L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha riesaminato la cronologia degli eventi che hanno portato all’allerta mondiale per il propagarsi dell’epidemia di COVID-19 nel gennaio di quest’anno. Contrariamente a quanto precedentemente pubblicato, l’OMS ha dichiarato venerdì scorso che le autorità cinesi non sono state le prime a notificare i primi casi confermati di coronavirus alle autorità dell’OMS, ma che l’annuncio sarebbe stato fatto dal proprio ufficio di rappresentanza sul suolo cinese. Infatti, sarebbe stato proprio l’ufficio dell’OMS in Cina a trovare i primi riferimenti di un nuovo tipo di polmonite virale nei media cinesi, per poi formalmente richiedere alla Cina di confermare i nuovi casi, ricevendo risposta dalle autorità cinesi solamente il 3 gennaio. L’ annuncio dell’OMS arriva dopo le dure critiche ricevute dall’amministrazione Trump, che la accusa di essere stata compiacente con la Cina per quanto riguarda l’epidemia di coronavirus. Sebbene l’OMS abbia negato tali accuse, tuttavia gli Stati Uniti hanno annunciato che interromperanno le relazioni con l’OMS, bloccandone i finanziamenti. [fonte: SCMP]

Arrestato Xu Zhangrun, l’intellettuale anti-Xi Jinping

Xu Zhangrun, uno dei più agguerriti detrattori di Xi Jinping, è stato arrestato questa mattina a Pechino. Lo riportano alcuni amici, stando ai quali una ventina di poliziotti hanno prelevato il professore della prestigiosa Tsinghua University direttamente dalla sua abitazione, in cui era recluso dal 30 giugno. Durante l’operazione è stato confiscato anche il computer e altro materiale. Sostenitore della democratica costituzionale, Xu si era distinto negli ultimi mesi per una serie di pungenti invettive sulla situazione politica cinese e la gestione dell’epidemia da coronavirus. In quasi tutti i suoi scritti il vero destinatario delle critiche è proprio il presidente Xi, ritenuto responsabile di una nuova svolta autoritaria del Pcc. [fonte Guardian]

Cina: piogge torrenziali in 13 province, almeno 106 le vittime

Gran parte della Cina meridionale sta sperimentando ormai da due settimane intense piogge torrenziali che hanno causato almeno 106 vittime confermate, includendo i dispersi. Ciò ha costretto il National Meteorological Center ad alzare il livello di allerta per oltre una mezza dozzina di province, tra cui anche le città di Shanghai e Chongqing. Secondo i dati del Ministero cinese per la gestione delle emergenze, sarebbero oltre 12 milioni di persone in 13 province ad essere state colpite dai recenti nubifragi, che avrebbero distrutto 97.000 case e causato perdite economiche per 25 miliardi di yuan (4,9 miliardi di dollari). Sebbene la Cina lotti da millenni per contenere le alluvioni nelle sue pianure basse – col controverso utilizzo di dighe ed altre infrastrutture per gestire la ricorrente crescita del livello dell’acqua – un rapporto rilasciato dalla China Meteorological Administration ha dimostrato che la frequenza delle precipitazioni estreme e dei cataclismi è stata in costante aumento negli ultimi sei decenni, fatto imputabile al surriscaldamento climatico globale. Mentre a Pechino il dibattito ambientale continua, il National Meteorological Center ha affermato che questa settimana le province di Anhui, Hubei, Hunan e Zhejiang saranno tra le regioni più colpite, seguite da altre due province del nord-est, Heilongjiang e Jilin. [fonte: NYT]

Cina-Giappone: aumenta la tensione

Dopo l’epidemia di coronavirus, è il passaggio della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong ad esacerbare la storica tensione tra Tokyo e Pechino. Dopo anni in cui le relazioni tra i due paesi si erano cristallizzate attorno ad un ben accetto pragmatismo, i nuovi sviluppi nell’ex colonia britannica sembrerebbero aver fatto scomparire quella che molti politologi vedevano definivano la “normalizzazione” delle relazioni tra i due paesi. Infatti, la visita di stato di Xi Jinping in Giappone, prevista inizialmente in aprile e poi disdetta a causa dello scoppio della pandemia, è stata rinviata ad una data da destinarsi, probabilmente a causa del passaggio della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong. Mentre la Cina ha denunciato l’interferenza giapponese nei suoi affari interni, questo episodio sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie di eventi esemplificativi delle ormai logore relazioni tra i due paesi, in conflitto dal 2010, anno in cui entrambe le potenze si sono scontrate a causa della disputa territoriale per il controllo delle isole Diaoyu. Da allora Tokyo ha cercato di salvaguardare i grandi legami commerciali che la uniscono con Pechino , ma le critiche mosse alla Cina riguardo alla sua gestione della pandemia – che ha costretto i Giochi olimpici di Tokyo ad essere rimandati – unite alla preoccupazione per le violazioni dei diritti umani ad Hong Kong e nel Xinjiang, hanno fatto sì che il Giappone veda ora nella Cina un vecchio nemico, più che un partner economico. In quest’ottica, il Giappone è stato il primo a vietare l’installazione da parte di Huawei della rete 5G , effettuando inoltre esercitazioni navali congiunte con l’India, paese che ha recentemente avuto scontri diretti con la Cina nei territori contesi dell’Himalaya. [fonte: SCMP ]

Rifiuti elettronici: l’ONU punta il dito su Cina, USA ed India  

Secondo i dati del rapporto ONU “Global E-waste Monitor 2020” sarebbero ben 53,6 milioni le tonnellate di rifiuti elettronici generate lo scorso anno, di cui solo il 17,4% è stato riciclato. Lo studio, pubblicato giovedì scorso, cita la Cina come origine primaria dell’inquinamento da rifiuti elettronici, con 10,1 milioni di tonnellate prodotte nel solo 2019, seguita a ruota Stati Uniti (6,9 milioni di tonnellate) ed India, terza con 3,2 milioni di tonnellate. Insieme, questi tre paesi hanno rappresentato quasi il 38% di tutti i rifiuti elettronici prodotti a livello globale, facendo immediatamente emergere il dibattito riguardo all’ impatto che l’aumento del consumo di beni elettronici nei paesi in via di sviluppo sta avendo sull’ambiente. Infatti, ciò che sta accadendo in India e in Cina è sintomo di un problema più ampio nei paesi in via di sviluppo, dove la domanda di beni come lavatrici, frigoriferi e condizionatori d’aria sta aumentando rapidamente senza un adeguato sviluppo delle infrastrutture per lo smaltimento dei rifiuti elettronici. Infatti, nonostante l’India sia l’unico paese dell’Asia meridionale ad aver elaborato una legislazione per i rifiuti elettronici, le politiche riguardanti il loro smaltimento rimangono rudimentali, con molte città che sono diventate dei veri e propri mercati a cielo aperto in cui i pezzi elettronici ancora utili vengono rivenduti, spesso dopo essere stati recuperati dalle vicine discariche. Secondo molti esperti, per far fronte ad un consumo di beni tecnologici di tale portata, occorre produrre beni più duraturi e adottare tecnologie meno inquinanti per l’ambiente. Fattore che, unito ad un corretto smaltimento dei rifiuti, renderebbe più sostenibile il consumo di prodotti elettronici. [fonte Reuters]

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