Molto sesso, siam cinesi!

L’isola di Lamma è sempre stata il paradiso dei fricchettoni. Per grandezza è la terza di 260 tra isole, isolotti e scogli di Hong Kong e deve il suo nome alla forma che la caratterizza, simile al carattere cinese 丫 (che in cantonese si pronuncia “ah”), oltre che al termine Naam, che significa “sud”. Nell’antichità il suo nome era Pok Liu e venne poi chiamata Lamma dai primi inglesi che la visitarono i quali, non riuscendo a pronunciare “ah -naam” finirono per storpiarne il nome in “lamma”, appunto. L’isola era ed è tuttora famosa per il suo stile di vita “alternativo” che attirava tra le sue stradine una variegata comunità di persone, decise ad abbandonare la frenesia della vita a Hong Kong per cercare ritmi più rilassati. E la mia fidanzata francese e io avevamo decisamente bisogno di un po’ di tranquillità.

La convivenza nell’appartamento vicino all’ippodromo, stipato di modelle provenienti dai quattro angoli del globo, si era rivelata tutt’altro che paradisiaca. Dopo i primi momenti di irragionevole esaltazione, infatti, mi resi ben presto conto che convivere in uno spazio ristretto con oltre dieci donne, per un uomo, non era certo facile. Una volta assodato che la vigilanza costante, H24, della mia fidanzata escludeva sul nascere ogni fantasia lasciva, mi trovai ben presto a sperimentare sulla mia pelle l’emarginazione dell’uomo solo da parte di un gruppo di donne, seppure una più bella dell’altra, preoccupate solo della loro carriera sulle passerelle. Così dopo aver lottato ogni mattina nell’unico bagno disponibile per rintracciare il mio dopobarba, puntualmente sommerso da scatole di trucchi, pinze per arricciare o lisciare i capelli, bottiglie di fondotinta e pacchi di assorbenti, dopo aver ascoltato giorno dopo giorno, inerme, della tecnica migliore per farsi la ceretta e di quale fosse o non fosse la linea perfetta da dare alle sopracciglia, e soprattutto dopo avere inutilmente cercato di nutrirmi normalmente in una cucina comune dove il piatto più sostanzioso era un grissino o un pezzo di tofu, capii che ne avevo avuto abbastanza. Decidemmo di traslocare. Un’altra collega della mia fidanzata, questa volta dotata di una vita un po’ più normale, viveva sull’isola di Lamma con il compagno, un inglese di Hong Kong, di genere fricchettone, appunto, che ci affittò un piccolo appartamento di fronte al loro, in una casetta nel piccolo villaggio di Yung Shue Wan, al n. 3 di Kam Sham Terrace, sopra il molo del traghetto che collegava l’isola al centro di Hong Kong.

La vita a Lamma non era per niente male. Si andava e veniva con il ferry senza difficoltà, con una mezz’ora di navigazione dal molo 5 del Central pier e la sera, quando si rientrava a casa, era un sollievo trovare la tranquillità dell’isola, totalmente priva di automobili, dopo il caos del centro di Hong Kong. L’andazzo era quello di una specie di mini-Woodstock permanente in salsa orientale: la percentuale di occidentali (che i cinesi di Hong Kong chiamano expat, “espatriati”, quando vogliono essere gentili, e gweilo, letteralmente “diavoli bianchi”, quando vogliono esserlo meno) era massiccia. Per le viuzze e i sentieri dell’isola si girava scalzi, o al massimo in ciabatte. Ogni abbigliamento formale sembrava severamente bandito e l’atmosfera era così rilassata che spesso, seduti ai tavoli dei ristorantini sul molo mangiando pesce e dim sum, dagli altri tavoli arrivavano nuvole di fumo che odoravano vagamente di rosmarino…

Dal giornale in Italia mi chiesero di mandare un po’ di corrispondenze “leggere”, per cui decisi di dedicarmi al tema “sesso”, che i cinesi affrontano in modo ambivalente; o scarsamente interessati, oppure decisamente troppo interessati. E sul tema, lo capii in fretta, c’era molto, ma molto, da scrivere.

