Nel Paese più cattolico dell’Asia Stato e Chiesa non vanno affatto d’accordo. Nemmeno in epoca di Covid-19. Davanti a tutte le scelte messe sul tavolo del presidente filippino Rodrigo Duterte – a cominciare dalla famosa guerra alla droga – le gerarchie dell’arcipelago han sempre storto il naso. Lo ha fatto l’ex arcivescovo Luis Antonio Tagle, a febbraio richiamato a Roma e promosso il 1 maggio al rango di cardinale vescovo, lo fa ora il suo sostituto, Broderick Pabillo, amministratore apostolico dell’Arcidiocesi di Manila e considerato meno tenero di Tagle.

Qualche giorno fa ha detto che tempi difficili mostrano quali leader hanno davvero a cuore  il “bene delle persone  e quali pensano solo a se stessi o non si preoccupano molto delle loro responsabilità”. Come d’abitudine, il nome di Duterte – che gode tra l’alto (o almeno godeva) di grande consenso popolare – non viene fatto ma era fin troppo chiaro come il riferimento fosse al presidente sceriffo.

Eppure Pabillo ancora non aveva saputo dell’ultima decisione del suo governo: dimezzare il numero delle famiglie beneficiarie di un programma varato per sostenere l’economia popolare durante il virus, dal momento che “diminuiranno le famiglie sottoposte a quarantena”. Il Dipartimento per il benessere sociale e lo sviluppo considererà solo  11,5 milioni di famiglie anziché i quasi trenta considerati nel primo mese di erogazioni (aprile) e che hanno ricevuto assistenza finanziaria per oltre 237 milioni di euro. Anche se – ricorda la stampa locale – secondo la Banca Mondiale il sussidio  avrebbe “impedito un aumento della povertà” destinata a crescere senza interventi di sostegno.

Esattamente quel che pensa il presule secondo cui, in epoca di Covid-19, le conseguenze di come agisce o non agisce le leadership è un gioco sulla pelle della gente: “Le loro decisioni incidono sul benessere economico dei loro elettori e hanno un impatto sulla salute e la qualità della vita”.

Sempre senza far nomi, “sarebbe di grande aiuto – ha aggiunto – se i leader potessero essere chiari perché molte dichiarazioni sono vaghe e spesso irrilevanti. E questo perché  chi parla è confuso, ha un secondo fine o semplicemente non gli interessa se la gente capisce o no”. Un affondo condiviso visto che diversi osservatori hanno espresso preoccupazione per i pieni poteri che Duterte si è fatto attribuire da un parlamento che controlla completamente e che ora ha aumentato i suoi spazi di manovra.

La querelle con la Chiesa è antica: dopo che in febbraio Tagle è stato richiamato a Roma per dirigere la Congregazione di Propaganda Fide – e a  far parte del ristretto team di consiglieri del papa tanto che molti lo danno come possibile nuovo pontefice – Duterte  ha detto che Francesco lo aveva richiamato per la sua eccessiva politicizzazione e che Tagle usava fondi della Chiesa per finanziare l’opposizione filippina. I vescovi reagirono liquidando le accusa come “ridicole”. Ma non era la prima volta: nel 2018 a proposito delle accuse alla sua campagna anti droga, Duterte definì i vescovi degli “idioti”.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]