Kim Jong-un è di nuovo in Cina. Il leader nordcoreano, alla sua quarta trasferta cinese, è giunto a Pechino questa mattina e si tratterrà fino a giovedì, hanno confermato i media nordcoreani e cinesi. La visita, che coincide con il 35esimo compleanno di Kim, sarebbe avvenuta su invito di Xi Jinping, anche se il tempismo gioca a vantaggio del giovane statista. L’agenda 2019 del giovane leader è già piena. Proprio in queste ore Pyongyang e Washington discutono la location per un secondo meeting tra Kim e Trump (la sfida è tra Hanoi, Bangkok e le Hawaii), mentre da mesi si parla di una possibile visita a Seul, la prima da parte di un discendente della dinasia Kim. Avere l’appoggio dell’alleato cinese è più che mai necessario in questo momento di ridefinizione della strategia estera. Nel suo discorso per il nuovo anno, Kim ha avvertito che la mancanza di reciprocità da parte di Washington nel processo di denuclearizzazione spingerà la Corea del Nord verso “una strada alternativa”, forse più vicina a Pechino. E’ una lealtà che alla Cina di certo torna comoda. Proprio in queste ore, nella capitale cinese una delegazione americana è impegnata in colloqui viceministeriali per raggiungere un accordo commerciale stabile prima del 1 marzo.

Liu He inatteso “ospite” dei negoziati Cina-Usa

Secondo il Wall Street Journal, Washington è alla ricerca di rassicurazioni sui dettagli e le tempistiche delle concessioni offerte da Pechino riguardo alla tutela della proprietà intellettuale delle aziende statunitensi nonché all’acquisto di prodotti agricoli ed energetici. Mentre nulla di ufficiale è stato ancora annunciato, la comparsa inattesa del braccio destro del presidente cinese Liu He sembrerebbe confermare le buone intenzioni del gigante asiatico. Se il primo round di negoziazioni si concluderà positivamente, il vicepremier dovrebbe incontrare il temuto US Trade Representative Robert Lighthizer verso la fine di gennaio. Prima che i festeggiamenti per il Capodanno cinese sospendano i colloqui.

Pechino implicato nello scandalo del fondo malese

Una corposa inchiesta del Wall Street Journalmette a nudo i torbidi affari di Pechino in Malaysia, gettando ulteriore fango sulla controversa Belt and Road. Secondo i documenti ottenuto dal quotidiano, il governo cinese avrebbe offerto il proprio aiuto economico per salvare il fondo governativo malese al centro dello scandalo che ha portato all’arresto dell’ex premier Najib Razak, accusato di aver fatto sparire quasi 700 milioni di dollari. In cambio il governo di Kuala Lumpur avrebbe concesso alle aziende statali cinesi contratti per un importo superiore al valore di mercato così da utilizzare parte del ricavato per rabboccare il fondo. L’indagini fa inoltre luce sulle diramazioni delle autorità di pubblica sicurezza a Hong Kong, dove i giornalisti del Journal sono stati sottoposti a sorveglianza costante nel tentativo di impedirne le ricerche. Accusata di neocolonialismo dagli Stati Uniti, nell’ultimo anno la Belt and Road è finita vittima dei vari ribaltoni elettorali. Proprio in Malaysia la maggior parte dei progetti energetici e infrastrutturali sono al momento oggetto di rinegoziazioni. Secondo un recente sondaggio dell’ ISEAS-Yusof Ishak Institute, il 70% dei paesi del Sudest asiatico si sarebbe detto preoccupato dall’esposizione debitoria nei confronti degli investimenti cinesi.

Multa di 1000 rmb per uso di VPN

La stretta sui VPN comincia a mietere vittime. Secondo i media statali, nel Guangdong un uomo di nome Zhu Yunfeng è stato costretto a pagare una multato di Rmb1,000 ($145), circa un quinto dello stipendio medio mensile nella città di Shaoguan, per aver ottenuto l’accesso a siti straniere attraverso la famosa app Lantern. Stando al comunicato della polizia, Zhu è stato punito sulla base della legge di pubblica sicurezza introdotta nel 1997 che proibisce l’accesso all’ “Internet straniero” senza permesso. Nel 2017, Pechino ha approvato nuove norme secondo le quali solo i fornitori approvati dal governo possono gestire VPN, costringendo le multinazionali a comprare costosi servizi di proprietà statale, talvolta tagliando le proprie connessioni private. Quello stesso anno Apple ha rimosso 674 VPN dal suo App Store cinese.

Tra dazi e rallentamento economico schizzano gli scioperi

Gli effetti della guerra commerciale cominciano a colpire anche i lavoratori. Secondo il China Labour Bulletin, negli ultimi tre mesi del 2018, la morsa dei dazi abbinata al generale rallentamento dell’economia cinese, ha innescato almeno 35 scioperi nel sud del Paese: 16 nel Guangdong, 12 nel Jiangsu, 7 nel Fujian, quasi la metà concentrata settore manifatturiero. “Il non pagamento dei salari –  afferma il report – è la prima causa delle proteste. Nel tentativo di salvare la loro impresa in momenti difficili, i propretari delle aziende hanno smesso semplicemente di pagare i salari. Un altro importante fattore è il mancato versamento della pensione. Senza lavoro e senza pensione e con pochissimo aiuto da parte dei governi cittadini e degli uffici del lavoro, gli operai non hanno altra scelta che organizzare proteste collettive per ricevere ciò che è loro dovuto”.

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