In Cina e Asia – Il caso Huawei travolge l’Europa

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

L’arresto di un dirigente di Huawei in Polonia per spionaggio non complica soltanto la posizione internazionale dell’azienda cinese – di cui la CFO è agli arresti domiciliari in Canada su richiesta degli Stati Uniti – ma mette anche in risalto l’approccio divisivo portato avanti dall’Europa nei confronti della Cina. Mentre Ungheria, Grecia e Portogallo rafforzano le relazioni con il gigante asiatico, la Polonia rimane uno dei più preziosi alleati di Washington nell’Unione europea ed è anche tra i paesi meno remissivi nei confronti di Pechino all’interno del blocco 16+1, la piattaforma con cui la Cina promuove la Belt and Road nell’Europa centrale e orientale. A stretto giro dall’arresto, il ministro degli Interni polacco ha chiesto un intervento congiunto di NATO ed Ue per valutare un’eventuale esclusione di Huawei dai paesi membri dell’Unione. L’allarme di Varsavia arriva a stretto giro da avvertimenti simili nella Repubblica Ceca. Il pressing cinese nell’Europa dell’Est viene spesso letto nell’ambito di una strategia del divide et impera, ma ormai le espressioni di disappunto non mancano nemmeno tra gli amici del 16+1.

Investimenti cinesi negli Usa ai minimi da sette anni

La guerra commerciale con gli Stati Uniti abbinata alle restrizioni sulla fuoriuscita di capitali hanno fatto crollare gli investimenti cinesi sull’altra sponda del Pacifico ai minimi da sette anni. Secondo l’ultimo report di Rhodium Group, nel 2018 le acquisizioni e gli investimenti effettuati dai player cinesi nelle società americane sono scesi a quota 4,8 miliardi, un 84% in meno rispetto ai 29 miliardi del 2017 e in calo del 90% rispetto al 2016 (46 miliardi). Tenendo conto dei 13 miliardi di asset venduti dalle conglomerate indebitate, gli asset in mano cinese sono crollati a 8 miliardi. Mentre gli investimenti diretti segnano una traiettoria discendente, l’interesse cinese per il Nord America viene comunque sostenuto dal settore del venture capital, dove il gigante asiatico ha iniettato la cifra record di 3,1 miliardi di dollari. Ma le restrizioni varate da Washington per ostacolare l’acquisizione di tecnologia “made in Usa” gettano ombre fosche sul futuro. Un dato da tenere in considerazione: secondo Rhodium, tra il 200 e il 2017, il 21% dell’apporto di capitale di rischio è giunto da fondi cinesi statali, mentre lo scorso anno la percentuale è salita addirittura al 41%.

La Banca Mondiale, nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa?

Le dimissioni di Jim Yong Kim alla presidenza della Banca Mondiale rischiano di aprire un altro fronte nella guerra tra Stati uniti e Cina. L’istituto è dalla fine della seconda guerra mondiale emanazione del Washington Consensus e, secondo un accordo non scritto, i suoi presidenti vengono scelti dall’establishment americano. Durante il mandato di Kim, tuttavia, la Banca Mondiale ha affiancato Pechino nello sviluppo di diversi progetti sotto il cappello della Belt and Road. Le posizioni filocinesi di Kim sembrano avergli creato non pochi nemici. Proprio di recente il dipartimento del Tesoro ha messo in guardia dalla penetrazione cinese nelle banche di sviluppo internazionali così come dal debito accumulato dai paesi emergenti nei confronti di Pechino. A dimostrazione delle crescenti ostilità, lo scorso anno i finanziamenti erogati dalla World Bank alla Cina sono scesi a quota 1,8 miliardi di dollari, un 30% in meno su base annua.

La censura cinese colpisce la tecnologia blockchain

Pechino sfida il principio cardine della tecnologia blockchain: l’anonimato. Secondo nuove regole annunciate la scorsa settimana dalla Cyberspace Administration of China, a partire dal 15 febbraio i fornitori di servizi blockchain saranno tenuti a registrare nome, tipo di servizio e indirizzo del server almeno 10 giorni prima di offrire i loro servizi al pubblico. Verrà inoltre richiesto che le persone che utilizzano tali servizi forniscano alle autorità il proprio numero di carta d’identità o numero di telefono nazionale, mentre le organizzazioni dovranno fornire il loro codice di registrazione. Le nuove linee guida invitano inoltre i provider a censurare qualsiasi contenuto “ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale”. I fornitori di servizi e gli utenti scoperti a “produrre, duplicare, pubblicare e diffondere” informazioni vietate dalla legge cinese saranno puniti con la sospensione del servizio e una multa tra i 20.000 e i 30.000 yuan (da $ 3.000 a $ 4.400). Lo scopo conclamato è quello di stimolare un ambiente di sviluppo sano, ma non è un caso che l’attenzione delle autorità giunga in seguito all’utilizzo della tecnologia per aggirare la censura durante la campagna di #metoo e lo scandalo dei vaccini.

Lotta all’inquinamento: i cinesi vivranno 3 anni di più

Se la Cina riuscirà ad attenersi ai livelli di qualità dell’aria consigliata dalla World Health Organisation, le prospettive di vita della popolazione cinese potrebbe venire prolungate di quasi 3 anni. Ma secondo uno studio dell’ Energy Policy Institute at the University of Chicago (EPIC), in realtà gli ultimi cinque anni di campagna anti-inquinamento hanno già portato dei risultati tangibili.”La Cina sta vincendo la sua guerra contro l’inquinamento…se questo trend sarà sostenuto, (il paese) vedrà miglioramenti nella salute generale della sua popolazione con aspettative di vita più lunghe”, ha affermato il direttore di EPIC Michael Greenstone. Secondo l’EPIC, il miglioramento della qualità dell’aria registrato dalla città settentrionale di Tianjin, negli ultimi cinque anni ha già aumentato di 1,2 anni la vita media dei suoi 13 milioni di abitanti. Secondo il ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, nel 2018 in totale 338 città hanno goduto di una buona qualità dell’aria per il 79,3 percento dei giorni l’anno scorso, con un aumento dell’1,3 percento su base annua, in linea con le aspettative del governo. Va detto, tuttavia, che il 2019 non è cominciato nel migliore dei modi: nel weekend sette aree nel nord del paese – compresa Tianjin – hanno emesso il secondo livello d’allerta.

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