Cosa succede nel mar cinese del Sud

In by Simone

Le esercitazioni militari vietnamite di lunedì prossimo sono l’ultimo atto del risiko marittimo che oppone la Cina ai Paesi del sudest asiatico. Di seguito proponiamo due articoli per capire cosa sta succedendo. Da settimane Pechino, Hanoi e Manila si accusano reciprocamente di sconfinamenti e attacchi a pescherecci. Ieri è stata la Cina a puntare il dito contro il governo vietnamita, responsabile a suo dire di aver violato la sovranità territoriale della Repubblica popolare, e a intimare la fine di ogni attività che possa pregiudicare la sicurezza nelle acque contese.

Pechino accusa la marina vietnamita di aver inseguito alcuni pescherecci cinesi nel tratto di mare attorno alle isole Nansha (Spratly in inglese). Secondo il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hong Lei, le navi battenti bandiera vietnamita erano fuori dai propri confini territoriali, in un’area di competenza cinese. Nella versione di Hanoi le imbarcazioni erano invece entro le 200 miglia che la legge internazionale garantisce al Vietnam come zona economica esclusiva. Ricostruzioni che provocano “una sensazione di déjà-vu”, ha scritto il ‘Time’.

Il 26 maggio era stato infatti il governo vietnamita ad accusare una motovedetta cinese di aver tagliato i cavi di una nave per la ricerca di giacimenti petroliferi. Già nel 1988 uno scontro navale per le Spratly fece almeno 10 morti. L’interesse dei Paesi dell’area per i trenta isolotti e i quaranta atolli contesi è nei fondali. Ricchi non soltanto di pesci., ma soprattutto di petrolio e gas. “Le esplorazioni condotte dalle navi vietnamite attorno all’arcipelago delle Spratly sono illegali, così come la cacciata dei nostri pescherecci”, ha detto Hong Lei, “Non saranno permesse altre azioni che minano la sicurezza e le proprietà dei pescatori. Bisogna evitare di amplificare la disputa e farla diventare più complicata".

L’area è contesa anche tra Filippine, Malaysia, Brunei e Taiwan. Una settimana fa il presidente filippino, Benigno Aquino, ha detto di poter documentare almeno sette sconfinamenti di navi cinesi negli ultimi quattro mesi e ha accusato la marina dell’esercito popolare di liberazione di aver sparato sui pescatori. Incursioni contro cui Manila ha deciso di presentare una protesta formale alle Nazioni Unite. “Ho paura che senza strategie concordate per affrontare problemi come questi, potrebbero verificarsi scontri. E questo non è nell’interesse di nessuno”, ha sottolineato sabato il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, intervenuto allo “Shangri-la Dialogue” di Singapore, uno dei forum più importanti sulla sicurezza in Asia.

Una richiesta a evitare “dichiarazioni di fuoco” è arrivata anche da Manila. In attesa delle manovre nella provincia centrale di Quang Nam, il dipartimento per la sicurezza marittima di Hanoi ha chiesto a tutte le navi di evitare l’area. Per adesso il conflitto è limitato al mondo digitale. I social network vietnamiti pullulano di messaggi anticinesi e invitano a scendere in piazza per protestare, come i 300 manifestanti che domenica si sono radunati davanti all’ambasciata cinese. Mentre pirati informatici di entrambe le parti hanno lanciato ripetuti attacchi contro i siti governativi dei rivali. Nonostante la vicinanza ideologica e gli scambi commerciali, i rapporti tra i due Paesi sono tesi dagli anni Settanta.

Contrasti cui si è aggiunta la volontà di espansione navale cinese che Pechino giustifica con una sua secolare presenza nell’area contesa. Vietnam e Filippine hanno chiesto più volte una soluzione multilaterale. Ipotesi respinta da Pechino, restia a coinvolgere gli Stati Uniti come mediatori preferendo trattare separatamente con gli altri Paesi
[Pubblicato su Il Riformista, l’11 giugno 2011]


[In collaborazione con AGICHINA24] Controversie territoriali, orgoglio nazionale e questioni energetiche: nel Mar Cinese Meridionale scoppia una nuova controversia tra Cina e Vietnam, e la temperatura delle relazioni tra i due vicini precipita bruscamente ai livelli più bassi degli ultimi venti anni.

