Gli Stati Uniti, lo scorso venerdì, hanno pubblicato nuove direttive da includere nel corpus legislativo in materia di immigrazione, al fine di rendere quasi impossibile per i membri del Partito Comunista ottenere la residenza permanente o la cittadinanza americana. Sebbene non venga menzionato il Partito Comunista Cinese, che vanta 90 milioni di iscritti, la misura di Washington non lascia molto spazio a diverse interpretazioni, colpendo anche il partito cinese. Secondo quanto si legge nell’avviso dell’agenzia federale U.S. Citizenship and Immigration Services, “qualsiasi persona iscritto al partito comunista o a un altro partito totalitario, nazionale o straniero, non può entrare negli Stati Uniti”. Secondo l’annuncio, però, possono essere concesse eccezioni a coloro che dimostrano di essersi iscritti al Partito solo “allo scopo di ottenere un lavoro, razioni di cibo o altri elementi essenziali per vivere”, affermando quindi di non condividere ideologicamente la linea del Partito. L’agenzia americana ha inoltre affermato che la nuova misura fa parte di una più ampia serie di leggi approvate dal Congresso per contenere e combattere le minacce alla sicurezza e alla protezione degli Stati Uniti. In Cina, però, c’è chi ha accolto positivamente la decisione di Washington. Hu Xijin, direttore del Global Times, su Twitter ha elogiato la misura, in quanto consentirebbe ai molti talenti cinesi di rimanere in patria. [fonte SCMP ]

Bruxelles alla Cina: più reciprocità o limitazioni al mercato unico

Nel corso del Consiglio europeo straordinario svoltosi giovedì e venerdì scorso a Bruxelles, i leader dei Paesi Ue hanno posto attenzione anche ai rapporti economici e commerciali con la Cina. La cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente di turno del Consiglio dell’Ue, sottolineando la necessità di riequilibrare le relazioni economiche e di ottenere maggiore reciprocità, ha fatto suonare un campanello d’allarme per la Cina. Bruxelles, infatti, inizierà a limitare l’accesso delle aziende cinesi al mercato unico se la Cina non aprirà i suoi mercati entro la fine di quest’anno. Una misura che dovrebbe portare la Cina a fare un passo indietro e rispettare i precedenti impegni assunti per rimuovere gli ostacoli all’accesso al mercato, realizzando così progressi sulla sovracapacità e avviando negoziati sulle sovvenzioni all’industria in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, l’Unione Europea ha formalmente accettato di limitare i fornitori “ad alto rischio” dalla creazione di tecnologia mobile 5G di prossima generazione: la decisione avvicina il blocco europeo agli Stati Uniti, protagonisti di pressioni esercitate sui suoi alleati per escludere Huawei. Il Consiglio europeo ha invitato la Cina ad assumersi una maggiore responsabilità nella risposta alle sfide globali, in particolare adottando un’ambiziosa azione per il clima, in linea con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, e a favore della biodiversità e sostenendo le risposte multilaterali alla pandemia di COVID-19, in particolare per quanto riguarda i trattamenti e i vaccini. L’appuntamento per discutere delle complicate relazioni dell’Europa con la Cina è rimandato al 16 novembre prossimo: su proposta della Merkel, a Berlino, i leader dei 27 Paesi presiederanno un Consiglio europeo straordinario dedicato alle relazioni Ue-Cina. [fonte SCMP, EUCO]

Il produttore cinese di chip SMIC è finito nel mirino degli Usa

Il produttore cinese di chip Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC), nella giornata di ieri, ha reso noto che alcuni dei suoi fornitori sono stati limitati dalle normative statunitensi sul controllo delle esportazioni e, date le incertezze nelle forniture di apparecchiature statunitensi, la sua attività potrebbe risentirne. SMIC ha anche affermato di aver operato in conformità con le leggi e i regolamenti pertinenti di tutte le giurisdizioni in cui svolge le proprie attività.
Secondo quanto riportato dalla Reuters lo scorso settembre, il Dipartimento del Commercio aveva informato alcuni dei fornitori di SMIC con lo scopo di limitare ulteriormente le esportazioni di attrezzature, accessori e materiali statunitensi all’azienda. Le esportazioni, infatti, devono ricevere l’approvazione del Dipartimento americano. La giustificazione è semplice. Le esportazioni verso SMIC, secondo il Dipartimento, “rappresentano una minaccia inaccettabile” perché i prodotti possono essere utilizzati “per scopi militari” in Cina. Le nuove misure imposte a SMIC richiamo quelle applicate dal Dipartimento del Commercio a Huawei. Lo scorso 27 settembre, SMIC, tuttavia, aveva affermato di non aver ricevuto alcun avviso dal Dipartimento del Commercio in merito alle restrizioni, sostenendo, inoltre, di non avere alcun rapporto con l’esercito cinese. [fonte Reuters, GT]