Le nuove concubine

Shanghai, febbraio 1996

Nelle grandi città cinesi, dove giorno dopo giorno diminuivano le biciclette e aumentavano le Mercedes e i telefonini, per gli uomini d’affari e gli alti funzionari del partito la prostituta fissa (ingaggiata con regolare contratto) era diventata ormai una specie di status symbol. Dopo la cameriera, il conto in banca, il cellulare e le vacanze all’estero, l’ultima mania spendacciona dei cinesi ricchi era infatti la concubina: bella, giovane, regolarmente “affittata”, disposta ad aspettare il padrone per ore, e ad accontentarlo in ogni richiesta, anche la più peccaminosa. Un’abitudine e una tradizione, del resto, che ha radici storiche profonde nella società cinese. Il concubinaggio infatti, venne proibito ufficialmente per legge in Cina soltanto nel dopoguerra.

Correva voce che da Shanghai a Pechino, commercianti, uomini d’affari, irreprensibili quadri del Partito comunista e attempati funzionari statali, concludessero ormai regolarmente accordi a lungo termine con prostitute.Un autentico business, almeno stando alle rivelazioni della stampa cinese, che riferiva di dirigenti mandati a discutere importanti contratti, che si erano visti offrire dalla controparte, a guisa di “bustarella vivente”, contratti di affitto di ragazze compiacenti, affinché ammorbidissero la trattativa e concedessero uno sconto.

Qualche anno prima sarebbe bastato un ordine perentorio da Pechino per mettere un coperchio a tutti quei bollori. Ma ormai era decisamente troppo tardi. Le prostitute dilagavano in tutte le grandi città, anche in quelle piccole e medie, e persino nelle campagne cinesi. Ciò che sorprendeva di più era proprio il numero di prostitute nelle zone rurali, per tradizione le più chiuse e conservatrici di tutta la Cina. In alcuni villaggi c’erano intere famiglie occupate nella prostituzione, come una vera e propria attività commerciale a conduzione famigliare. Il padre procurava la figlia, il marito la moglie, il fratello la sorella. E ad approfittarne erano in molti, anche coloro i quali avrebbero dovuto dare il buon esempio. Come sette funzionari del Pcc della sperduta contea autonoma di Xinbin, espulsi dal Partito per le loro eccessive e decennali frequentazioni di prostitute fin dall’89.

Spazzata via dalla sacra terra cinese da Mao, la prostituzione era ormai esplicitamente considerata una conseguenza dell’apertura del paese all’esterno, come «le mosche che entrano dalla finestra aperta» di cui parlava Deng Xiaoping. Ma c’era anche chi giurava che persino durante la puritana Rivoluzione culturale, uomini e donne offrivano “servizi erotici a pagamento” per 5 yuan l’ora. Le tariffe erano decisamente salite da quell’epoca, dai 100 ai 300 yuan, dipendeva dalle prestazioni e dal cliente. E dall’età della prostituta. Di solito tra i 20 e i 30 anni, le “signorine” cinesi ammettevano d’aver intrapreso il mestiere per puro divertimento. Spesso stanche delle deludenti prestazioni sessuali del partner. Molte prostitute di Shanghai lavoravano soltanto una o due notti alla settimana e di giorno facevano le operaie. Ma la lunga lista delle insospettabili “belle di giorno” comprendeva anche attrici, insegnanti di scuola elementare, universitarie e casalinghe. Tutte prostitute part-time. Il 71,2 per cento aveva un lavoro ufficiale, e quelle arrestate venivano spedite nei Lao Gai, i famigerati “campi di rieducazione attraverso il lavoro” – i gulag cinesi – per un periodo di due-tre mesi. Che salivano a sei, se trovate in compagnia di uno straniero.