A dare fuoco alle polveri è stata ieri la portavoce del ministero degli Esteri di Hanoi Nguyen Phuong Nga, denunciando un’ulteriore “seria violazione della sovranità nazionale” da parte dei cinesi: secondo quanto riferito da Nga, nella prima mattinata di giovedì un’imbarcazione cinese avrebbe sconfinato nelle acque territoriali del Vietnam nel tentativo di tranciare i cavi posti ad altra profondità da un’imbarcazione vietnamita. Rimasto intrappolato, l’equipaggio cinese ha richiamato sul posto altre due navi di Pechino, che hanno circondato la nave vietnamita.

“Si tratta dell’ennesimo episodio di una campagna intenzionale e sistematica che la Cina ha avviato nei nostri confronti” ha dichiarato la portavoce: il 26 maggio i cinesi avevano tagliato i cavi posati da un’altra nave vietnamita, mentre la stessa imbarcazione al centro dell’incidente di ieri – la Viking 2 – era già stata circondata da tre navi del Dragone alla fine del mese scorso. La risposta della Cina arriva attraverso un comunicato pubblicato nella tarda serata di giovedì sul sito del ministero degli Esteri a firma del portavoce Hong Lei: “La nave vietnamita ha messo seriamente a repentaglio la vita e la sicurezza dei marinai cinesi – si legge nella nota- e va sottolineato che nel condurre esplorazioni illegali alla ricerca di gas e petrolio nell’arcipelago delle Spratly e nella Wannan Bank, e nel fronteggiare una nave cinese, il Vietnam ha gravemente violato la sovranità cinese e il diritto marittimo”.

“Chiediamo al Vietnam di cessare ogni violazione – ha concluso Hong Lei – e di non intraprendere altre violazioni che potrebbero complicare ed estendere la disputa”. Nel 1979 Cina e Vietnam hanno combattuto una breve, sanguinosa, guerra di confine e i rapporti tra i due paesi si sono normalizzati solo nei primi anni ’90. Adesso le rivendicazioni cinesi hanno riaperto vecchie ferite e stanno provocando una fiammata nazionalista in tutto il Vietnam: domenica scorsa centinaia e centinaia di persone sono scese in piazza ad Hanoi e Ho Chi Minh per protestare contro Pechino. Molti sventolavano una versione modificata della bandiera cinese con tanto di teschio e tibie, paragonando le azioni della Cina ad atti di pirateria. Ma in campo non ci sono solo Cina e Vietnam, e tutto il Mar Cinese Meridionale è attraversato da tensioni e controversie, in un complesso mosaico di dispute territoriali e mire energetiche che vede coinvolti anche Filippine, Brunei, Taiwan e Malaysia, tutti impegnati a rivendicare porzioni di territori come le isole Spratly e le isole Paracel, pugni di scogli praticamente inabitabili, ma ritenuti ricchi di gas e petrolio.

La Cina avanza di gran lunga le ambizioni più ampie: il Dragone sostiene che le sue acque territoriali si allargano a quasi tutto il Mar Cinese Meridionale, per un’area di quasi 1.7 milioni di chilometri quadri. Ambizioni contrastate in via ufficiale anche dagli Stati Uniti, che lo scorso anno, per bocca del segretario di Stato Hillary Clinton, avevano assicurato che la libera circolazione nell’area costituisce “interesse nazionale americano”. All’inizio di marzo si erano verificati incidenti simili con le Filippine: una nave che stava conducendo esplorazioni in un’area contesa nella Reed Bank, al largo delle Isole Spratly, era stata circondata da due imbarcazioni militari cinesi; Manila aveva reagito inviando alcuni aerei nella zona.

Le Filippine hanno lamentato negli ultimi mesi almeno cinque sconfinamenti, e sia Manila che Hanoi hanno espresso lamentele formali all’ONU. Che una delle cause delle dispute sia di natura energetica è abbastanza evidente: ad aprile il portale cinese di informazione economica China 5e, – legato al Falcon Group Investment, società di investimento fondata nel 1999 da partner cinesi – aveva annunciato che la Cina punta a produrre greggio e gas per l’equivalente di 500mila barili al giorno dai giacimenti nel Mar Cinese Meridionale nel 2015, e intende arrivare a quota un milione di barili nel 2020. Nel 2010 CNOOC – il leader cinese dell’offshore – ha ricavato dai giacimenti della zona circa 290mila barili: i nuovi obiettivi, quindi, indicano di fatto che Pechino intende più che triplicare l’estrazione nel giro di soli dieci anni.

[Pubblicato su AGICHINA24 il 10 giugno 2011]