In Cina e Asia – Hong Kong, primi arresti anche sulla terraferma

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

Sono almeno 1300 gli arresti messi a segno dalla polizia di Hong Kong negli ultimi tre mesi di proteste. Le accuse spaziano dalla “sommossa” all”assemblea illegale”, come nel caso dei leader di Demosisto Joshua Wong e Agnes Chow, rilasciati su cauzione. Ma le manette sono scattate anche sulla terraferma, dove secondo il Los Angeles Times sono circa una ventina gli attivisti finiti dietro le sbarre per aver preso parte alle manifestazioni nell’ex colonia britannica o semplicemente per aver condiviso informazioni sulle proteste. Di oggi la notizia del fermo di un cittadino taiwanese mentre si trovava a Shenzhen dopo aver visitato Hong Kong.  Negli ultimi tempi, sul web cinese, la scure della censura ha lasciato il posto a un utilizzo aggressivo dei media statali per propagare la versione dei fatti così come percepita da Pechino. Lo stesso sta avvenendo sui social network stranieri. Da ultimo un post comparso sulla pagina Facebook del China Daily in cui i manifestanti vengono accusati di terrorismo con allusioni a un altro possibile “nuovo” 11 settembre. L’eventualità che il malcontento dei giovani hongkonghesi contagi i cugini della mainland agita i sonni della leadership comunista. Nel 2014, durante le proteste degli Ombrelli, furono oltre 100 i cinesi a finire in stato di fermo. Secondo diverse testimonianze, le dimostrazioni di piazza hanno causato un aumento dei controlli per chi transita tra Hong Kong e la mainland, con tanto di perquisizione dei dispositivi elettronici [fonti: Los Angeles Times, Guardian, RFA]

Dalla Cina nuove aperture agli investimenti esteri

A distanza di quasi venti anni dal lancio, ieri Pechino ha rimosso il sistema delle quote previsto dal Qualified Foreign Institutional Investor (QFII) e dal RMB Qualified Foreign Institutional Investor (RQFII), i programmi con cui gli investitori esteri possono accedere alle azioni di classe A, ovvero i titoli emessi dalle aziende cinesi istituite in Cina e quotate sulla borsa nazionale. Il portavoce della State Administration of Foreign Exchange ha spiegato che la nuova misura si inserisce nel processo di riforma e apertura del mercato finanziario nazionale. Meno ottimistica tuttavia la visione di Bloomberg, che definisce “la demolizione delle quote l’ammissione del bisogno di denaro piuttosto che una sincera liberalizzazione di un sistema finanziario maturo”. Secondo l’agenzia americana, “la Cina rasenta pericolosamente un doppio deficit nei suoi conti fiscali e correnti. Pertanto ha bisogno di tutto il capitale straniero ottenibile per mantenere il controllo sulla bilancia dei pagamenti ed evitare un ulteriore accumulo di debito.” I due programmi d’altronde avevano perso smalto con l’introduzione dello Shanghai e Shenzhen-Hong Kong Stock Connect. [fonte: Scmp, Bloomberg]

I consumatori cinesi si bevono la Nuova Zelanda 

Il crescente consumo di acqua minerale in Cina rischia di avere ripercussioni ambientali a migliaia di chilometri di distanza. La seconda economia mondiale ogni anno consuma circa 28 miliardi di galloni di acqua in bottiglia, più di un quarto delle forniture mondiale e circa il doppio di quanto consumano gli Stati Uniti. Ma ha risorse idriche limitate: appena il 7% dell’acqua dolce disponibile a livello globale (di cui circa un quarto contaminato) pur contando per il 20% della popolazione mondiale. Risultato: le importazioni cinesi di acqua in bottiglia sono triplicate negli ultimi cinque anni. Secondo la società di ricerca GlobalData, quattro delle 10 più grandi aziende operanti nel settore dell’acqua in bottiglia sono cinesi e mentre la maggior parte attinge a fonti locali, sono sempre di più quelle a rifornirsi oltreconfine per soddisfare un numero crescente di consumatori alla ricerca di prodotti più sicuri e costosi. Lo sanno bene gli abitanti di Hawke’s Bay, regione della Nuova Zelanda dove l’azienda statale cinese OnePure International Group sta prosciugando le falde acquifere, lasciando a secco la comunità locale [fonte: WSJ]

Il Giappone scaricherà acqua radioattiva nel Pacifico

I siti di stoccaggio di acqua radioattiva dopo l’incidente nucleare di Fukushima del 2011 sono ormai quasi esauriti: “L’unica soluzione è quella di versarla in mare e diluirla”. E’ così che nella giornata di ieri il ministro dell’Ambiente Yoshiaki Harada ha annunciato che la Tokyo Electric Power, società che gestisce la centrale nucleare giapponese di Fukushima gravemente lesionata dal terremoto dell’11 marzo 2011, verserà acqua radioattiva nell’Oceano Pacifico. Con ogni probabilità, le conseguenze della manovra non saranno solo di natura ambientale. Proprio lo scorso mese la Corea del Sud – già ai ferri corti con Tokyo per le vecchie divergenze storiche e le recenti restrizioni sull’export – aveva convocato un alto funzionario dell’ambasciata giapponese per ottenere spiegazioni su come sarebbero state trattate le acque reflue provenienti dall’impianto nucleare. Le tensioni con Seul sembrano aver in parte inciso anche sull’ultimo rimpasto di governo, che vede il ministro degli Esteri Taro Kono approdare alla Difesa in sostituzione di Takeshi Iwaya, ritenuto troppo friendly nei confronti del paese avversario [fonte: Guardian, Japan Times]

Bolton si ritira, Pyongyang festeggia

Le dimissioni indotte del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton potrebbero facilitare il riavvicinamento tra Stati Uniti e Corea del Nord. Secondo varie indiscrezioni, le motivazioni del licenziamento sarebbero da attribuire alle molte divergenze emerse rispetto alla postura trumpiana in politica estera. Soprattutto in riferimento ai dossier iraniano, afghano e nordcoreano. Definito da Pyongyang “un maniaco della guerra” e “feccia umana”, Bolton si è distinto per la sua posizione oltranzista contro il Regno eremita, promuovendo una “soluzione libica” alle tensioni nella penisola coreana. Tanto che diverse fonti attribuiscono il fallimento dell’ultimo meeting di Hanoi a un piano da lui redatto e consegnato a Kim Jong-un che prevedrebbe il trasferimento delle armi nucleari nordcoreane in territorio americano. Da ultime le critiche dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale nei confronti degli ultimi test missilistici a corto raggio – sminuiti da Trump alla luce della moratoria sui lanci intercontinentali – potrebbero aver causato lo strappo finale. Ora il suo posto alla Casa Bianca si mormora verrà preso proprio dall’inviato speciale per la Corea del Nord Stephen Biegun, finora rimasto in secondo piano [fonte: AFP]

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