In Cina e Asia — Cina e Usa unite contro Kim, ma Trump vuole tariffe commerciali

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Cina e Usa unite contro Kim, ma Trump vuole tariffe commerciali

“Stiamo continuando la nostra campagna di pressione pacifica — come l’ho sprannominata — lavorando con gli alleati, lavorando anche con la Cina per vedere se possiamo portare il regime di Pyongyang al tavolo di negoziato, al fine di avviare un dialogo su un altro futuro per la penisola coreana e per la Corea del Nord”. A pochi giorni dall’ultimo test missilistico di Pyongyang, il segretario di Stato americano Rex Tillerson contiene a prediligere una soluzione diplomatica per disinnescare la crisi nordcoreana. In un’intervista a Fox News, Tillerson fa riferimento a una “voce internazionale coesa”, grazie alla quale il 5 agosto il consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una nuova risoluzione contro il Regno eremita. L’ago della bilancia continua ad essere il primo partner commerciale del Nord: la Cina, determinata ad applicare le sanzioni internazionali contro il regime di Kim e allo stesso tempo oggetto di sanzioni unilaterali da parte di Washington e Tokyo. Il fronte sino-americano risulta, inoltre, minato dall’interminabile braccio di ferro commerciale tra le due sponde del Pacifico. A metà mese, il US Trade Representative (USTR) Robert Lighthizer ha lanciato un’indagine per accertare la condotta cinese in materia di proprietà intellettuale. Una mossa che tuttavia parrebbe non soddisfare pienamente Trump.

Secondo un dettagliato resoconto di Axios, durante un recente meeting con Lighthizer, Peter Navarro e l’ex chief strategist Steve Bannon, il presidente americano avrebbe invocato a più riprese l’imposizione di tariffe, condannando le resistenze dei “globalisti” all’interno dell’amministrazione.

Ombre cinesi dietro l’incidente della John S. McCain

E se dietro l’incidente del cacciatorpediniere statunitense John S. McCain ci fosse la Cina? Secondo un video pubblicato sul sito Vessel Finder, una nave cinese, la Guang Zhou Wan, avrebbe seguito a distanza ravvicinata il cargo che il 23 agosto si è scontrato con l’imbarcazione Usa nei pressi di Singapore. Un dato che assume tinte fosche se letto alla luce delle speculazioni su un possibile attacco hacker tra le concause della collisione. La John S. McCain era di ritorno da un’operazione di “freedom of navigation” in prossimità delle isole contese tra Pechino e vicini rivieraschi. L’incidente, che segue di pochi giorni lo scontro tra la Fitzgerald e un mercantile a largo del Giappone, è il terzo a coinvolgere un’imbarcazione della Settima flotta, un comando della Flotta del Pacifico dell’U.S. Navy, responsabile di tutte le sue unità navali di superficie, sottomarine e forze aeree dislocate nell’Oceano Pacifico occidentale e in parte dell’Oceano Indiano. Mentre le indagini finora non escludono il sabotaggio, negli ultimi due anni ben tre report del Government Accountability Office hanno fatto luce su tutta una serie di problematiche riscontrate tra il personale della marina americana impiegata in missioni estere — inadeguato e sottoposto a orari di lavoro massacranti.

Yuhuang Shannan, la Greenwich cinese

Fino a cinque anni fa la Cina sapeva a malapena cosa fosse un hedge fund. Oggi si parla addirittura di città interamente dedicate all’accoglienza del personale impiegato nei “fondi speculativi” e alle loro attività. In tutto il paese sono circa una quindicina i centri nati sulla falsariga di Greenwich. Tra questi spicca Yuhuang Shannan, un cluster a circa un’ora da Shanghai sede di oltre 1000 hedge fund e fondi di private equity. Da quando il modello economico trainato dai settori tradizionali (infrastrutture/manifatturiero) ha cominciato a scricchiolare e la bolla immobiliare a gonfiarsi, il governo cinese ha fiutato le potenzialità del settore nella diversificazione delle fonti di investimento e in termini di nuovi posti di lavoro. E mentre all’estero gli hedge fund hanno perso 70 miliardi di dollari lo scorso anno, in Cina continuano a registrare una performance migliore del mercato borsistico e a quello creditizio.

La Repubblica popolare della Cannabis

Lontano dai riflettori, la Cina è diventata uno dei principali produttori di cannabis al mondo, grazie alla progressiva legalizzazione del settore in aree come l’Heilongjiang e lo Yunnan, che insieme contano per circa la metà della marijuana coltivata a livello mondiale (dati del National Bureau of Statistics). Per gli agricoltori è una fonte di facile guadagno: la canapa porta più di 10.000 yuan (1.500 dollari) per ettaro — rispetto alle poche migliaia per colture più comuni come il mais — e non richiede l’utilizzo di costosi pesticidi. Con una storia di 3400 anni, la produzione della canapa è stata — salvo sporadiche parentesi proibizionistiche — incoraggiata a livello statale per il suo utilizzo nel settore farmaceutico e militare, dove grazie alle sue fibre resistenti e traspiranti viene impiegata nella realizzazione delle divise. Mentre le sue declinazioni illegali (con più alto contenuto del componente psicoattivo THC) costituiscono un problema sociale, Pechino è restio a imbrigliare un settore tanto remunerativo per la popolazione rurale.

Aung San Suu Kyi: “aiuti internazionali ai terroristi islamici”

Nella giornata di domenica l’ufficio della leader democratica ha puntato il dito contro le organizzazioni umanitarie, complici negli ultimi attacchi contro le forze dell’ordine nello stato Rakhine, già in passato teatro di scontro tra la minoranza musulmana e quella maggioritaria di religione buddhista. Sono circa 100 i morti nelle violenze scaturite venerdì in seguito ai raid dei militanti Rohingya della Arakan Rohingya Salvation Army, il peggior attacco dallo scorso ottobre. Da allora la situazione umanitaria nell’area è precipitata in concomitanza all’avvio di arbitrarie “operazioni di pulizia” da parte dell’esercito. Rispondendo alle accuse, il World Food Programm ha dichiarato di aver preso “tutte le accuse di dirottamento degli alimenti [ai terroristi] molto seriamente. Abbiamo chiesto maggiori dettagli alle autorità e abbiamo chiesto di vedere il numero delle partite di biscotti, in quanto ciò ci permetterà di tracciare la loro origine e il sito di distribuzione”.