Negli ultimi tempi poi, in Cina erano arrivate anche le russe. Si presentavano come cameriere e venivano assunte per 500 yuan al mese. Ma poi quasi tutte – come scriveva l’autorevole «Quotidiano del Popolo» – proponevano servizi speciali ai clienti in vena di spendere: farsi toccare una mano costava 50 yuan, il viso 100, una coscia 200.
Figuriamoci il resto.

Il sindacato delle lucciole

Hong Kong, maggio 1996

Alla fatidica scadenza del primo luglio 1997, quando Hong Kong sarebbe ritornata sotto la sovranità cinese, i burocrati della Cina comunista si sarebbero trovati un problema in più da affrontare. Qualche settimana prima, infatti, le prostitute che affollavano il territorio britannico e la vicinissima enclave portoghese di Macao (destinata a tornare alla Cina nel 1999), avevano annunciato la nascita del primo sindacato di prostitute asiatico. Un evento tanto più significativo, visto che nei due territori i diritti dei lavoratori in generale (e non solo quelli delle operatrici del sesso) non erano mai stati granché tutelati. E le associazioni sindacali non avevano mai goduto del favore delle autorità.

Sembrava però che la storica decisione delle prostitute di Hong Kong e Macao nascesse non tanto dalla legittima aspirazione a difendere i propri diritti di “lavoratrici”, quanto dalla necessità di riunire le forze per cercare di tutelarsi in qualche modo dallo strapotere della mafia russa, che aveva ormai sottratto alle tradizionali organizzazioni mafiose cinesi, le famigerate Triadi, il controllo dei traffici illegali delle due enclave. Secondo gli inquirenti di Hong Kong, infatti, le attività controllate dalle cosche moscovite erano ormai divenute innumerevoli, e andavano dal riciclaggio internazionale di denaro sporco al traffico di droga, dal commercio di armi al controllo del gioco d’azzardo (Macao possiede ancora oggi forse la più alta concentrazione di casinò del pianeta) e della prostituzione, appunto; fino al contrabbando di materiali radioattivi per la preparazione di ordigni atomici.

Una notevole quantità di mercurio rosso, usato per la fabbricazione di armi atomiche, venne intercettato dagli inquirenti, mentre un ex agente del Kgb, Igor Deordienko, cercava di contrabbandarlo a bordo di una nave nelle acque internazionali di fronte a Hong Kong. La polizia di Macao scoprì successivamente che Deordienko e il suo socio Vladimir Rippin erano due figure di spicco nel racket della prostituzione dell’enclave portoghese. Pochi mesi dopo un famoso avvocato di Hong Kong, Gary Alderdice, venne trovato morto in un appartamento di Vladivostok, in Russia. Le indagini appurarono che l’avvocato Alderdice stava cercando di liberare dalle maglie del racket una giovane prostituta russa conosciuta a Macau, di cui si era innamorato. La mafia russa, infastidita, risolse il problema a suo modo, uccidendo entrambi.

Secondo fonti dell’antimafia di Hong Kong e Macao, i moscoviti cominciarono a esplorare le possibilità di gestire il racket della prostituzione fin dal 1990. Già allora il prezzo da pagare per incontrare una prostituta occidentale era quasi il doppio rispetto a quello di un’asiatica. E la mafia cercò di soddisfare la domanda, sempre in aumento. Ma solo la recente apertura delle leggi di immigrazione, nata dalla necessità di fornire il materiale umano alla enorme industria legale dell’entertainment (che impiegava ormai nei due territori oltre 4000 persone) aveva facilitato l’ingresso anche della “forza lavoro” destinata alla prostituzione, consentendo ai criminali moscoviti di organizzare un efficiente racket, per un giro di affari, secondo stime della polizia di Hong Kong e Macao, di diverse decine di milioni di dollari Usa.

