Cina: WeChat, solo dati di qualità

Quando si parla di mondo digitale − e internet in generale − in Cina bisogna partire da alcuni dati. Il primo è il seguente: oggi nel Celeste Impero almeno 800 milioni di persone si collegano a internet. Di questi, la stragrande maggioranza accede alla rete via smartphone. Ma “accedere alla rete” in Cina ormai ha un significato particolare: significa utilizzare l’applicazione più diffusa, ovvero Weixin, che noi conosciamo in Europa come WeChat.

L’app venne lanciata nel 2001 dalla Tencent, colosso tecnologico cinese, che negli anni passati aveva creato QQ, diventato in poco tempo il sistema di messaggistica preferito dai netizen cinesi. QQ era molto simile al Messenger della Microsoft che veniva usato in Italia soprattutto a fine degli anni ’90. Quando WeChat venne lanciata sul mercato, quasi nessuno in Occidente ci fece particolare caso. In Cina invece cominciò immediatamente a raccogliere iscritti. All’inizio della sua vita, WeChat sembrava soltanto una app molto simile a WhatsApp: messaggistica, testuale e vocale, gruppi e possibilità di postare come su Facebook.

Nel 2013 i suoi utenti erano già cresciuti a 300 milioni. A quel punto Tencent cominciò a disegnare al meglio il proprio piano: WeChat − oggi − è infatti una super app, una app all’interno della quale cominciarono a sorgere altre app. Con WeChat si possono prenotare voli, cene al ristorante, visite mediche, massaggi, si possono risolvere questioni burocratiche, ci si paga le tasse e in alcune regioni cinesi funziona già da documento di identità. Tutto si risolve dentro WeChat, un mondo capace di costringere tutti a creare app all’interno della “mega-app” WeChat.

Per arrivare a tutto questo il momento decisivo avvenne nel 2013. WeChat − durante il capodanno cinese – permise ai suoi utenti di mandare delle “buste rosse” virtuali, le tradizionali buste che costituiscono il principale regalo di fine d’anno cinese, consentendo loro di agganciare il proprio profilo WeChat al proprio conto in banca. Partirono milioni di buste rosse virtuali. Ma soprattutto almeno 5 milioni di persone – in pochissime ore – “agganciarono” il proprio portafoglio di WeChat al conto bancario. Jack Ma, boss di Alibaba e fino ad allora re dei pagamenti on line con il suo Alipay, definì quella mossa di marketing di WeChat come la Pearl Harbour dei pagamenti on line.

Questo evento ha comportato la definitiva consacrazione di WeChat: oggi chiunque sia in Cina deve installarsi WeChat perché attraverso questa app si può fare di tutto. WeChat – inoltre – attraverso le sue app e soprattutto attraverso la possibilità di pagare qualsiasi servizio, non solo on line, ma anche off line, ha dimostrato una straordinaria capacità di catturare dati, oggi fondamentali per la profilazione dell’utente e per progettare sempre di più le app sulle esigenze degli utenti.

Non a caso, il guru dell’intelligenza artificiale cinese Kai Fu Lee, ha più volte descritto la Cina come l’“Arabia Saudita dei dati”. E grazie a WeChat i dati cinesi non sono solo tanti, sono anche di qualità, perché non sono solo la registrazione dei comportamenti on line delle persone (like, post, video, foto, tracciamento della navigazione e di eventuali acquisti on line) ma seguono l’utente anche nella vita off line: si prenotano le vacanze, si comprano i biglietti dei treni, si prenota una sauna, si paga l’affitto di una bicicletta, si passano dei soldi ad amici, si partecipa ad eventi nei grandi centri commerciali. In Cina si hanno tanti dati e per di più in grado di “profilare” molto meglio le persone, non limitandosi soltanto alla vita virtuale degli utenti. A Shenzhen, nel sud della Cina, ad esempio, sull’account di WeChat si riceve anche la patente di guida. WeChat dunque è un mondo con dentro molti mondi, una porta di ingresso ai servizi, tanto per i consumatori, quanto per le aziende, gestisce un milione di transazioni economiche al minuto e in tutto il mondo ha quasi un miliardo di account, ben più di tutti i navigatori presenti in Cina.

In Europa invece WeChat è un’azienda che ha deciso di lasciare a WhatsApp il mercato dei consumatori, per specializzarsi nel business to business. Servizi alle aziende, in grado però di rispecchiare, come accade in Cina per i consumatori, la filosofia che guida la app: una porta per un mondo. Ad ora il sistema funziona, frutta molti soldi e sta garantendo a WeChat di essere, di fatto, la porta dei cinesi ai servizi on line.

WeChat è talmente fondamentale ormai nella vita delle persone in Cina, da rendere necessaria una sua sistemazione teorica da parte del partito comunista. Il Pcc, ben sapendo che i propri funzionari usano la app anche per esprimere le proprie idee su quanto accade nel mondo − WeChat ha anche funzioni che potrebbero essere paragonate a Facebook, Twitter, Instagram, messi insieme − nell’ottobre del 2018 ha deciso di pubblicare le linee guida per i funzionari: cosa si può fare e cosa no con WeChat. La punizione in caso di condotta disdicevole è radicale: l’espulsione dal partito.

India, 300 milioni di utenti Fb

Nel celebre volume “An Uncertain Glory: India and its Contradictions” gli economisti Jean Drèze e Amartya Sen nel 2013 descrivevano l’India come “isole di California circondate da un mare di Africa Sub-sahariana”, restituendo il divario che, oggi come allora, ancora separa la vasta maggioranza rurale dalla circoscritta élite urbana benestante. Ed è proprio quell’arcipelago di benessere ad aver attirato negli ultimi anni le attenzioni del GAFA, con diversi gradi di penetrazione nel mercato già tangibilissimi nel Paese.

L’India è già prima per numero utenti Facebook (quasi 300 milioni, davanti agli Usa con poco più di 200), in crescita costante grazie alla diffusione sempre più rapida dei dispositivi smartphone nel Paese, stimata a quota 40% entro la fine del 2019: significa che tra un anno quasi un indiano su due sarà un cliente potenziale dei servizi di online retailing che stanno trasformando la società dei consumi globale.

Questo dato ha spinto Jeff Bezos a scommettere enormemente sul crescente mercato indiano, stanziando investimenti pari a 5 miliardi di dollari con l’obiettivo di cannibalizzare la pur fervente concorrenza locale nel settore dell’e-commerce. Un azzardo che sembra aver dato i suoi frutti. Amazon, secondo un recente rapporto siglato da Barclays, lo scorso anno fiscale ha ufficialmente superato i ricavi del diretto avversario autoctono Flipkart, chiudendo con 7,5 miliardi di fatturato contro 6,2. Ma per il colosso di Seattle ancora non basta. Amazon ha intenzione di assumere nel proprio organico indiano altri duemila lavoratori − metà nel settore tech, metà non-tech – così da aumentare la propria copertura sul territorio nazionale indiano. In altre parole, monopolizzare tutte le tratte che collegano tra loro centinaia di Californie indiane che stanno erodendo, lentamente ma con costanza, lo sterminato bacino idrico di povertà che le circonda. E, soprattutto, farlo prima della cinese Alibaba, già potenza egemone nel continente.

di Simone Pieranni e Matteo Miavaldi

[Pubblicato su Eastwest]