Il grande balzo “a sinistra” del PCC

In Cina, Economia, Politica e Società by Redazione

L’esito delle due sessioni ha disatteso le aspettative di molti. In attesa che il Partito lanciasse un maxi-piano di ripresa economica e una riforma del sistema sanitario più strutturata, la maggior parte degli osservatori si è trovata davanti ad una controversa legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong. Questa mossa non solo ha rapidamente (e ulteriormente) sconvolto lo scenario internazionale, ma ha anche distolto l’attenzione generale dalla pandemia di COVID-19, tutt’altro che conclusa. Ci si interroga dunque se il PCC – parafrasando la celebre massima di Deng Xiaoping – si sia “guardato attorno prima di fare un passo in avanti”.

Nonostante le sanzioni statunitensi – sia quelle applicate che in corso di elaborazione – la maggior parte delle quali volte a colpire gli studenti cinesi oltreoceano, Pechino ha deciso di insistere su una narrativa focalizzata ad incentivare l’auto-sufficienza – un eufemismo per il concetto di isolamento – piuttosto che affrontare le problematiche poste dalla comunità internazionale. Questo atteggiamento – osservato anche nei famigerati “wolf warriors”, diplomatici cinesi attivi nella promozione di messaggi ostili verso gli oppositori del PCC – è certamente inedito considerando le due leadership cinesi precedenti, caratterizzate da un approccio ben più accomodante. A partire dal 2013, il presidente Xi ha “virato” a sinistra il timone del paese: più Stato, più enfasi al settore pubblico e più ideologia, a spese del percorso di riforma 改革开放 lanciato agli inizi degli anni ‘90. Tuttavia, dal 2017, questa “deviazione” si è rivelata una manovra molto costosa, soprattutto a livello economico. Pertanto, considerando la situazione post-pandemia e un gradimento verso la diplomazia cinese ai minimi storici, cosa può aver spinto Pechino ad adottare una strategia così offensiva?

Strascichi del passato

Sono diverse le ipotesi alla base dell’implementazione della legge sulla sicurezza nazionale. In primis, questa decisione repentina potrebbe essere imputabile alle lotte interne al PCC. Alcuni membri del Central Leading Group on Hong Kong and Macau Affairs 中央港澳工作领导小组 – gruppo di coordinamento creato nel 1987 per tenere il governo centrale aggiornato in merito alle decisioni adottate nell’amministrazione delle due ex-colonie, oggi guidato da Han Zheng 韩正, membro della Shanghai Gang 上海帮 dell’ex presidente Jiang Zemin 江泽民 – starebbero cercando di danneggiare Xi, obbligandolo a scendere a compromessi.

Una seconda ipotesi giace nel contenuto del discorso ufficiale del presidente: Hong Kong non aveva una legge sulla sicurezza nazionale, pertanto il PCC si sarebbe mosso per colmare questa lacuna. I pochi dettagli di cui siamo in possesso indicano chiaramente la maggior efficacia di questa nuova legge rispetto all’extradition bill bloccato dalla governatrice di Hong Kong Carrie Lam a seguito di mesi di intense proteste lo scorso settembre. Questa spiegazione, per quanto semplicistica, mette in mostra un Partito distante dalla popolazione, tanto che potremmo aspettarci decisioni ugualmente “illogiche” da un momento all’altro.

La terza ipotesi – nonché la preferita da Cercius – è fondata sulla psicologia e la storia politica dell’attuale classe di dirigenti. La quinta generazione di leader – nata negli anni ‘50 – ha vissuto attivamente la Rivoluzione Culturale e ha appreso sia la “realpolitik”, sia “come portare avanti e continuare la rivoluzione”. Questa generazione, segnata dall’avvento delle Guardie Rosse, si distingue, come sostenuto dall’ex professore di letteratura dell’Università di Pechino Qian Liqun 钱理群, per un’ambizione smisurata e una tendenza all’uso della forza per raggiungere i propri obiettivi.

