino Shanghai, Jiangsu, e Zhejiang, quest’ultima sostituitasi al Guandong, presente nell’edizione precedente. Altro dubbio lecito che viene avanzato è che la selezione, che porta a scegliere le province più ricche ed avanzate del paese, non rappresenti la condizione dell’intera popolazione del paese, oltre a non comprendere la popolazione di studenti figli di migranti e privi di hokou, che risiedono nelle  regioni prese in esame. [fonte: WaPo]

Gli influencer al servizio del partito

Ormai si sa, il web cinese costituisce non solo un termometro degli umori popolari, ma anche un mezzo con cui orientare l’opinione pubblica. Da tempo Pechino ricorre a smanettoni prezzolati (il cosiddetto esercito dei 50 centesimi) per domare il dibattito online. In futuro accanto a loro ci saranno veri e propri opinion leader. La scorsa settimana, funzionari del Fronte Unito, della cyber administration e del dipartimento di propaganda si sono incontrati a Pechino per discutere sul possibile ruolo educativo degli influencer nella giungla di internet. [Lavoreremo duramente per portarli dalla parte del Partito Comunista, in modo da concentrare la saggezza e il potere per raggiungere il ringiovanimento del popolo cinese e il sogno cinese”, ha affermato You Quan, direttore del dipartimento del Fronte Unito. Le star della rete saranno sottoposte a sessioni di formazione e chiamate a produrre contenuti sani e a partecipare attivamente alle principali campagne di propaganda online. Considerati i numeri stratosferici totalizzati dal livestreaming e app quali Douyin, cooptare gli account più popolari potrebbe rivelarsi una mossa astuta. Resta da appurare il reale potenziale educativo di truccatrici e tracannatori di shottini. [fonte: SCMP]

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