UPDATE – Economie al bivio

In by Simone

Le economie di Cina e Giappone da quasi 40 anni sono profondamente integrate. Da quando però le Senkaku/Diaoyu sono state nazionalizzate, politica ed economia sono andate di pari passo. Dal turismo alle auto agli investimenti diretti esteri: a rischio un giro d’affari da 345 miliardi di dollari. (UPDATED)

25 ottobre – Update

Ieri Nissan ha annunciato la sua exit strategy dalla Cina. 

Il costante calo delle vendite (intorno al 50 per cento) ha inevitabilmente prodotto tagli alla produzione. Ora uno dei principali gruppi automobilistici del Sol Levante investirà l’equivalente di 376 milioni di dollari in Thailandia.

Il piano è di aumentare l’attuale produzione tailandese di auto di 100 mila esemplari l’anno a 200 nel giro di due anni. Intanto anche Mazda, altra grande casa automobilistica giapponese, ha annunciato di voler ampliare le proprie linee di produzione in Vietnam.

9 ottobre – Update

La notizia è allarmante per il settore metalmeccanico e automobilistico giapponese: le vendite di vetture nipponiche sul mercato cinese sono calate di quasi la metà: nel solo mese di settembre, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, Toyota, il principale produttore giapponese di auto ha registrato un calo delle vendite del 48 per cento. Le altre case giapponesi non sono state risparmiate. Nissan ha perso il 35, Honda e Suzuki il 40 e Mazda il 34 per cento.

Secondo il Nikkei shimbun, primo quotidiano economico giapponese, che oggi rivela i dati sopra riportati, la principale causa dei problemi sarebbe proprio la contesa con la Cina sulle isole Senkaku/Diaoyu

5 ottobre – Le conseguenze dello scontro Cina-Giappone
 

Per la "golden week", una settimana di vacanza dal primo al 7 ottobre, in coincidenza con l’anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, molti cinesi hanno scelto l’estero. Quest’anno in cima alle classifiche di gradimento ci sono Thailandia e Corea del Sud. Ma fino all’anno scorso c’era il Giappone

Di tutti i settori dell’economia nipponica a risentire maggiormente di quasi un mese di accesa disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu, piccolo arcipelago del Mare cinese orientale conteso da Cina, Taiwan e Giappone, è stato il turismo, un settore che nel Paese del Sol levante dà lavoro a più di un milione di persone e costituisce il 2,2 per cento del Pil. 

La tensione diplomatica tra Tokyo e Pechino potrebbe mettere a serio rischio non solo l’economia giapponese, ma anche l‘intero sistema economico cinese, che molto dipende dagli investitori stranieri. E quelli giapponesi sono tra i più generosi. Per Tokyo la Cina infatti non è solo il più grande destinatario di beni di consumo, ma soprattutto di capitali: dal 1996 a oggi, il Giappone ha investito in Cina circa 86 miliardi di dollari, quasi 4,3 miliardi di dollari l’anno.

Il turismo è solo una minima parte di un giro d’affari gigantesco, pari a 345 miliardi di dollari, costruito sull’integrazione commerciale e finanziaria tra seconda e terza economia mondiale. Ora il rischio è che le ritorsioni cinesi alla nazionalizzazione dell’arcipelago, ufficializzata dal governo centrale di Tokyo l’11 settembre scorso, metta in pericolo un intero sistema economico costruito in 40 anni di relazione tormentata. 

Alcune agenzie di viaggio cinesi, ancora due settimane fa, all’apice delle proteste anti-giapponesi in diverse città della Cina, avevano registrato numerose cancellazioni sui viaggi in Giappone da parte dei propri clienti, mentre la compagnia aerea giapponese All Nippon Airways (ANA) segnalava di aver ricevuto circa 19mila cancellazioni di prenotazioni su tutte le tratte che collegano il Giappone e la Cina. Risultato: non solo viaggi di piacere, ma soprattutto viaggi di lavoro e rappresentanza sono stati annullati o rimandati a data da destinarsi. Il calo delle presenze turistiche nel Paese arcipelago sta preoccupando tutti i principali media nazionali giapponesi. 

L’Asahi Shimbun riporta che circa 50 mila cinesi avrebbero dovuto visitare il Giappone in questi giorni di ferie. Ma la stragrande maggioranza ha cambiato programmi. Il calo di presenza cinese sarebbe stimabile intorno al "40 per cento per i viaggi individuali e poco al di sotto del 10 per cento per i viaggi organizzati".

