Le notizie delle ultime ore potrebbero provocare nuovi scossoni nelle relazioni tra Cina e Stati uniti: dalla mezzanotte di venerdì le tariffe su 200 miliardi di dollari di made in China sono aumentate dal 10 al 25%. Oggi dovrebbe terminare il round decisivo tra i negoziatori di Pechino e Washington per tentare di ricucire lo strappo.

IL PRESIDENTE degli Stati uniti, a seguito della pubblicazione di un report della Reuters nel quale sarebbe emersa la volontà di Pechino di non arretrare nella trattativa, ha comunicato di volere andare avanti con le contromisure. I giochi sono già fatti e a questo punto sarà interessante capire come si comporteranno i cinesi.

La questione dei dazi, fin dall’annuncio domenicale di Trump, è tornata di attualità e nonostante la sicumera del presidente Usa non è detto che l’eventuale aumento possa portare a svantaggi reali per la Cina.

Allo stesso tempo Pechino sembra essersi preparata da tempo a questa eventualità: non a caso nell’ultimo round negoziale la Cina ha voluto riportare tutto indietro, scatenando l’ira di Trump. Da Pechino alcuni rumors vorrebbero un intervento dello stesso presidente cinese: solo un mese fa sembrava che l’accordo fosse vicinissimo anche perché, si diceva, la Cina si era dimostrata disposta ad accettare qualche condizione posta dagli americani. L’intervento di Xi Jinping avrebbe invece portato la delegazione cinese a ritrattare su tutto, comunicandolo agli americani venerdì scorso.

SU QUESTA CIRCOSTANZA si possono effettuare alcune considerazioni: in primo luogo Xi Jinping, in questa fase, non può permettersi di mostrare debolezza di fronte a Trump; il nazionalismo cinese, rinverdito dal ricordo del Partito del centenario del 4 maggio, è fondamentale nella costruzione del «sogno cinese».

Nel 1919 il «movimento del 4 maggio» denunciò le potenze occidentali per il trattamento riservato alla Cina a Versailles, ma fu anche portatore di una «nuova cultura», progressista e scientifica. Il partito ha «riletto» il centenario evidenziandone i tratti più nazionalistici. In secondo luogo Xi Jinping, preso dallo sviluppo della nuova via della seta, non può arretrare e offrire il fianco ai – pochi – critici che lo accusano di non dedicarsi abbastanza agli aspetti economici interni.

In terzo luogo Pechino, da tempo, ha già previsto tutta una serie di misure – nuova liquidità, riforme monetarie e sgravi fiscali – in grado di attutire i nuovi dazi che, secondo analisti, potrebbero impattare fino a un punto percentuale sul Pil. Con le manovre già previste la Cina potrebbe ridurre il danno a uno 0,5. Si tratta, naturalmente, di speculazioni: la prima ondata di dazi ha già causato minimi intoppi alla crescita cinese, ha già determinato la delocalizzazione di molte aziende straniere (ad esempio quelle giapponesi) per non incorrere nei dazi americani. Per quanto dunque Pechino predichi tranquillità, l’effetto potrebbe in ogni caso sentirsi.

MA SUL FRONTE AMERICANO Trump non è ugualmente nella situazione migliore: innanzitutto secondo gli ultimi dati economici, nonostante i dazi già in atto, la bilancia commerciale tra Cina e Usa non è affatto migliorata per Washington e in seconda battuta Trump non può non prendere in considerazione la reazione cinese ai dazi. Di fronte alle prime tariffe Pechino ha diminuito e non di poco i proprio «acquisti americani», buttando nel panico i coltivatori e produttori di soia (acquisti dimezzati da parte della Cina) vero e proprio bacino elettorale di Trump.

Quanto ai motivi dell’interruzione del «canale» diplomatico, sul piatto sembrano esserci i consueti argomenti divisori tra le due potenze: i sussidi statali cinesi alle proprie imprese, la mancata apertura del mercato cinese alle aziende americane, la questione della proprietà intellettuale. Di riflesso, infine, i dazi peseranno anche sull’Europa, non solo economicamente, ma nel senso di un rallentamento delle potenziali relazioni economiche tra Ue e Pechino, la cui attenzione, è scontato, tornerà ad essere principalmente sul proprio mercato interno.

[Pubblicato su il manifesto]