L’11 gennaio i cittadini taiwanesi saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente e la composizione dello Yuan legislativo, il parlamento locale. L’esito del voto avrà verosimilmente conseguenze ben oltre i confini nazionali, influenzando le relazioni con la Cina e gli Stati Uniti, rispettivamente primo partner commerciale e militare dell’isola. Considerati i numeri delle ultime presidenziali (2016), l’affluenza dovrebbe mantenersi alta, con stime che si aggirano intorno ai due terzi degli aventi diritti al voto. Di cui 1,2 milioni alla prima esperienza elettorale.

Le elezioni giungono a un anno dal controverso discorso con cui il presidente Xi Jinping il 1 gennaio 2019 esortò Taipei a velocizzare la riunificazione delle “due Cine” sotto il motto “un paese, due sistemi”, lo stesso modello politico-economico contro cui Hong Kong protesta da mesi. Sebbene rifiutata tanto dal partito progressista al governo (Democratic Progressive Party) quanto dall’opposizione nazionalista filocinese (Kuomintang), la proposta ha innescato un rimescolamento delle preferenze popolari penalizzando il KMT, reduce dal clamoroso successo delle amministrative del novembre 2018 (15 città e contee sono passate nell’orbita nazionalista) ma considerato troppo vicino alla mainland.

I cittadini si troveranno a scegliere tra tre candidati: l’attuale presidente Tsai Ing-wen, candidata del DPP, sfiderà l’esponente del KMT, Han Kuo-yu, e il fondatore della formazione di centro-destra People First Party (PFP), James Soong Yu.

Da quando nel 2016 Tsai ha assunto la presidenza dell’isola con un’agenda fortemente autonomista le relazioni con Pechino si sono visibilmente deteriorate tanto da provocare l’interruzione dei contatti ufficiali tra le due sponde dello Stretto. Sospettando l’imminente proclamazione di un’indipendenza de iure, la leadership di Xi Jinping ha dispiegato la strategia del bastone e della carota. Gli ultimi tre anni sono stati scanditi, da una parte, da una maggiore apertura della terraferma all’arrivo di talenti e investimenti taiwanesi. Dall’altra, da ritorsione e minacce armate: Pechino ha privato Taipei di sette alleati diplomatici, incrementato le esercitazioni militari nei pressi dell’isola, limitato i flussi turistici, aumentato gli attacchi cibernetici, e arrestato cittadini taiwanesi con l’accusa di attentare alla sicurezza nazionale. L’approssimarsi del voto ha coinciso inoltre con una massiccia campagna di disinformazione volta a screditare il fronte progressista attraverso social network e media tradizionali.

Ma, come insegna la storia, raramente il pressing cinese sortisce gli effetti sperati. E’ già successo nel 1996, quando Pechino cercò invano di scongiurare la nomina del filoindipendentista Lee Teng-hui sfoderando i propri missili. Anche oggi, come allora, le provocazioni cinesi, anziché fiaccare le rivendicazioni autonomiste, stanno involontariamente spingendo Taipei tra le braccia di Washington che, pur non riconoscendo ufficialmente la statualità dell’isola democratica, contribuisce ad assicurarne la difesa con la vendita di armi. Se i sondaggi dovessero rivelarsi attendibili, la strategia intimidatoria di Pechino sembra ancora una volta ripercuotersi come un boomerang sulle scelte dell’elettorato. Stando a una recente indagine della Cross-Strait Policy Association, il 56,5% dei rispondenti si è detto favorevole a una riconferma di Tsai, numeri che danno alla candidata del DPP un vantaggio sul concorrente Han Kuo-yu di 38 punti percentuali, lasciando a James Soong Yu un misero 9,9%.

Si tratta di una vera e propria rimonta per la leader progressista. Giunta al potere all’indomani delle proteste anticinesi dei Girasoli, Tsai ha inizialmente disatteso le aspettative dei cittadini privilegiando un’agenda dominata dal confronto/scontro con Pechino a discapito dell’introduzione di più urgenti misure economiche. La rapida emarginazione sullo scacchiere internazionale, abbinata all’attuazione di politiche impopolari in materia di lavoro, pensioni ed energia, ha facilitato il trionfo del KMT alle amministrative del 2018 e la repentina ascesa di Han, nominato sindaco dell’ex roccaforte progressista Kaohsiung.

Considerato un outsider della politica, il candidato nazionalista di origini cinesi si è contraddistinto per la promozione di soluzioni populiste e la capacità di sfruttare la perdita di consenso sperimentata dall’establishment vecchio stampo. Ma la sua vicinanza alla mainland, per quanto strumentale all’agognata ripresa economica, oggi rende la presidenza un traguardo più lontano. Colpa delle proteste hongkonghesi sulle quali Tsai ha saputo far leva negli ultimi mesi di campagna elettorale. Con la minaccia di “un paese due sistemi” alle porte, probabilmente in pochi (soprattutto tra i più giovani) saranno disposti a consegnare la nazione nelle mani di un candidato filocinese. Al contempo, l’entrata in scena di Soong – al suo quinto tentativo – concorre a penalizzare Han strappando voti all’elettorato indeciso e a quanti non hanno gradito la rapidità con cui il neosindaco si è dimostrato disposto a scaricare Kaohsiung per gettarsi nell’agone politico. Matematicamente fuori dai giochi, la candidatura di Soong sotto i vessilli del PFP potrebbe ugualmente influire sulle legislative, alle quali il KMT arriva indebolito dopo mesi di convulsioni interne.

A bocce ferme, sarà interessante vedere non solo come il risultato delle urne influenzerà la postura di Cina e Stati Uniti (Taiwan rappresenta un tassello fondamentale nella strategia americana dell’Indo-Pacifico). Come scrive per l’ISPI Chun-Yi Lee della University of Nottingham, una seconda vittoria di Tsai aprirebbe nuovi scenari globali, attestando la fragilità delle posizioni populiste quando ad essere a rischio è la sovranità nazionale.

[Pubblicato su il manifesto]