Morte in diretta su Douyin apre il dibattito sulla violenza domestica

I netizen cinesi chiedono maggiori protezioni per le donne che hanno relazioni violente con i partner. L’appello è stato lanciato dopo l’orribile caso di una donna tibetana bruciata viva dal suo ex marito, mentre era in diretta su Douyin. L’episodio di femminicidio è accaduto lo scorso 14 settembre, nella provincia sud-occidentale del Sichuan, provocando la morte della donna due settimane dopo. La donna, conosciuta da più di 800.000 follower con il nome Lhamo, teneva appuntamenti culinari via streaming. L’assassino, ex marito di Lhamo, è stato arrestato dalla polizia il giorno dell’attacco, ma sono ancora in corso le indagini per conoscere le reali dinamiche dell’omicidio. Il femminicidio ha animato un dibattito su Weibo, dove gli utenti invocano maggiori protezioni per le vittime di violenza domestica e un inasprimento delle pene per chi commette femminicidio. In Cina, da quando è entrata in vigore la storica legge contro la violenza domestica nel 2016, ci sono stati 942 casi segnalati di violenza domestica che hanno provocato 1.214 morti (dati aggiornati nel 2019). Secondo i dati di Weiping, un’importante ONG per i diritti delle donne con sede a Pechino che collabora con le Nazioni Unite, poco più dei tre quarti delle vittime dal 2016 al 2019 erano donne, mentre il 7 per cento era minorenne. Ciò significa che ogni cinque giorni, mediamente più di tre donne sono morte in incidenti legati alla violenza domestica. Inoltre, i casi di violenza domestica che si verificano nelle grandi città cinesi ricevono una maggiore attenzione da parte dei media rispetto a quelli che accadono nelle aree rurali. [fonte Sixth Tone]

Stati Uniti e Taiwan lanciano partnership sugli investimenti infrastrutturali

Si intensifica ancora la cooperazione tra Stati Uniti e Taiwan. Negli scorsi giorni il rappresentate americano a Taipei, Brent Christensen, ha annunciato la creazione di un progetto comune per promuovere “infrastrutture di qualità in mercati emergenti”, guardando in particolare all’area dell’Indo Pacifico. L’iniziativa è volta a sostenere anche il piano di Tsai Ing-wen denominato New Southbound Policy, pensata per ridurre la dipendenza economica da Pechino e diversificare i propri rapporti commerciali. Per ora non sono confermate le ipotesi di un accordo di libero scambio tra Usa e Taiwan. Nel frattempo, piccolo successo diplomatico per Formosa, presso il Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia, istituzione fondata a Bruxelles che si occupa di temi ambientali ed energetici. I rappresentanti delle sei municipalità dell’isola saranno identificati non come parte della Cina ma con la definizione di Cina Taipei, la stessa utilizzata da Taiwan nelle competizioni sportive internazionali.

Il Kirghizistan al voto

Elezioni in Kirghizistan – Chiudiamo andando in Asia centrale, dove nel giro di una settimana due paesi vanno alle urne. Si parte dal Kirghizistan, dove domenica 4 ottobre si sono tenute le elezioni legislative (qui una esaustica scheda di Agenzia Nova). Si tratta del paese politicamente più irrequieto della regione. Ci sono diversi partiti e il potere può passare di mano, ma non sempre in maniera pacifica, come dimostra il caso Atambayev (l’ex presidente filorusso condannato in un caso dai contorni non del tutto chiari) in cui abbiamo parlato negli scorsi mesi. Un caso che ha messo ine videnza anche la spaccatura interna al paese. Alle elezioni di domenica hanno partecipato 16 partiti (sugli oltre 40 che avevano fatto richiesta) che si contendono i 120 seggi del Consiglio supremo, il parlamento locale. Le forze politiche pro-governo sembran proiettate ad otterenere una schiacciante maggioranza. La chiamata alle urne arriva dopo che la pandemia da coronavirus ha colpito in maniera forte il paese, con oltre 47 mila contagi e lo spettro dell’aggravarsi di una crisi economica che era già in corso. La scena politica appare frammentata e diversi analisti considerano possibile uno scenario “bielorusso”, con proteste e tensioni post elettorali. [fonte Al-Jazeera]

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