All’estero è conosciuto come l’artefice della riconciliazione tra le due Coree, ma in patria il presidente sudcoreano Moon Jae-in sembra percorrere la china scivolosa dei suoi predecessori. Assunto l’incarico dopo l’ennesimo scandalo politico ai vertici della Casa Blu, il leader progressista ha inizialmente rastrellato consensi puntando in politica estera su un riavvicinamento al Nord e, in casa, su una politica economica espansiva basata sul reddito. Ma nell’ultimo anno, lo stallo nei colloqui di pace tra Washington e Pyongyang è stato affiancato dal progressivo malumore popolare nei confronti della deludente performance economica.

Lo scorso novembre oltre 40mila persone hanno manifestato in 14 città del paese dopo che nei mesi estivi la disoccupazione ha raggiunto il livello più alto dalla crisi finanziaria globale (4,2%) mentre l’incremento dei posti di lavoro ha toccato i minimi dagli anni ’90, ovvero dalla crisi delle “Tigri asiatiche”. Tra gennaio e giugno, il numero dei posti di lavoro temporanei è crollato di 240mila unità, con ristorazione e alloggi turistici giù di 79mila posizioni e il settore del retail e delle vendite all’ingrosso in deficit di 59mila impieghi. Colpiti anche l’automotive e la cantieristica: 79mila in meno.

L’opposizione politica punta il dito contro l’aumento del salario minimo (cresciuto del 16,4% a 7.530 won all’inizio del 2018, l’incremento maggiore da oltre un decennio) e la riduzione della settimana lavorativa (passata da un massimo di 68 a 52 ore compresi gli straordinari). Politiche che, se da una parte strizzano l’occhio all’elettorato più giovane, dall’altra strangolano la piccola imprenditoria privata, sostenuta da manodopera a basso costo. Con il risultato che nel mese di dicembre il grado di approvazione nei confronti del presidente sudcoreano è sceso sotto il 50%, rispetto al 65,3% riportato dopo il terzo summit intercoreano di fine settembre.

Nel 2018, l’amministrazione Moon ha speso oltre 19 trilioni di won per rilanciare la creazione di nuovi posti di lavoro. Grazie al sostegno statale, nell’ultimo trimestre del 2018 l’economia nazionale è cresciuta al ritmo più veloce da gennaio, sebbene il tasso annuo si sia attestato ai minimi dal 2012. Non aiuta il rallentamento della Cina che, abbinato alla guerra commerciale con gli Stati Uniti, minaccia di soffocare gli altri paesi asiatici esportatori di prodotti intermedi. Difficilmente la rimozione del ministro dell’Economia e delle Finanze Kim Dong-Yeon e del capo della politica economica Jang Ha-sung (sostituiti a novembre da uomini vicini a Moon) basteranno a placare le critiche, già amplificate dallo stallo delle sperate riforme politiche: revisione costituzionale, cambiamento del sistema elettorale e riforma del sistema giudiziario in primis.

“La crescita dell’occupazione è in declino anche dopo aver versato i soldi dei contribuenti. Ciò significa qualcosa di fondamentalmente sbagliato nella politica del governo”, suggerisce un editoriale pubblicato su The Korean Herald lo scorso giugno, criticando l’interventismo statale a fronte di una stagnazione del settore privato. Secondo il quotidiano sudcoreano, la ripresa delle imprese private è essenziale per sostenere l’occupazione e di conseguenza un aumento dei consumi interni. Quello che Seul deve fare è semplicemente procedere con “forti incentivi agli investimenti”: “sono le aziende che creano lavoro, non il governo”.

Dello stesso avviso Evan Ramstad, che in un’analisi pubblicata sul sito del CSIS auspica l’introduzione di cambiamenti strutturali. Per troppo tempo la Corea del Sud ha ancorato il proprio modello di sviluppo ai chaebol, i grandi conglomerati industriali a conduzione famigliare (come Hyundai e Samsung) tutt’oggi in cima alla lista delle aspirazioni lavorative dei giovani sudcoreani. Solo facilitando l’ascesa delle piccole e medie imprese il mercato interno beneficerà della competizione necessaria a creare innovazione e dinamismo nel settore impiegatizio.

Si capisce come la disoccupazione giovanile influisca anche sulla componente demografica e persino sulla sicurezza del paese. La Corea del Sud potrebbe aver già toccato il minimo storico in termini di numero di nascite. Colpa dei costi crescenti e delle difficoltà incontrate dalle donne sul posto di lavoro. Secondo proiezioni ufficiali, nel 2018 il numero medio di bambini nati per donna in età riproduttiva potrebbe essere sceso a quota 0,96, sotto la soglia dell’1 per la prima volta nella storia del paese. Un tasso di fertilità così basso è normalmente visto solo in periodi di guerra, spiega Lee Chul-hee, professore di economia presso l’Università Nazionale di Seul, che mette in guardia dai rischi per il welfare così come per la capacità deterrente di un esercito sempre meno numeroso contro la Corea del Nord.

[Pubblicato su il manifesto]