Per questa generazione, la soluzione “un paese due sistemi” 一国两制 – come la mera esistenza di Taiwan – rappresenta una concessione fatta in un momento storico in cui la RPC era debole e doveva piegarsi alle potenze straniere. In questo contesto, la narrativa dell’“umiliazione nazionale” gioca a favore delle recenti scelte politiche. Dal momento che la Cina è oggi “più forte” – e assertiva, anche dal punto di vista internazionale – non ha più bisogno dell’accordo su Hong Kong.

Questa ipotesi, altresì, spiegherebbe l’assenza del concetto “un paese due sistemi” e di ogni riferimento alla riunificazione pacifica con Taiwan nel discorso d’apertura delle due sessioni del premier Li Keqiang, nonché l’importanza cruciale del Made in China 2025: ennesima questione di orgoglio nazionale.

Dato il contesto, Pechino probabilmente rimarrà su questa traiettoria, insistendo con atti di forza sulla base di un nazionalismo fuori controllo. Ciò implica anche che la “lotta politica” – nonché per la legittimità del governo guidato da Xi – andrà a rafforzare la retorica del Partito, che fino ad oggi si è incentrata sulla creazione di una “società armoniosa” 和谐社会 come promosso da Hu Jintao.

Questo grande balzo “a sinistra” isolerà ulteriormente la Cina, alimentando le tensioni con Washington negli anni a venire e inducendo molti a credere che ci si stia lentamente dirigendo verso un’altra guerra fredda.

La “sicurezza” del Partito prima di tutto

Al di là del fatto che Pechino possa avere “perso la pazienza” con Hong Kong o che la nuova legge sia un espediente adottato per far passare in secondo piano la pandemia, per meglio comprendere lo scenario domestico dobbiamo analizzare lo slogan “sicurezza pubblica” 公安 lanciato nel 2019. A parte la sicurezza del partito stesso, Pechino sembra essersi dimenticata che i fattori realmente legittimanti sono lo sviluppo economico, le riforme e la capacità di fornire beni pubblici. È infatti probabile che tutta questa enfasi data ad Hong Kong finisca per ritorcersi contro Pechino con l’arrivo di nuove sanzioni da parte della comunità internazionale.

Xi si è soffermato anche sulla necessità che la Cina diventi economicamente indipendente. Questa tesi ci porta a credere che la leadership preferisca ritirarsi in un angolo piuttosto che aprirsi al tanto discusso multilateralismo. Xi ha inoltre sostenuto che l’Esercito di Liberazione Popolare debba “velocizzare i preparativi per potenziali scontri militari”, gettando delle ombre sul futuro di Taiwan. A prescindere dalle riforme economiche, Pechino sembra dunque intenzionata a chiudersi in sé stessa. Questo ci porta al contesto generale: la leadership non sembra più preoccuparsi dell’opinione pubblica internazionale, né delle tensioni create dalle sue azioni. Come tale, la National Security Law potrebbe essere percepita come un test per valutare la reazione della comunità internazionale.

 Vento gelido a giugno

Nelle ultime settimane, le azioni dei membri del PCC, Xi Jinping in primis, sono state folate di vento freddo che hanno “raggelato” la comunità internazionale. Come previsto, la reazione di Washington ha solamente peggiorato la situazione e non sarebbe assurdo pensare ci si stia avviando nuovamente verso quel clima di tensioni che ha segnato la più recente guerra commerciale. Questa “svolta a sinistra”, fatta a spese di riforme ben più urgenti, isola una Cina che tuttavia non può più permettersi di essere sola nel panorama globale. Per ora non possiamo fare altro che attendere ulteriori dettagli in merito alla legge sulla sicurezza nazionale: dettagli che, probabilmente, saranno più chiari dopo il ritiro estivo di Beidaihe. Allo stesso tempo, sarà utile monitorare se il presidente americano Donald Trump sarà in grado di dare vita ad un fronte internazionale unito in merito alla questione di Hong Kong.

Di Cercius Group*

**Cercius Group è una società di intelligence geopolitica e di consulenza strategica. Con sede a Montreal ed uffici ad Hong Kong e Firenze, Cercius Group si specializza in analisi e previsioni dei principali trend politici ed economici della Repubblica Popolare Cinese. Per maggiori informazioni info@cerciusgroup.com