FreeVantablack – Ricordando ZAJIA e un’idea di cultura vivente

In Cultura by Redazione

Marcel Duchamps una volta scrisse:
«Mi piace vivere, respirare, molto di più che lavorare….
La mia arte è quella di vivere: ogni secondo, ogni respiro sono un’opera d’arte che non è iscritta da nessuna parte, che non è né visuale né cerebrale.
è una specie di euforia costante»

Da quando è nata nel 2011 – dalla gentilezza e dal desiderio dei suoi due creatori: l’artista e regista Rong Guang Rong e la ricercatrice, artista e sinologa Ambra Corinti, e occupando due sale anteriori dell’ala frontale dell’anziano tempio taoista Hong’ En, nel cuore del quartiere di Gulou – Zajia, per noi pechinesi d’adozione, per i locali e per i curiosi di passaggio, è stato il luogo che ci ha sempre ospitati tutti; il luogo in cui potevamo andare perché avremmo trovato sempre e comunque qualcuno per chiacchierare, qualcun altro da conoscere, qualcosa da vedere e un angolo dove sapevamo di poter stare in disparte senza sentirci soli e di poter stare soli senza sentirsi perduti.

Zajia si sforzava di essere aperto per una colazione tarda, un po’ clumsy perché la sera prima un concerto o una performance erano finiti tardi e fino alle 4 di mattina c’era ancora gente sulla scalinata del vecchio tempio taoista a discutere.

Già la scalinata,… coi cuscini o le seggiole da bambini o semplicemente i gradini, belli, larghi, non troppo ripidi, capaci di far sedere le persone accanto e di far incrociare gli sguardi e stringere le mani, e accalappiare le conversazioni al volo con un cenno, un gesto, un sorriso accennato, scambiandole e mescolandole agli odori e ai colori degli hutong.

Seduti con un cappuccino, si potevano guardare la piazza e il mercato animarsi nella mattina che, prima con effervescenza e poi con consumata e sapiente lentezza muoveva verso l’ora di pranzo. A quel punto meglio comandare qualcosa in un piccolo bugigattolo di strada accanto e mangiarselo sempre lì sulle scale, godendosi il silenzio di mezzodì rotto solo dalle cantilene degli ambulanti. Se non si riusciva a partire entro le 3, era molto probabile imbattersi in qualcuno di passaggio, in bicicletta o a piedi e non si poteva rinunciare a un altro caffè e a una conversazione. Intanto il secondo turno delle compere al mercato riportava la gente nella piazza e la luce piatta del mezzogiorno cambiava diventando più sfumata e allegra ma con già dentro l’inizio dell’imbrunire, poi improvviso.

L’aperitivo, un’altra cena improvvisata, e cominciava il concerto o il documentario o la performance. Tutto d’un fiato o, altrimenti, prima parte, pausa scalini, seconda parte, ma comunque poi ancora sugli scalini, o in uno degli angoli del bar, con le sedie tutte diverse, e l’atmosfera calda rosso-giallastra delle lampade, anche loro sorelle e cugine ibride, di provenienze non ben identificate, ma tutte ben portatrici di luce.
Allungarsi sulla mezzanina ripidissima tra i due spazi era un’altra opzione e anche il corridoio di passaggio e accesso al mercato intratteneva piccole folle con bicchiere alla mano.

Lo spazio degli eventi, ancora energizzato come succede ai vecchi teatri oscuri e un po’ magici, ospitava conversazioni con gli artisti, gatti vari e qualcuno rimasto ad assorbire quell’energia assieme ai suoi pensieri e all’ultimo bicchiere.

ZaJia ha ospitato arte d’avanguardia e di nicchia, documentari, cinema, musica sperimentale, community events, teatranti e maghi, cocktails privati, simposi politici, giochi per bambini, corsi di cucina, concerti rock, disco music, serissimi progetti internazionali, sponsorizzati e molto fieri di se stessi, e improvvisate iniziative locali, ora buffe e intense, ora ingenue, ora forti e provocatorie, ora incomprensibili se non a pochi.

E tutti quelli che hanno portato un progetto a ZaJia hanno poi spesso continuato a «bump into each other» ritornando a ZaJia.

Non mi ricordo di aver sentito artisti dalla reputazione particolarmente «radicale» dichiarare chje la loro aura fosse minacciata dal fatto che Zajia avesse ospitato cose tanto diverse tra loro, gente tanto diversa, momenti così apparentemente incompatibili.
Ma come è stato possibile? Come mai persone così diverse, discipline così diverse, pensieri così diversi hanno voluto passare per ZaJia e lo hanno fatto naturalmente, senza essere sospettosi o in difesa, accettando l’ospitalità del luogo e senza insistere per cambiarlo? Cos’è che ha fatto loro dimenticare tutte le regole scritte e non scritte delle proprie discipline, dei propri contesti sociali, artistici, intellettuali e culturali, una volta che montavano la scalinata o ci si sedevano?