Il fisco non perdona

Hong Kong, ottobre 1998

Trecentomila dollari di Hong Kong erano una bella cifretta. Al cambio attuale farebbero più o meno quarantamila dollari, e pagarli in tasse certamente non fa piacere a nessuno. Ma quando Kitty, avvenente trentenne di Hong Kong emigrata qui dalla vicina Macao solo tre anni prima, si è vista recapitare la cartella esattoriale con quella cifra, deve avere avuto un mezzo collasso. Sì, perché la bella Kitty ha ricevuto un verbale di accertamento in piena regola per tasse su oltre mezzo milione di dollari americani diin reddito non dichiarato negli ultimi tre anni, derivante dai proventi… del mestiere più vecchio del mondo. Insomma, Kitty (nome d’arte, naturalmente) fa la prostituta. E la fa anche bene, visto che da quasi un anno è diventata addirittura proprietaria di una “sala da karaoke” (leggi bordello), che fa un bel po’ di affari nel quartiere a luci rosse di Mongkok.

Ma questa vicenda, che in fondo non farebbe nessuno scalpore in paesi come l’Australia o la Danimarca, dove la prostituzione è una attività lecita e tassabile come tutte le altre, di scalpore ne ha fatto invece un bel po’ a Hong Kong, visto che qui la prostituzione è illegale. Anzi, illegalissima bisognerebbe dire, visto che non passa settimana senza che la televisione trasmetta un bel servizio per rendere conto dell’ennesima retata della buoncostume tra gli ospitali “karaoke bar” di Mongkok. Ma i cinesi, lo si sa, sono molto pratici. E quando si parla di soldi tutto passa in secondo piano. Per questo la faccenda di Kitty – e di molte altre prostitute come lei che negli ultimi tempi si sono viste oggetto delle attenzioni non più soltanto della buoncostume ma anche degli agenti del fisco – ha occupato le pagine dei giornali di Hong Kong per diversi giorni. Ma quando i quotidiani e le televisioni di Hong Kong sono andati a chiedere al signor Thomas Lee Kang-bor, presidente dell’ufficio tasse, come sia possibile che un’attività per la quale sono previsti anni di carcere potesse entrare serenamente nel mirino del fisco, questi non ha fatto una piega. E ha replicato candidamente: «Tutti devono pagare le tasse, indipendentemente dal fatto che la loro attività sia lecita o illecita. Noi abbiamo individuato nel settore delle “lavoratrici del sesso” un’area di evasione praticamente totale. E abbiamo deciso di intervenire». Ma come farete a quantificare e controllare il reddito derivante da “prestazioni erotiche”?, gli è stato chiesto. «I nostri ispettori sono al lavoro da tempo. Comunque, anche chi lavora nell’ambito delle prestazioni erotiche, come tutti i cittadini di Hong Kong, ha l’obbligo di tenere regolari registri della propria attività, rilasciare ricevute ai clienti e, in molti casi, ottenere una regolare licenza.

Del resto, non capisco tutto questo rumore» ha insistito il signor Lee sempre più stupito. «Anche al “re della droga” Ng Sik-ho (meglio conosciuto come Limpy-Ho, Ho “il feroce”, ndr) abbiamo chiesto le imposte sulla sua attività, una volta arrestato. E vi assicuro che nel suo caso si parla di cifre assai più consistenti!».

Dal canto suo la povera Kitty si difende come può: «Nessuno mi ha mai detto che nella mia attività bisognava pagare le imposte, altrimenti lo avrei fatto. Gli ispettori del fisco mi hanno fatto un accertamento chiedendomi come, senza avere un reddito regolare, avessi potuto acquistare negli ultimi anni due appartamenti. Io ho cercato di spiegargli che i soldi provenivano da regali dei miei genitori e dei miei fidanzati, che spesso mi regalavano anche diecimila o ventimila dollari (di Hong Kong, ndr) per il mio compleanno, o per il Capodanno cinese. Gli ho anche fatto il caso di un mio ex boyfriend, che una volta mi ha regalato centomila dollari. Ma non mi hanno creduto». Comunque, a parziale consolazione della povera Kitty e delle altre sue colleghe finite nel mirino del fisco, bisogna anche dire che il solerte signor Lee non si è limitato a firmare le loro cartelle esattoriali. «Stiamo studiando tutta una serie di detrazioni e di abbattimenti di cui possano usufruire le signorine che esercitano questa professione. Abbiamo già approvato la detraibilità delle spese per prodotti di bellezza, preservativi e cure mediche. Abbiamo allo studio anche un meccanismo per calcolare il deprezzamento del corpo causato dagli anni e dall’uso intensivo di questo che, naturalmente, la professione richiede. L’unico problema è che non abbiamo ancora individuato un meccanismo sicuro, perché non possiamo partire da un valore originario d’acquisto del corpo stesso».

