Ben 71,13 miliardi di dollari. A tanto ammontano gli accordi siglati durante la seconda edizione dell’import expo, andato in scena a Shanghai lo scorso novembre con l’intento conclamato di riaffermare il nuovo corso economico cinese. Dopo aver ancorato la propria ascesa al “made in China”, l’ex fabbrica del mondo ha deciso di fronteggiare rallentamento della crescita globale puntando sul gigantesco mercato domestico. Secondo i piani di Pechino, non saranno più le esportazioni, bensì i consumi interni a traghettare la seconda economia mondiale tra i venti contrari del protezionismo trumpiano. Ma fattori endogeni, come la stagnazione dei salari e il rallentamento del manifatturiero, rivelano nuove difficoltà all’orizzonte anche per i flussi commerciali in senso opposto.

Nel complesso, fino a dicembre, la domanda esterna di prodotti come telefoni cellulari e PC ha evidenziato un netto rallentamento – insieme ad accessori e tessuti (categoria colpita duramente dai dazi americani) – trascinando di conseguenza verso il basso le importazioni di semiconduttori, malgrado tutto ancora in cima alla lista della spesa insieme al greggio.

Secondo dati della Banca Mondiale, il valore aggiunto creato dal commercio (la somma di import ed export) ha raggiunto il suo picco massimo nel 2015, arrivando a rappresentare il 39,63% del Pil nazionale per poi assestarsi progressivamente al 38,5% di due anni fa. Le statistiche trovano riscontro nell’inusuale basso profilo della fiera di Canton, l’esposizione che dalla primavera del 1957 riunisce nell’odierna Guangzhou migliaia di rivenditori e che da tre anni a questa parte sta sperimentando un inesorabile calo, tanto nel valore dei contratti siglati quanto nel numero di partecipanti. Con l’85% delle vendite tradizionalmente destinate agli Stati Uniti, gli organizzatori puntano il dito contro la guerra tariffaria tra le due sponde del Pacifico.

A colpi di dazi e proclami, l’interscambio tra Cina e Stati Uniti si è drasticamente ridotto. A farne le spese sono soprattutto gli esportatori di medie e piccole dimensioni specializzati nella vendita di elettrodomestici, strumenti meccanici e tessuti per la casa. Ma non solo. La natura simbiotica che caratterizza tutti gli anelli della catena di distribuzione globale implica ripercussioni che trascendono i confini nazionali. Nuove rotte commerciali, nuovi mercati di sbocco e nuovi assetti organizzativi modificano nel tempo sia l’entità sia il “baricentro” dei flussi logistici. Invece di facilitare un riallineamento della bilancia commerciale (in lievissimo calo e ugualmente superiore ai valori pre-Trump), il flipper delle tariffe ha visto le importazioni americane verso Cina crollare di quasi il 30%, mentre il volume complessivo delle transazioni tra la prima e la seconda economia mondiale è precipitato del 10,7% a 3,73 trilioni di yuan. Un trend che lo scorso anno ha dettato una ridefinizione della classifica dei principali partner commerciali di Pechino, facendo scivolare Washington al terzo posto dopo Unione Europea (4,86 trilioni di yuan) e ASEAN (4,43 trilioni di yuan), l’organizzazione politica, economica e culturale che riunisce le nazioni del Sud-est asiatico.

Mentre la rimonta trova parziale spiegazione nel ruolo svolto dal Vietnam (primo partner ASEAN) come sponda per i prodotti cinesi sotto sanzioni, i numeri confermano la limitata efficacia delle ritorsioni americani grazie soprattutto al supporto dei vicini regionali. Un dato che traspare anche all’impennata del 10,8% registrata dagli scambi con i paesi della Belt and Road, saliti a quota 9,27 trilioni di yuan, pari quasi al 30% del totale delle importazioni e delle esportazioni. Complice il dinamismo registrato dalle imprese private nelle regioni centrali e occidentali di Tibet, Hunan, Guangxi e Anhui, quelle ad aver trainato i commerci con i mercati emergenti, per quanto il rallentamento del manifatturiero abbia causato di riflesso un’erosione delle importazioni dall’Africa (giù del 3,8%), una delle principali fonti di materie prime.

Ma la trade war non ha rappresentato l’unico elemento di disturbo. Se l’epidemia di peste suina ha fatto schizzare le importazioni di maiale (+75% su base annua), l’utilizzo di ritorsioni commerciali con fini politici si è tradotto in una diminuzione delle transazioni con il Canada e temporanee restrizioni sugli acquisti di carbone dall’Australia, paesi con cui Pechino è ai ferri corti a causa di Huawei e delle insistenti accuse di spionaggio.

Non si preannuncia meno invasivo l’accordo di “fase uno”, siglato giorni fa da Cina e Stati Uniti. Impegnandosi ad acquistare 200 miliardi di prodotti statunitensi, secondo il think tank tedesco Kiel Institute for the World Economy, il gigante asiatico sarà costretto a tagliare altrove. I costi per l’UE – potenziale vittima numero uno – potrebbero ammontare a 11 miliardi di dollari. Aeromobili, veicoli, macchinari industriali e medici, farmaci e prodotti agricoli saranno i generi più colpiti.

[Pubblicato su il manifesto]