Certo, la situazione è in gran parte conseguenza della volontà dei singoli viaggiatori. Tuttavia pare si siano verificati veri e propri casi di ostruzionismo da parte degli stessi tour operator. Sarebbe questa l’esperienza della corrispondente a Shanghai dell’Asahi. Questa si sarebbe finta una cliente interessata a organizzare un viaggio e il tour operator l’avrebbe sconsigliata "per questioni di sicurezza legate alle manifestazioni anti-cinesi". Manifestazioni oggettivamente isolate e poco partecipate, ma sufficienti a spaventare i viaggiatori cinesi.

Ma la crisi diplomatica investe anche altri settori dell’economia. Se per la Cina il Giappone è tra i primi partner commerciali (dopo Usa e Ue) la Cina è il principale destinatario (21 per cento del totale) dell’export giapponese. Gli scambi che già erano in fase calante a causa anche del recente rallentamento dell’economia cinese, hanno subito un ulteriore colpo e ora molti cinesi per scelta politica non vogliono più comprare prodotti giapponesi.

Tra questi, le auto sono tra i più richiesti e quindi più a rischio. Colossi come Toyota, Nissan e Honda potrebbero perdere terreno rispetto ai propri concorrenti internazionali. E perdere la fetta di mercato cinese potrebbe essere un trauma irreversibile: la Cina è diventata di estrema importanza per le case automobilistiche giapponesi nella corsa contro i competitor esteri. Nissan, ad esempio, ricava un buon 25 per cento dei suoi profitti dal solo mercato cinese.

Conseguenza diretta del calo delle vendite è il rallentamento della produzione, anche questa stabilmente legata al territorio cinese. Gli stabilimenti di produzione e assemblaggio delle autovetture giapponesi sono infatti gestiti con la formula della joint-venture 50-50 tra capitale privato giapponese e capitale statale cinese e, grazie anche all’indotto, forniscono lavoro a centinaia di migliaia di persone. "Quando la produzione si ferma, allo stesso modo si ferma il flusso di denaro", scrive Michael Dunne, esperto del mercato dell’auto asiatico, sul Wall Street Journal.

Se quindi i cinesi non comprano più macchine giapponesi, le stesse aziende di Stato cinesi non fanno profitto. E se le aziende non fanno profitto, i lavoratori non vengono pagati. I sostenitori di un boicottaggio esteso ai prodotti giapponesi, o di sanzioni commerciali sulle importazioni dal Giappone doverebbero rifletterci su, come suggerisce l’autorevole magazine economico cinese Caixin. "I cittadini cinesi", scrive la rivista diretta dall’influente giornalista Hu Shuli, "sono liberi di esprimere il loro sostegno a un boicottaggio, ovviamente nel rispetto della legge. Ma un’attenta considerazione del nostro interesse nazionale richede di separare la politica dall’economia".

Caixin si sofferma anche sull’importanza dei capitali giapponesi in Cina spiegando come, in controtendenza con altri Paesi che investono in Cina, nel 2012 gli investimenti esteri diretti giapponesi in Cina hanno registrato un incremento del 16 per cento. Se la situazione di tensione politica non dovesse esaurirsi e se dovessero essere adottate sanzioni commerciali, molti investitori stranieri potrebbero non essere più così propensi a rischiare i propri capitali in Cina.

Inoltre l’ambizioso progetto di creare una Zona di libero scambio a tre con Giappone e Corea del Sud, per estenderla poi all’area Asean, verrebbe definitivamente archiviato. Attenzione dunque, non è solo l’economia cinese a essere messa in discussione da questi nuovi venti nazionalisti. Il vero rischio è uno tsunami economico che investa tutta l’Asia.

[foto credits: scmp.com]

*Marco Zappa nasce a Torino nel 1988. Fa il liceo sopra un mercato rionale, si laurea, attraversa la Pianura padana e approda a Venezia, con la scusa della specialistica. Qui scopre le polpette di Renato e che la risposta ad ogni quesito sta "de là". Va e viene dal Giappone, ritorna in Italia e si ri-laurea. Fa infine rotta verso Pechino dove viene accolto da China Files. In futuro, vorrebbe lanciarsi nel giornalismo grafico.