Ma le detrazioni pensate dal signor Lee non hanno per nulla consolato la povera Kitty che, disperata, ha esclamato tra le lacrime: «Ma come faccio a rilasciare la ricevuta ai miei clienti. Ve li immaginate voi? Mentre io mi metto a scrivere sul blocchetto fiscale, quelli si sono già rivestiti e scomparsi. E dopo io dove li vado a trovare?». Ma se il sesso mercenario sembrava in prepotente espansione tra i cinesi e nell’intera Asia, pareva che invece i rapporti “amorosi” tra i sessi non andassero altrettanto bene a Pechino e nel resto dell’immenso paese. Per questo volai nella capitale cinese per ricostruire la situazione. A beneficio dei lettori italiani.

Sexy-China

Pechino, gennaio 1999

«Chiuso per protesta». Questo è il cartello che gli affezionati e stupiti clienti del sexy-shop Adamo ed Eva, il più grande di Pechino, hanno trovato recentemente al posto dei soliti articoli erotici. In questo modo decisamente spettacolare il proprietario, Qiao Yue, ha voluto manifestare pubblicamente le sue preoccupazioni circa il futuro della sua azienda, minacciata, dice lui, dal proliferare incontrollato di falsi oggetti erotici, prodotti o importati illegalmente nella Cina comunista. E non contento, il signor Yue si è anche fatto intervistare dai quotidiani e dalle televisioni di Pechino per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla grave crisi che minaccia il suo “settore”, qualora le autorità non interverranno a frenare, in qualche modo, la marea illegale di preservativi colorati, biancheria super sexy e oggettistica varia che sta sommergendo le case dei cinesi.

Ma la pubblica protesta del signor Yue, più che assicurargli la solidarietà dei suoi connazionali, ha richiamato l’attenzione internazionale su un fenomeno che sta interessando sempre più la società cinese di fine millennio: il boom di oggetti e pubblicazioni pornografiche in Cina. A Pechino e nelle più ricche regioni del sud, i cinesi si sono rivelati ultimamente accaniti consumatori di surrogati erotici. Nella sola capitale si contano quasi dieci negozi specializzati ufficiali oltre a una infinità di rivendite improvvisate e illegali di oggettistica porno, proprio quelli che impensieriscono tanto il titolare dell’Adamo ed Eva sexy-shop. Tra i negozi specializzati della capitale il più gettonato in assoluto è il Bang-Bang Healt and Pleasure Centre, nel congestionato e indaffarato distretto centrale di Xidan, dove il termine Bang-Bang corrisponde, nello slang pechinese, all’atto sessuale. Ma il dato ancora più stupefacente che emerge da una ricerca condotta tra i lettori di uno dei principali quotidiani di Pechino, è che gli acquirenti più assidui di oggettistica erotica in Cina sono le donne. Dopo decenni di rivoluzione culturale maoista che, come tutti i regimi comunisti del pianeta, aveva relegato il sesso in una dimensione tra il militante e il riproduttivo che di piacevole aveva ben poco, il nuovo corso cinese sta consentendo a milioni di cittadini della Repubblica popolare di scoprire i vizi privati e le pubbliche virtù del sesso.

