Distanziamento nella vita quotidiana, contact tracing, trasparenza, fiducia nei cittadini. Sono questi gli ingredienti principali della fase due che si sta vivendo in Corea del Sud. La risposta di Seul alla pandemia da coronavirus è pressoché unanimemente considerata tra le più efficaci al mondo, tanto che si parla un po’ dappertutto, Italia compresa, di “modello coreano”. Un modello che non ha previsto un vero e proprio lockdown, e nel quale le frontiere sono sempre rimaste aperte, pur con alcune limitazioni.

In che modo ci è riuscita? La risposta, anzi le risposte, arrivano durante un briefing video con Son Young-rae, portavoce del ministero della Salute e del Welfare, e Kwon Jun-wook, direttore del Korea Centers for Disease Control and Prevention (KCDC), organismo dotato di ampi poteri decisionali nella gestione della risposta alla pandemia.

“Il governo ha combattuto il Covid-19 cercando, allo stesso tempo, di evitare di interrompere la vita quotidiana dei cittadini”, spiega Son. Eppure sembrava davvero difficile riuscire a ottenere questo risultato. Il 18 febbraio, quando in Italia ancora non era stato registrato nessun caso autoctono, è cominciata un’impennata di contagi nel paese asiatico, portandolo rapidamente a diventare la seconda nazione con più casi al mondo dopo la Cina.

LA GESTIONE SANITARIA

Poco più di due mesi dopo, il numero totale di casi confermati è inferiore agli 11 mila, il 76% dei quali concentrato nel focolaio iniziale di Daegu e Gyeongsangbuk-do e quasi la metà (48,2%) collegati al movimento religioso Shincheonji. “Il poblema iniziale è stato quello di evitare il collasso del sistema sanitario”, spiega Son. “Ci siamo riusciti grazie a una gestione efficace delle risorse, un numero elevato di tamponi, una comunicazione trasparente, alla collaborazione della popolazione e a un ottimo sistema sanitario a cui tutti i cittadini hanno accesso”. 74 ospedali sono stati designati come strutture Covid-19 con circa 7500 letti, ora scesi a 1500-2300, ma pronti a salire immediatamente di numero se necessario.

NON SOLO APP, MA GESTIONE DEI DATI

E poi, sì, anche tramite la tecnologia. Ma senza identificare il “modello coreano” con un’app, di cui ancora si discute in Italia. Qui a fare la differenza è la gestione dei dati, come spiega Kwon: “Abbiamo creato le basi legislative per gestire i dati di gps, carte di credito e sistema sanitario. Questo consente di tracciare i pazienti in maniera efficace e rapida, fornendo informazioni aperte (in forma anonima) al pubblico”. E la privacy? “Non comunichiamo l’identità dei contagiati, diciamo solo dove sono stati per prevenire contagi. Con la condivisione dei dati sul tema sanitario possiamo dare più libertà ed evitare restrizioni personali nei movimenti”, dice Kwon. “Poi certo, quando l’emergenza finirà dovremo ricalibrare alcuni aspetti”, ammette Son.

8 MILIONI DI MASCHERINE AL GIORNO

La prontezza della risposta coreana arriva anche dall’esperienza passata, con le epidemie di Sars e Mers che hanno colpito il paese nel recente passato. Esperienze che hanno portato Seul ad agire in prevenzione, come dimostrano le esercitazioni anti pandemiche svolte a dicembre. Anche per questo, il governo è stato immediatamente reattivo sul tema delle mascherine, aumentandone la produzione interna e portandola a otto milioni di pezzi al giorno. Due milioni di mascherine al giorno sono state distribuite agli ospedali e i restanti 6 milioni a farmacie, uffici postali e altri luoghi di vendita, dove i cittadini possono recarsi ad acquistarle secondo un sistema a rotazione che procede a blocchi di cinque giorni per volta.

TRASPARENZA E FIDUCIA MA ANCHE CONTACT TRACING E TEST

Son e Kwon insistono molto su due parole chiave: trasparenza e fiducia. La prima la si ritrova nella condivisione di informazioni da parte delle autorità e la seconda nell’adesione volontaria dei cittadini alle regole predisposte dal KCDC. Circolo virtuoso che ha tra l’altro consentito di svolgere in tutta sicurezza le elezioni legislative dello scorso 15 aprile, stravinte dal partito del presidente Moon Jae-in, che ha così capitalizzato l’efficace gestione dell’emergenza sanitaria. Tutto però combinato a un contact-tracing aggressivo, sul quale il governo “ha speso il 50% del budget di risposta alla pandemia”, dice Son, e un alto numero di test su sintomatici e asintomatici che ha consentito di arrivare a una rilevazione precoce dei casi su tutto il territorio coreano. I test sono stati operati anche in maniera creativa, come le ormai celebri stazioni drive-thru.

NIENTE LOCKDOWN GENERALE, NIENTE CHIUSURA DEI CONFINI

L’Italia è stata tra i primi paesi al mondo a bloccare i voli con la Cina, e poi uno dei primi a operare un lockdown su vasta scala. La Corea del Sud si è mossa diversamente. “Ci tengo a dire che un sistema che funziona in un paese non è detto che possa essere direttamente applicabile in un altro”, dice Son, che spiega: “Non abbiamo mai chiuso i confini e all’inizio siamo stati anche criticati per questo”. “Abbiamo deciso sin dall’inizio di non chiudere le porte, ma di tenerle aperte, pur introducendo alcune procedure speciali come i test in aeroporto e l’auto isolamento per 14 giorni”. Ma chi si deve recare nel paese per un breve periodo di tempo per motivi di lavoro o accademici può richiedere alle ambasciate locali della Corea del Sud l’esenzione dall’autoisolamento. “Se il test in aeroporto è negativo, a questi viaggiatori viene chiesto di installare un’app di auto-diagnosi di monitoraggio attivo”, spiega Kwon. “Difficile sapere quando il turismo ripartirà”, dice Son. “Credo che i diversi paesi debbano presto parlarsi e metterci la testa, su questo e altri temi, per prendere decisioni condivise”.

DISTANZIAMENTO SOCIALE? NO, DISTANZIAMENTO NELLA VITA QUOTIDIANA

Il lockdown generale è stato evitato da un insieme di fattori: l’aver individuato e contenuto velocemente il focolaio iniziale, ma anche l’efficace campagna di distanziamento sociale che ora, sottolinea Son, è diventato “distanziamento nella vita quotidiana”. Sostanzialmente la vita va avanti con alcuni accorgimenti, come il suggerimento di evitare incontri di gruppo e di massa. Mentre lo sport, tra calcio e baseball, sta già per riprendere, anche se a porte chiuse.

“SECONDA ONDATA INEVITABILE”

Nel frattempo il governo di Seul si prepara già a una seconda ondata, che in base a quanto dice Son “è quasi inevitabile. Finché non avremo un vaccino o un trattamento più efficace dei casi non sarà semplice e dobbiamo prepararci all’idea di affrontare un nuovo picco in autunno, quando il clima sarà più freddo. Ma siamo convinti di essere preparati al meglio”. La speranza è che lo possano essere tutti.

[Pubblicato su Affaritaliani]