La Cina si propone come mediatrice nello storico conflitto. L’offerta – giunta domenica per bocca del ministro degli Esteri Wang Yi durante un incontro di emergenza del Consiglio di Sicurezza Onu – catapulta Pechino al centro della diplomazia internazionale, finora incapace di riportare la pace tra Hamas e Israele.

La proposta cinese, che prevede la disponibilità a ospitare colloqui tra le due parti, giunge mentre Pechino esercita la presidenza di turno al Consiglio e si articola in quattro punti: al rinnovato appoggio per la “soluzione dei due Stati” – con l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente basato sui confini del 1967 e Gerusalemme Est come capitale – la Cina aggiunge la richiesta di un cessate il fuoco, di assistenza umanitaria immediata, e di supporto internazionale attraverso l’Onu, la Lega araba e l’Organizzazione per la cooperazione islamica.

Non è la prima volta che Pechino prende l’iniziativa. Era già successo nel 2014, durante l’operazione israeliana “Margine Protettivo” nella Striscia di Gaza, quando il governo cinese spinse per l’interruzione degli scontri e la ripresa dei dialoghi senza tuttavia candidarsi espressamente al ruolo di pacificatore. Tre anni più tardi, ci riprovò con la proposta di un “meccanismo di dialogo tripartito Cina-Palestina-Israele” in occasione del primo incontro trilaterale presieduto dall’amministrazione Xi Jinping.

Il tempismo non è casuale. Per anni, Pechino ha preferito delegare la gestione degli spinosi dossier mediorientali agli Stati Uniti. E’ stato così fino a quando la stabilità regionale non ha assunto un’importanza anche maggiore con il lancio della Belt and Road, la strategia di politica estera con cui Pechino sostiene la penetrazione internazionale delle aziende statali cinesi attraverso la costruzione di grandi vie di comunicazione marittime e terrestri.

Mantenere un’equidistanza tra le parti non sarà facile. La partnership con Israele vale miliardi di dollari di investimenti – con una fetta consistente destinata all’alta tecnologia – e una posizione strategica nelle infrastrutture portuali dell’alleato americano. D’altra parte, quella con la Palestina è un’amicizia che risale al periodo maoista e al sostegno dei movimenti di liberazione nazionale nel Terzo Mondo. Con gli anni, l’estinguersi del collante ideologico ha lasciato spazio a calcoli di natura più geostrategica. Considerato il consenso riscosso da Hamas nella Lega araba, promuovere la causa palestinese serviva a mantenere l’influenza in tutto il Medio Oriente, ricco di risorse energetiche. Valutazioni a cui di recente si è aggiunta la scivolosa questione dello Xinjiang. Mentre le potenze occidentali condannano la repressione delle minoranze musulmane nella regione cinese (con il silenzioso assenso del mondo arabo), sostenere Hamas permette a Pechino di scrollarsi di dosso l’etichetta “anti-Islam”, rigirando l’accusa agli States. Per la Cina, continuando a bloccare l’approvazione di una risoluzione congiunta in sede Onu, Washington persegue un “doppio standard” e intralcia “la giustizia internazionale”.

Da aspirante leader mondiale il gigante asiatico, però, fronteggia un dilemma: come tutelare i propri interessi economici oltreconfine senza violare il principio della non interferenza negli affari degli altri paesi, pietra angolare della politica estera cinese. In questo, il conflitto israelo-palestinese potrebbe rivelarsi un importante banco di prova. Un modello da replicare laddove gli interessi cinesi risultino minacciati: Myanmar, Afghanistan, Tigrai…la lista è sempre più lunga.

[Pubblicato su il manifesto]