E riguardo all’attitudine dei cinesi nei confronti di quello che Humphrey Bogart definiva «l’unico divertimento che non fa ridere», uomini e donne hanno pareri contrastanti. Sul campione di maschi adulti interpellati dal sondaggio del quotidiano «China Daily», la stragrande maggioranza si è dichiarata molto poco soddisfatta della loro partner cinese. Molti uomini di Pechino, specie quelli che hanno potuto lavorare e viaggiare all’estero, ritengono che interessamento della donna cinese verso il sesso sia piuttosto scarso, se paragonato a quello delle donne occidentali. Tra le rimostranze che i “machi” con gli occhi a mandorla fanno alle loro compagne, risaltano la proverbiale riluttanza che le donne cinesi pare dimostrino all’idea di intraprendere l’atto sessuale, e la loro scoraggiante passività durante il suo svolgimento. Dal canto loro le signore e signorine cinesi rimandano integralmente sui loro compagni uomini lo scarso divertimento erotico dei loro convegni amorosi. E si organizzano come possono. Come?

Le più disinibite cercando tra gli stranieri in Cina un partner efficiente, il cui fascino, come assicura Xiao Zheng, il barista di un ristorante elegante del centro di Pechino frequentato soprattutto da occidentali, è accresciuto dal passaporto. Le più fedeli frequentano assiduamente i sexy shop cinesi alla ricerca di olii, pomate e pozioni afrodisiache che accrescano il vigore dei loro (sembra) poco interessati compagni. Non disdegnando, di fronte ai casi più disperati, di utilizzare ampiamente “sostituti” artificiali. E la pubblicistica locale dà ultimamente man forte a questa tendenza.

L’ultimo numero del mensile cinese «Fitness and Beauty» contiene un questionario con più di 50 domande per verificare, letteralmente «l’attitudine sessuale di una donna sposata». Un inserto, insomma, che non ha nulla da invidiare a una rivista occidentale. Un’autentica rivoluzione, quando si pensi che la società cinese ha da sempre mantenuto un atteggiamento di estrema riservatezza, non solo nei confronti del sesso, ma riguardo ai sentimenti in generale. E che solo da poco tempo si possono vedere per le strade delle città cinesi coppie di innamorati che si tengono, pubblicamente, mano nella mano. «Ho perso la verginità con il mio capufficio: mi consigli di rifarmi l’imene o di dire tutto al mio fidanzato?». Questa angosciosa domanda la rivolge ai giorni nostri una certa Wang, non meglio identificata, a una certa

Zhang Jieying autrice di un libro che in Cina ha venduto più di duecentomila copie in edizione legale, più di un milione di copie in edizioni pirata. Il libro si intitola Strettamente confidenziale e raccoglie venti interviste, venti “storie vere” di uomini e donne che raccontano il loro privato più privato, i loro tormenti e gioie di amore ma soprattutto di sesso.

L’autrice è redattrice del «Quotidiano della Gioventù» di Pechino, organo della Federazione dei giovani comunisti. Anche in Cina oggi, come da noi negli anni Cinquanta, la pubblica morale, Partito comunista in testa, continua a giudicare tabù questi argomenti. Ma in Cina c’è molta voglia di saperne di più e si comincia già a parlare di “liberazione sessuale” che avanza inesorabilmente, come dimostra la quantità di lettere “strettamente confidenziali” che la giornalista riceve ogni giorno e alle quali risponde privatamente. La direzione del giornale infatti non le permette di inaugurare una rubrica di Posta del cuore (dal cuore al sesso il passo è breve, la connessione immediata) mentre quello sarebbe il suo sogno. Ma il suo giornale, che è del Partito, non vuole che di queste cose si discuta sulle sue colonne. Non intende piegarsi alla moda del momento che vede proliferare nelle ultime pagine di giornali e riviste di ogni genere rubriche varie di consigli, di giardinaggio, di savoir faire, di chiacchiere sui vip. Rubriche tenute da famosi scrittori e scrittrici che per arrotondare i loro magri introiti si sono adattati a diventare pennivendoli scrivendo per quelle pagine che in cinese si chiamano “il culo del giornale”; e che da poco si è scoperto come siano le pagine più lette, spesso la ragione per cui un giornale riesce a mantenersi a galla interessando i suoi lettori a fatti minuti della quotidianità.

