Il Canto della Fenice: come un film può risorgere nelle sale cinesi

In by Simone

È stato uno di quei gesti che nella tradizione cinese è segno di rispetto e di legittimazione di rapporti sociali prima che di sottomissione, ma che oggi può imbarazzare tanto chi lo fa che chi lo riceve. È il gesto del ketou, ovvero inginocchiarsi e sbattere la fronte a terra.
Protagonista ne è stato Fang Li, un produttore cinematografico che cavalca da molti anni la sottile linea tra cinema d’autore e quello commerciale. Motivo del gesto: supplicare gli esercenti cinematografici di programmare più proiezioni di Song Of the Phoenix, un film che egli ha sostenuto e ha promosso con tutte le sue forze fino, appunto, a prostrarsi davanti a una videocamera.

E le immagini del gesto in effetti, vuoi per la sorpresa vuoi per la serietà, dopo essersi moltiplicate sui social media, hanno sortito l’effetto desiderato. Song Of the Phoenix così è letteralmente risorto nel suo secondo weekend nelle sale, risorgendo da una programmazione già destinata altrimenti a affievolirsi rapidamente nell’indifferenza generale. Gli esercenti hanno eseguito, tanto che da poche sale il film è diventato il quarto film più programmato. Ma anche il pubblico ha risposto con entusiasmo, facendo guadagnare al film in un giorno più di quanto avesse guadagnato negli 8 precedenti. Per di più,la pellicola ha avuto una media di spettatori per sala anche più alta dei campioni di botteghino del weekend: il blockbuster Captain America 3 e la rom-com cinese dell’anno Book of Love.

Insomma, il gesto di Fang Li ha risvegliato le coscienze, ma anche creato una moda virale cui partecipare e soprattutto condividere, postando su social media come Wechat e Weibo foto di biglietti acquistati, elogi al film, omaggi al regista Wu Tianming.

Un gesto plateale combinato con il potere dei social ha fatto più di quanto l’entusiasta endorsement dei pesi massimi del cinema cinese, e persino di Martin Scorsese, non avevano saputo fare nelle settimane che hanno preceduto l’uscita del film.

Certo che Fang Li ha creato un precedente piuttosto singolare, e c’è chi ha intravisto una speranza per il cinema cinese; ma visto da una certa prospettiva il gesto del produttore è stato un’ottima campagna promozionale, la cui formula però difficilmente sarà ripetibile. Non a caso un articolo dell’autorevole portale cinematografico mtime.com ha già ironizzato chiedendosi, se per al prossimo produttore di turno sarà necessario togliersi un rene o saltare dalla finestra per aumentare gli incassi.

Ma almeno questa volta ha funzionato, e Fang Li all’indomani dell’insperato successo dalla sua pagina Weibo si è detto oltremodo commosso dal sostegno ricevuto da parte dei cinema, dei pubblico. Evidentemente neanche lui si aspettava tanto, ma chissà se però alle emozioni del momento potranno seguire nuove speranze per il cinema cinese d’autore.

Song Of the Phoenix (Bainiao Chaofeng) è il film testamento di Wu Tianming, regista e produttore, padrino di quegli autori della Quinta generazione come Zhang Yimou e Chen Kaige che hanno fatto conoscere il cinema cinese al mondo negli anni Ottanta e la cui morte, avvenuta due anni, fa ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

Attraverso le vicende di un suonatore di sona e il suo maestro, il film riflette sulla perdita della tradizione culturale davanti all’inarrestabile processo di modernizzazione che la Cina ha visto negli ultimi tre decenni. Una storia che riassume la grande narrativa cinese e che è epitome della tendenza del suo mercato cinematografico, la cui vertiginosa crescita numerica è a spese della densità culturale e di pensiero.

Sebbene alla fine il box-office del film sarà ben lontano da quello delle pellicole commerciali nazionali, Song Of the Phoenix grazie al gesto di Fang Li ha superato per incassi gli ultimi lavori di autori come Jia Zhangke e Wang Xiaoshuai, amati all’estero, rispettati in patria, ma non per questo capaci di attirare il pubblico di massa. I loro sono infatti wenyi pian (film d’autore) per i quali è sempre più difficile trovare una distribuzione su ampia scala e ottenere risultati incoraggianti al botteghino. Lo sa bene il regista Wang Xiaoshuai il cui ultimo Red Amnesia è stato distribuito lo scorso anno con risultati deludenti, nonostante fosse stato in concorso al Festival di Venezia.

Da qualche tempo, però, girano voci di intenzioni da parte del SAPPRFT, l’ente di livello ministeriale che decide tutto in materia, di istituire un circuito di cinema apposito per i wenyi pian. Questo potrebbe assicurare spazi di proiezione certi, ma difficile sapere se e quando ciò avverrà o se ci potranno essere benefici effettivi.
Per ora questi film trovano spazio nei festival internazionali e canali distributivi marginali sia in patria che in altri paesi – soprattutto in Francia, dove ci sono distributori e pubblico attenti, e dove infatti proprio in queste settimane è uscito Red Amnesia. Ma nonostante questi canali difficilmente pellicole del genere riescono a ottenere visibilità ed essere remunerative, rendendo difficile nuovi investimenti e la crescita di nuovi autori.

A fine febbraio del prossimo anno la Cina dovrà poi abolire le quote che limitano il numero dei film importati e che finora hanno protetto in parte le pellicole locali; chissà se in quel momento ci saranno anche riforme sostanziali del sistema distributivo che salvaguarderà i film nazionali sotto il nome di cinema di qualità o appunto wenyi pian.
Un circuito di distribuzione di wenyi pian potrebbe giovare così a film sia nazionali che internazionali e limitare in qualche modo l’invasione di block-buster di Hollywood.

Certamente, intanto, il gesto di Fang Li, pur creando un piccolo successo e dando qualche speranza, ha messo a nudo la difficoltà del cinema d’autore nel trovare un proprio spazio nella vertiginosa crescita del mercato locale.
Se questa genuflessione ha incuriosito e scosso, ben altro ci vorrà per cambiare il sistema, e soprattutto i gusti del pubblico.

* Edoardo Gagliardi, laureato in Lingue e Civiltà Orientali presso La Sapienza di Roma, dove ha in seguito conseguito un Dottorato di Ricerca dopo un periodo di studi presso l’Università di Pechino, specializzandosi in cinema cinese contemporaneo.
Vive stabilmente a Pechino da diversi anni, dove si occupa di progetti cinematografici tra Italia e Cina, ha collaborato con il desk ANICA di Pechino e occasionalmente con China Files, curando in passato il blog di musica Beijing Calling.