Nella Cina che cresce al 6,5% cominciano a serpeggiare malumori. Calano i consumi, perché aumentano i prezzi, e cresce l’insoddisfazione presso la classe media. E molte aziende, perfino cinesi, iniziano a delocalizzare per non incorrere nella politica dei dazi di Donald Trump.

Partiamo dai dati: i prezzi alla produzione in Cina hanno visto un aumento del 3,3% su base annua, meno del 3,6% del precedente mese di settembre. Ma si tratta di numeri che confermano un rallentamento della potenza cinese. Come hanno registrato i leader nel corso dell’ultimo meeting del Politburo, le tensioni commerciali con gli Stati Uniti cominciano a farsi sentire. Inoltre, specie nell’ultimo periodo, si è osservato un calo del tasso di crescita degli investimenti in capitale fisso cui va aggiunto il dato che vede in calo gli utili delle aziende.

In questo scenario c’è un altro elemento di preoccupazione: l’indice dell’occupazione della Cina – un dato che consente di quantificare la domanda di lavoro per l’industria cinese – quest’anno vede il segno meno. E sul mondo del lavoro cinese incombono nubi pesanti: l’automazione e la delocalizzazione rischiano di incidere sulla vita di fabbriche e operai e, al momento, non sembra che la leadership abbia piani chiari per ovviare a queste preoccupazioni. Anzi, fino ad ora, la repressione sembra essere l’unica risposta, come nel caso delle recenti proteste di operai e studenti alla Jasic, azienda di Shenzhen.

Il gigante cinese, dunque, scricchiola. E benché i segnali siano minimi catturano l’attenzione: la proiezione globale della Cina pone la salute del modello cinese al centro delle preoccupazioni mondiali. E lo è di certo per la dirigenza cinese che per il futuro e per la stabilità del Paese ha scommesso proprio sul motore alimentato dal mercato interno e dall’industria dei servizi, sempre più determinante nel Pil nazionale – almeno al 56% -.

Asia Nikkei Review ha dedicato al tema un articolo nel quale si quantifica l’aumento del costo della vita di un cinese-medio. Diverse testimonianze riportate, insieme a una serie di dati, confermano un clima di sfiducia e una generale sensazione di doversi preparare a un periodo in cui “stringere la cintura”.

La fiducia dei consumatori è diminuita, secondo la società di analisi Ceic: “e mentre le vendite al dettaglio sono aumentate di un robusto 9,3% nei primi tre trimestri del 2018, tali dati sono sembrati deludenti rispetto alla crescita dello scorso anno del 10,4%”.

In un’economia abituata a galoppare, minimi segnali se non di cedimento evidente ma solo di stasi finiscono per causare preoccupazioni. Nei mesi scorsi si è registrata la nuova tendenza a portare fuori dalla Cina i soldi, segnalata anche da media cinesi, mentre la “narrativa della necessità di stringere la cinghia è stata fortemente contestata da Pechino che ha fatto una scommessa a lungo termine sul fatto che il consumo alimenterà la crescita futura della Cina. Per incoraggiare i cittadini a spendere di più, i leader cinesi hanno recentemente annunciato i primi tagli alle imposte sul reddito in sette anni, riducendo la bolletta del reddito di circa 320 miliardi di yuan nel 2018».

Segnali che il governo, pur raccontando un Paese in buona forma, prende provvedimenti per ovviare a sentimenti negativi: pesa infatti anche la sola sensazione di essere in difficoltà. E questa sensazione – come dimostrano alcuni indicatori – porta a spendere meno.

“Spinti dall’inflazione e dall’aumento dei prezzi delle materie prime, l’indice dei prezzi al consumo in Cina è salito del 2,1% nei primi nove mesi di quest’anno rispetto ai livelli del 2017 e non mostra alcun segno di rallentamento. A settembre, i prezzi sono cresciuti del 2,5% anno su anno, il livello più alto dal periodo delle vacanze di Capodanno cinese a febbraio”, continua l’Asia Nikkei Review.

Insieme a questi dati ce n’è un altro che è in crescita da anni e non accenna a diminuire: il costo della vita nelle grandi città cinesi è ormai su livelli occidentali, a cominciare dal prezzo delle case. “Affittare un appartamento con una camera da letto a Shanghai costa ancora 3.600 yuan al mese, o un terzo del suo stipendio al netto delle imposte». A Pechino un appartamento di 50 metri quadri che costava 200 euro nel 2008, oggi viene affittato a tre volte tanto.

«Se l’affitto fosse più basso, la mia ragazza e io avremmo possibilità di passare più tempo libero», racconta uno degli intervistati ad Asia Nikkei Review.

A questo si somma il trasferimento della produzione di molte aziende, per non incorrere nei dazi americani: il produttore di elettronica GoerTek, un importante fornitore di Apple, ad esempio, “sta valutando la possibilità di spostare la produzione in Vietnam per evitare le tariffe punitive di Washington. La società impiega attualmente 26.000 operai in Cina”

[Pubblicato su Eastwest]