Il governo sudcoreano sta vivendo un déjà vu a causa di una nuova ondata di contagi di coronavirus legata alla chiesa presbiteriana Sarang Jeil a Seul, guidata dal pastore Jun Kwang-hoon, nonché capo del Consiglio cristiano di Corea.

ERA GIÀ ACCADUTO tra febbraio e marzo scorso, quando il Paese, che in quei mesi si presentava come il secondo più grande focolaio al mondo, ha dovuto gestire il cluster connesso alla congregazione Shincheonji di Gesù a Daegu, la quarta città più grande della Corea del Sud. L’amministrazione del presidente Moon Jae-in riuscì a controllare l’epidemia nell’area di Daegu entro aprile, dopo aver inviato risorse mediche e personale sanitario da tutta la Corea.

Il successo del contenimento del focolaio nella città meridionale è stato assicurato anche grazie al «modello sudcoreano», che si basa su test rapidi e tracciamenti delle persone attraverso i data. Connesso a questo episodio, poche settimane fa Lee Man-hee, fondatore e leader della setta nata negli anni ottanta, è stato arrestato con l’accusa di aver ostacolato il lavoro delle autorità nel tracciamento dei fedeli, oltre all’appropriazione indebita di circa 4 milioni di euro.

ORA L’AUMENTO DEI CONTAGI nella capitale sudcoreana, che ha circa 10 milioni di abitanti, spaventa il Paese. Più di 300 fedeli della chiesa Sarang Jeil, tra cui lo stesso pastore, sono risultati positivi al Covid, mentre le autorità cercano di tracciare e contattare gli altri membri della setta che conta 4.000 credenti: all’appello mancano circa 1.000 persone, che risultano irreperibili. Sembra una corsa contro il tempo e non mancano gli appelli alla massima collaborazione da parte delle autorità.

La direttrice del Korea Centers for Disease Control and Prevention, Jeong Eun-Kyeong, ha chiesto interventi immediati per contenere la diffusione del virus, onde evitare un collasso del sistema sanitario.

A PREOCCUPARE, infatti, è l’atteggiamento di molti fedeli della setta di Seul che, come diversi membri dei culti cristiani in Corea, sono contrari alla presidenza dell’attuale inquilino della Casa Blu. Il pastore Jun è finito nel mirino delle autorità dopo aver organizzato una manifestazione antigovernativa che si è tenuta sabato scorso in piazza Gwanghwamun, nel centro di Seul. Prendendo parte alla protesta insieme a molti membri della sua chiesa, il reverendo ha ignorato le misure anti-Covid imposte dal governo. Secondo quanto afferma il ministero dell’Interno, l’ufficio distrettuale di Seongbuk-gu – area dove ha sede la Sarang Jeil – lo scorso 13 agosto aveva ordinato alla chiesa di chiudere, mentre esortava i fedeli a sottoporsi a test.

LA QUERELLE ASSUME note politiche, proprio perché il reverendo è sceso in piazza per protestare contro le pressioni esercitate dall’amministrazione Moon sulle sette religiose, invocando un ritorno a una presidenza di stampo conservatore. Il tutto a dispetto di quanto sancito dall’articolo 20 della costituzione coreana, che determina la separazione tra Stato e Chiesa.

[Pubblicato su il manifesto]