Ma il «Quotidiano della Gioventù» di Pechino non ha “culo”, non lo vuole avere: e così Zhang Jieying, nonostante il successo del suo libro che ha dato il via a numerose imitazioni (libri dai titoli simili, tipo Noi due soli, In camera da letto, Segreti bisbigliati) non avrà, almeno su quel giornale e almeno per il momento, la sua rubrica di Posta del cuore. Ma non è detto che la direzione non cambi idea: vendere è oggi, in un paese che ancora si dice comunista, l’imperativo assoluto e il mercato vuole sesso, in tutte le forme possibili e immaginabili, dalle video cassette porno ai sexy-shop. Che si tratti di sesso esplicito e volgare o di sesso mascherato e raffinato, come i famosi “Manuali di massaggio tradizionale per la coppia” che si trovano sia in brochure che in cd-rom, il sesso comunque si presenti è uno degli articoli che più vanno in un paese che fino a neanche venti anni fa sembrava un enorme convento e dove, prima che venisse avviato il nuovo corso delle riforme economiche, non si parlava né di amore né di sesso.

Il sesso era un’attività misteriosa permessa soltanto dopo il matrimonio, una di quelle cose che è buona educazione far passare sotto silenzio. Ma è chiaro che anche allora c’era sotto ben altro e Mao stesso, se quello che racconta il suo medico personale è vero, amava portarsi nel letto, quando era già vecchio, più d’una giovane contadina alla volta. E lo faceva per ragioni salutistiche, perché il sesso in Cina è sempre stato considerato, nella tradizione, come una pratica igienica: lo yin, l’essenza della donna, fa bene allo yang, l’essenza dell’uomo, e viceversa. Ora però i giovani che animano il nascente movimento di liberazione sessuale, pensano più al piacere che alla salute, più ai sentimenti che allo yin e allo yang. Stanno reclamando per loro la dimensione del “privato”, appunto dello “strettamente confidenziale” che ai loro genitori è stata negata all’epoca del comunismo trionfante e della Rivoluzione culturale.

Freud è stato tradotto e pubblicato in Cina soltanto nel 1985 e allora vi fu chi disse: «Oddio, un miliardo di inconsci in più!». In realtà è proprio così: nessuno si è mai preoccupato dell’inconscio – o del privato, per dirla più semplicemente – di un miliardo di persone. Ora ci penserà, speriamo, la signora Zhang Jieying sul giornale per il quale lavora, a patto che il Partito smetta di farsi tutore di una pubblica morale che in Cina, come ovunque, è già allo sfascio anche senza Poste del cuore: o forse proprio per questa ragione. E tra sesso mercenario, concubine da mantenere, tasse da pagare per le operatrici del settore e girandole di corna per entrambi i sessi, la nuova libertà sessuale dei cinesi alimentava anche l’economia di quei settori che potremmo definire “dell’indotto”. Almeno quando ne scrissi io.

*Giornalista, fotoreporter e scrittore, Marco Lupis è stato corrispondente e inviato speciale dall’Estremo Oriente e soprattutto da Hong Kong, per le maggiori testate giornalistiche italiane (Panorama, Il Tempo, Corriere della Sera, L’Espresso e La Repubblica) e per la RAI (Mixer, Format, TG1 e TG2). Lavorando spesso in zona di guerra, è stato fra i pochi giornalisti a seguire i massacri seguiti alla dichiarazione di indipendenza a Timor Est, gli scontri sanguinosi tra cristiani e islamici nelle Molucche, la strage di Bali e l’epidemia di SARS. Con le sue corrispondenze ha coperto per oltre un decennio l’intera area Asia-Pacifico, spingendosi fino alle isole Hawaii e all’Antartide. Ha intervistato molti protagonisti della politica asiatica come Aung San Suu Kyi e Benazir Bhutto, denunciando nei suoi articoli le violazioni dei diritti umani in Asia. I suoi reportage sono stati pubblicati anche da quotidiani spagnoli e americani.