Oggi il creare comunità e il ricostruire la sfera relazionale sono divenuti gli obiettivi e i ritornelli quasi obbligatori di ogni spazio creativo, di ogni iniziativa culturale, artistica e politica; eppure l’esperienza di ZaJia ha un sapore diverso: come se, proprio per non aver mai «preteso» troppo, fosse stata capace di accettare tanto, di «ospitare» tanto, di «testimoniare» tanto.

Za Jia ha militato senza diventare militante, ha educato senza diventare insegnante; è stata d’avanguardia senza essere elitista e tradizionale senza essere moralista, seria, semi-seria e buffa senza diventare parodia; è apparsa da sola così dal nulla nella testa di Ambra e Arong ed è stato come se ci fosse sempre stata, e da quando le hanno portato via il tempio è migrata in internet, ogni tanto è riapparsa qualche altra volta in qualche altro locale con un uno screening, un party…e forse un giorno troverà un altro guscio, un altro tempio, o un’altra architettura materiale per l’architettura della sua esperienza mentale, filosofica e sensibile.

La gentrificazione, la specializzazione dei ruoli e dei meccanismi economici legati alle politiche culturali che tendono a trasformare tutte le capitali del mondo in una sorta di organismo standard che segue spietate e inconturnabili logiche evolutive darwiniane, vogliono farci credere che ZaJia è stata possibile solo entro un ventaglio spazio-temporale preciso molto particolare e che non potrà riprodursi.
Almeno in parte, questo argomento è difficile da controbattere.

E in tal caso si potrebbe pensare ZaJia in maniera sentimentale come una moderna Villa degli Scalognati dai Giganti della Montagna di Pirandello in cui, accettando di vivere d’aria, la creatività emancipata dalla schiavitù della sponsorizzazione e dall’ideologia ha vissuto libera fino a quando i passi degli stivali dei giganti hanno iniziato a rimbombare. (come quelli dei soldati nella caserma che sta nell’hutong accanto).

Specialmente in Cina, è bello pensare che Zajia sia stata una strana coincidenza inspiegabile, o una misteriosa influenza esoterica, intrinseca al tempio taoista e alla parola Zajia, (che citando la fondatrice Ambra Corinti significherebbe non solo «eclettico» ma anche «inclassificabile secondo gli standard conosciuti» ´e che, senza che le fosse noto al momento della decisione, sembra essere il nome originale del movimento filosofico delle Cento Scuole di Pensiero in cui convergevano Legalismo, Moismo, Confucianesimo e Taoismo).

Ma da un altro punto di vista, io non credo a questa inevitabilità, proprio perché la natura di ZaJia non è mai stata nostalgica, o utopica, ma invece meravigliosamente pragmatica, flessibile; non ideologica, ma ricca di una qualità umana che senza mai mettersi al centro del mondo, ha saputo ancora come praticarlo (il mondo).

ZaJia è praticare il mondo attraverso un’idea di cultura aperta in cui il tempio è anche un teatro e una taverna e gli scalini che permettono di accedervi, lo uniscono alla strada, alla piazza e al mercato.

Così la scalinata diventa lo spazio in cui i dislivelli della vita si trasformano in passaggio e la verticalità lavora per creare l’orizzontalità dell’esperienza condivisa.

Finché esisteranno questo sentimento e quest’idea di cultura, si troveranno sempre un tempio, una piazza, un mercato e una scalinata per ospitare la prossima apparizione di ZaJia: un ‘altrove, non solo taoista e non solo donchisciottesco, un altrove rispetto alla scala mobile e all’aria condizionata dei centri commerciali, e che si permette ancora di non essere banale.

di Alessandro Rolandi

 

*Alessandro Rolandi ha studiato chimica, teatro sperimentale, cinematografia e storia dell’arte. Vive a Pechino dal 2003 dove lavora come artista multimediale e performativo, regista, curatore, ricercatore, scrittore e docente. Il suo lavoro si concentra sull’intervento sociale e le dinamiche relazionali, con lo scopo di ampliare la nozione di arte oltre le strutture, gli spazi e le gerarchie esistenti, attraverso l’impegno diretto con la realtà, in diversi modi. Ha fondato il Social Sensibility Research & Development Department di Bernard Controls Asia e collabora regolarmente con diverse riviste e siti: Hyperallergic, Randian, Asialyst.

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