Confini – L’induista della porta accanto

In by Simone

Dal monaco Vivekananda alla cultura hippie, l’induismo è arrivato in Occidente – e in Italia – in circostanze imprevedibili. Oggi 26mila italiani hanno abbracciato la fede induista, in una delle molteplici varianti offerte nel panorama nazionale. Ne abbiamo parlato su Confini, lo speciale Asia del Manifesto a cura di China Files.
Chi negli anni Sessanta ha ascoltato per la prima volta un motivo rock ibridato dai suoni di tabla e sitar – strumenti della tradizione musicale classica indiana – non poteva immaginare che in quel momento, in un butterfly effect socio-culturale, iniziavano a crearsi i presupposti per una controevangelizzazione pacifica del mondo occidentale.

Un’ondata di esotismo che si sarebbe abbattuta sui banchi dei mercatini delle pulci, stendendo una coltre di incensi nag champa circondata da batik di Ganesh, borse di tela e pruriginosi pantaloni di cotone grezzo; che avrebbe imposto alle palestre italiane la convivenza forzata di preparatori atletici esplosivi, cresciuti nel mito televisivo di Conan il Barbaro o entusiastiche sessioni di fitness interpretate da biondone americane in spandex, con guru metropolitani esperti di yoga prêt-à-porter; e che, sempre partendo da quelle note vibranti strimpellate da George Harrison – o, a chilometro zero, dall’Equipe 84 di Ladro, anno 1967 – avrebbe portato in un paese tradizionalmente monoreligioso la presenza di alcune migliaia di induisti italiani.

Secondo le statistiche del Centro Studi sulle Nuove Religioni (Cesnur), risalenti alla primavera del 2013, oggi ci sono – oltre ai 114mila induisti dell’immigrazione – approssimativamente 25-26mila cittadini italiani che si definiscono induisti. O meglio, adottando i distinguo accademici dovuti, vengono catalogati come aderenti a culti religiosi di stampo induista o neoinduista.

Il professor Pierluigi Zoccatelli, vicedirettore del Cesnur e curatore della sezione dedicata all’induismo nell’Enciclopedia delle religioni d’Italia (Elledieci, Torino, 2013), sostiene che siano stati proprio gli hippie i principali ambasciatori della spiritualità orientale in Occidente.

"Dagli anni Cinquanta in poi conosciamo l’importanza del veicolo musicale nelle generazioni giovanili, un fenomeno che negli anni Sessanta si potenzia veicolando modelli culturali diversi. Le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones hanno dato il via a viaggi di andata e ritorno verso Oriente fondamentali per la riscoperta della religiosità induista" ha spiegato Zoccatelli, sottolineando però la rilevanza di un antecedente storico "più nobile e datato".

Il 1875, secondo gli studiosi, è la data spartiacque per la riscoperta del mondo Orientale in Occidente. In quell’anno, a New York, Helena Blavatsky (occultista sovietica), Henry Steel Olcott (militare statunitense in pensione) e William Quan Judge (mistico ed esotericista di origini irlandesi) fondarono la Società Teosofica, con l’obiettivo di studiare e riscoprire antiche tradizioni esoteriche, spiritualistiche e occulte aggiungendo, in un secondo momento, anche un interesse accademico per le religioni orientali, all’epoca semisconosciute nell’accademia occidentale.

Grazie alla Società negli ambienti intellettuali iniziò a crescere la fascinazione per un Oriente spirituale in netto contrasto col materialismo di fine secolo, aprendo un canale di interscambio religioso e culturale che pochi anni dopo, nel 1893, portò alla conferenza nota come il Parlamento delle Religioni. In un evento inserito nell’Esposizione Internazionale di Chicago, esponenti di culti religiosi occidentali e orientali si trovarono riuniti per la prima volta in un dialogo interreligioso globale.

Vivekananda, monaco hindu discepolo del mistico Ramakrishna chiamato a rappresentare l’India al Parlamento, nel discorso di presentazione, pronunciato in inglese, stregò il pubblico con un messaggio di tolleranza e pace, caratteristiche peculiari – secondo il monaco – della religione induista. "Con Vivekananda si inizia a descrivere per la prima volta, fuori dal Raj Britannico, l’insieme dei culti indiani col termine ‘induismo’" chiarisce Zoccatelli. "Per la sua attività di divulgazione dell’induismo in America verrà considerato una sorta di ‘San Paolo dell’Oriente’".

Settant’anni dopo la presentazione ufficiale dell’induismo al mondo, l’opera di evangelizzazione viene portata avanti – involontariamente – dal ritorno in patria di centinaia di giovani viaggiatori investiti dall’esperienza sensoriale di un’India fino a quel momento solo idealizzata. Si tratta però di un processo di inculturazione fortemente influenzato dal contesto entro il quale la gioventù della controcultura entra in contatto con un mondo completamente diverso da quello di partenza, come descrive bene Zoccatelli immaginando l’iter standard della scoperta dell’India in quegli anni:

"Sono un giovanotto di 20 anni nel ’68, mi entusiasmo ascoltando un disco rock, prendo un aereo e atterro a Kathmandu dove, con grande entusiasmo, scopro le gioie dell’amore libero, delle droghe leggere, del santone induista; rimango impressionato e colpito. Torno a casa molto colorato ed entusiasta e questa “emozione della religione” alla lunga o finisce o si istituzionalizza".

