Non si fermano le proteste a Hong Kong dove, all’indomani del ferimento di un attivista con un proiettile sparato da un agente a distanza ravvicinata, la popolazione è tornata in strada per condannare l’uso della forza da parte della polizia. Nella giornata di ieri, migliaia di persone hanno preso parte a flash-mob, sit-in e catene umane in sostegno del 18enne, accusato di sommossa e aggressione di un funzionario. Ma nelle prime ore di giovedì, la rabbia è sfociata nuovamente in atti vandalici contro stazioni della metro e attività commerciali di proprietà cinese. Per la polizia l’incidente di martedì è giustificabile come legittima difesa. Ma sono in molti tra le forze dell’ordine a denunciare il mancato supporto del governo e a chiedere una risoluzione politica della crisi. Per facilitare il compito degli agenti, la Junior Police Officers’ Association, spalleggiata da alcuni parlamentari pro-Pechino, ha auspicato l’introduzione di misure preventive. Come ventilato da Carrie Lam, non è escluso infatti l’utilizzo dell’Emergency Regulations Ordinance approvata nel 1922 – impiegata l’ultima volta durante un’ondata di rivolte sinistrose nel 1967 – che consente alla chief executive di introdurre “qualsiasi regola” per garantire la sicurezza pubblica, compresi la censura, arresti improvvisi, perquisizioni e sequestri di proprietà. Intanto secondo  Goldman Sachs  ad agosto i disordini erano già costati a Hong Kong almeno 4 miliardi di dollari in depositi in valuta locale dirottati verso Singapore. {fonte: NYT, Scmp, Bloomberg, ]

Samsung chiude la produzione di smartphone in Cina

Mercoledì la Samsung Electronics Co Ltd ha annunciato la chiusura della sua ultima fabbrica di smartphone in Cina. Fonti ufficiali comunicano che la decisione è stata indotta dall’innalzamento del costo della manodopera in Cina e del rallentamento economico del paese, fattori che hanno costretto anche altre imprese nel settore, tra cui anche Sony, a spostare la produzione in paesi come India e Vietnam, dove i costi di produzione sono meno elevati. L’azienda ha comunque confermato che continuerà a proporre i suoi prodotti ai clienti cinesi in base alle esigenze del mercato e secondo la sua strategia di produzione globale. [fonte: Reuters]

La politica del controllo delle nascite sparisce dalle celebrazioni per il 70esimo della RPC

La controversa politica cinese di pianificazione familiare è stata la grande assente dalla parata per i 70 anni della Rpc, segnale che le restrizioni alle nascite potrebbero presto essere completamente eliminate. Ciò rappresenta un grande cambiamento rispetto a soli sei anni fa, quando l’allora portavoce dell’agenzia di pianificazione familiare si vantava con i media statali che la politica del figlio unico aveva ridotto la popolazione cinese di “oltre 400 milioni” di unità, contenendo “la pressione sulle risorse e sull’ambiente causata dall’eccessiva crescita della popolazione “. Tuttavia, dal 2016, quando la Cina ha abbandonato la politica del figlio unico, il quadro demografico cinese è diventato sempre più cupo, con stime ufficiali che vedono le nuove nascite scendere a 15 milioni [fonte: Scmp]

Myanmar: si accende il conflitto tra Aung San Suu Kyi e i generali in vista delle presidenziali

In Myanmar si è aperta una crisi politica che vedrà scontrarsi nelle prossime elezioni del 2020 l’NLD, partito di Aung San Suu Kyi e il Tatmadaw, le forze militari. Da un lato vi è il generale Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate, che molti sospettano ambire alla presidenza. Sospetti fondati se si considera che i deputati militari, che occupano un quarto di tutti i seggi in parlamento, hanno già presentato una riforma costituzionale che garantirebbe al Comitato di Difesa Nazionale (NDSC) maggiori poteri e più discrezionalità nella nomina dei funzionari statali. Dall’altro lato invece troviamo la Consigliera di Stato Suu Kyi, la cui reputazione è già da qualche tempo in declino a causa della sua posizione riguardo alla strage dei Rohingya. Infatti, è stato proprio il silenzio di Suu Kyi davanti alla carneficina a portare nel 2017 all’introduzione di sanzioni da parte degli Usa e dell’UE, spingendo il paese tra le braccia della Cina in cerca di investimenti. La dipendenza da Pechino, intervenuto in Myanmar con grandi progetti infrastrutturali ha esacerbato il conflitto tra l’NLD e il Tatmadaw, preoccupato dalla forte influenza che i progetti cinesi potrebbero avere in un paese ancora affamato di elettricità come il Myanmar. I militari vedono nelle riforme costituzionali dell’NDSC una difesa contro l’influenza cinese: se Hlaing diventasse presidente, l’NDSC avrebbe il potere di sciogliere governo e parlamento e di reimpostare direttamente un governo militare in nome della sicurezza nazionale. Ad oggi è ancora troppo presto per prevedere cosa accadrà a novembre 2020, in particolare in un paese come il Myanmar, noto per la sua instabilità politica; quel che è certo è che le relazioni tra civili e militari si stanno rapidamente deteriorando e che questi ultimi stanno cercando di rafforzare la propria influenza nel paese [fonte: Asia Times]

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