Il grande tsunami del marzo 2011 che investì la centrale nucleare di Fukushima determinò anche una svolta epocale nel commercio giapponese. Per la prima volta dal 1980 il paese si trovò a fine anno con il valore delle importazioni che superava quello delle esportazioni. Questo avvenne a causa della chiusura, temporanea, delle cinquantaquattro centrali nucleari giapponesi a seguito dell’incidente e della conseguente necessità di sostituirne la produzione energetica con combustibili fossili (petrolio e gas).

Da allora disavanzi e avanzi della bilancia commerciale si sono alternati più volte e da ultimo il 2019 ha registrato un disavanzo netto di 1643 miliardi di yen. Il governatore della Banca centrale Haruhiko Kuroda aveva commentato, in vista del G20 ospitato dal Giappone a giugno del’lanno scorso, che un deficit o un avanzo commerciale non sono in sé negativi o positivi, ma che i rischi per la crescita mondiale da cui la crescita dellexport giapponese dipende restano «ampi» soprattutto a causa della tensione tra USA e Cina, i due più importanti partner commerciali del paese. Il comunicato finale del G20 dei ministri delle finanze a Fukoka riprendeva le preoccupazioni del governatore e apriva apertamente al «valore complementare dei trattati commerciali di libero scambio bilaterali o regionali», rispetto ai traffici coperti dalle regole multilaterali del Wto.

Proprio su questi tavoli regionali, e più di recente bilaterali con gli USA, ha lavorato alacremente lamministrazione Abe. Con il suo discorso del 15 marzo 2013 il primo ministro Shinzo Abe annunciava la volontà di aderire ai negoziati per il TPP il Partenariato Transpacifico, la creatura del presidente americano Barak Obama per la sua «svolta a oriente» ed è lanno della svolta sì, ma per il Giappone che crea anche una struttura amministrativa pluriministeriale per la conduzione delle trattative commerciali, mentre gli USA abbandoneranno il trattato. Il Giappone da allora ha sostenuto un ruolo molto attivo nei negoziati internazionali. Prima ha concluso il TTP a 11 nel quale il governo nipponico ha assunto un ruolo guida delle trattative dopo il ritiro degli Usa voluto da Donald Trump e poi nel 2018 ha firmato un accordo di libero scambio con lUnione Europea (voluto dallUe in risposta al TPP in tema di fissazione di standard) che copre circa il 9 per cento del commercio giapponese.

Lo scorso dicembre il parlamento ha poi ratificato laccordo bilaterale con gli USA che copre agricoltura e automobili. Resta in fase di negoziato il trattato RCEP, con lASEAN e la Cina tra gli altri, che coprirebbe il 46,3 del commercio nipponico. Lapertura allo scambio internazionale ha rappresentato un importante elemento della politica delle «tre frecce» del premier Abe (monetaria, fiscale e riforme) e in particolare gli è servita come leva della terza freccia: le riforme di alcuni settori delleconomia giapponese. Inoltre, come Abe ha affermato nel discorso del 2013 il nuovo dinamismo nipponico serve anche a rispondere alla sfida demografica. Infatti, con una popolazione proiettata verso un netto calo a causa delle poche nascite, le esportazioni su altri mercati risultano cruciali per bilanciare un mercato domestico in potenziale restringimento.

Lo sforzo domestico affrontato da Abe è stato però notevole. Il Partito liberaldemocratico (Ldp) del premier aveva, infatti, fatto campagna nel 2012 contro il TPP, il quale metteva a rischio gli interessi della potente lobby agraria Nokyo che è ampia sostenitrice del partito con i suoi 5 milioni di aderenti, fondamentali per tenere i seggi rurali dove l’LDP è arroccato. L’asso nella manica di Abe per creare il necessario consenso fu Koya Nishikawa, parlamentare dal 1979 e con forti legami nel mondo politico-agricolo. Da allora, posta di fronte all’inevitabile, la lobby dell’agricoltura ha lavorato soprattutto per minimizzare i danni. La «gaiatsu» è la pressione straniera sulla politica interna giapponese e viene spesso evocata proprio quando il Giappone tratta di commercio fin dai tempi delle cannoniere del commodoro Perry che nel 1853 aprirono il Giappone ai traffici con l’estero.

Le barriere agli scambi, però, spesso non sono solo tariffare o formali: nei negoziati degli anni Novanta con gli Usa di Clinton, che minacciò dazi per 5,9 miliardi di dollari, le pratiche commerciali esclusive furono al centro dei negoziati: come il keiretsu, il sistema di acquisti intragruppo; o il dango, il sistema di rotazione negli appalti pubblici. Lo sanno bene le giapponesi: ci sono volute decadi per il via libera alla pillola, così lindustria dei preservativi ha avuto la parte del leone sul piano interno e una grossa fetta del mercato internazionale di riflesso; per contro ci sono voluti solo sei mesi per lintroduzione del viagra.

[Pubblicato su il manifesto]