La pluralità delle esperienze religiose presenti in India ha permesso l’esportazione, in Italia, di culti inediti nel panorama nazionale: filiali di movimenti spirituali che affondano le radici negli insegnamenti di vari guru indiani appartenenti al neo induismo. Scorrendo l’elenco redatto dal Cesnur ci si imbatte, ad esempio, nell’Associazione Amma Italia a Macerata (devoti di Amma, nota per i tour internazionali in cui incontrando i fedeli li cinge nel suo "abbraccio spirituale"), nella Missione Ramakrishna – Associazione Vedanta a Catania (che si rifà al devozionismo di Kali di Ramakrishna), negli Hare Krishna dell’International Society for Krishna Consciousness (Iskcon) e in gruppi di devoti di Sai Baba, Sri Aurobindo.

Non esistendo nell’induismo un’autorità religiosa centrale che gestisca la nascita di nuovi centri e nuovi guru all’estero, molti guru si autoproclamano tali, propagando una propria versione della spiritualità indiana raccogliendo attorno a sé una comunità di adepti.

Basti pensare agli Stati Uniti del Mondo di Francesco Ricciardi, alias Babaji, nato ad Avellino nel 1949 e autoproclamatosi "l’avatar più importante della Storia"; un santone residente a Maglie (LE) col quale è possibile comunicare agevolmente, a detta sua, per via telepatica.

La principale realtà induista in Italia è però rappresentata dall’Unione Induisti Italiani (Sanatana Dharma Samgha), fondata nel 1996 da Svami Yogananda Giri, rinunciante (sannyasin) "autorità nello yoga e nel tantra". Nel dicembre 2012 la Uii a firmato col governo italiano l’intesa tra confessione religiosa e Stato indicata nel commma 3 articolo 8 della Costituzione. Il riconoscimento sociopolitico dell’Unione permette una serie di attività integrate nel sistema statale come la celebrazione di matrimoni, il trattamento delle salme, attività religiose in ambito pubblico, insegnamento della religione nelle scuole e soprattutto, secondo la sensibilità dell’opinione pubblica, l’iscrizione nell’elenco delle confessioni alle quali è possibile donare l’8 per mille.

Come in tutte le realtà in cui "gli esseri umani si incontrano", parafrasando le parole di Zoccatelli, anche diversi movimenti induisti hanno patito vicissitudini di carattere legale, con accuse di frode, abusi psicologici, raggiro, obbligando l’intervento delle autorità nell’applicazione delle leggi vigenti.

"La figura del guru", spiega il vicedirettore del Cesnur, "ha un peso molto consistente nelle scelte e nei condizionamenti delle persone, il rischio di suggestione è quindi maggiore. Tuttavia non ho evidenze di una specificità di questo fenomeno collegato alle nuove religioni o all’induismo".
Si tratta, come per altre attività religiose, politiche o sportive, di mele marce che rischiano di proiettare un’immagine fuorviante e stereotipata del neoinduismo.

L’esempio più recente, a livello europeo, è rappresentato dal Movimento per l’Integrazione dello Spirito nell’Assoluto (Misa), culto fondato nel 1990 dal rumeno Gregorian “Grieg” Bivolaru presente anche sul territorio italiano. La pratica dello yoga tantrico promossa da Bivolaru nella Romania post comunista destò notevole scalpore nelle sue varianti sessuali, garantendo alla guida spirituale il soprannome di "guru del sesso".

Condannato in contumacia dalla Corte di cassazione rumena a sei anni di reclusione per aver abusato di una minorenne – reato acclarato, secondo i giudici, da intercettazioni telefoniche, nonostante la vittima neghi l’accaduto – , dalla Svezia Bivolaru continua a gestire le attività internazionali del Misa, incentrato sull’insegnamento di tecniche della "continenza del seme" tipiche del tantrismo, ovvero rapporti sessuali completi senza l’emissione di seme da parte dell’uomo.

Ma come spesso succede, l’insegnamento esoterico messo nelle mani sbagliate può portare alla degenerazione: alcuni membri del Misa rumeno sono stati scoperti a produrre e commercializzare video in cui le adepte e gli adepti venivano ripresi – senza saperlo – nell’applicazione pratica di posizioni tantriche. Allo stesso modo, centri Misa italiani sono recentemente entrati nel mirino della procura di Firenze, che sta indagando sul presunto reato di avviamento alla prostituzione tramite le scuole di yoga del santone rumeno.

Altra conseguenza imprevista di quel butterfly effect cominciato sulle note di Norwegian Wood.

[Foto credit: hinduism.it]