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Ciak, la censura cinese cambia strategia

In Cina, Cultura by Alessandra Colarizi

Nel biennio pandemico il modus operandi della censura cinese ha subito alcune variazioni. Se in passato lo screening delle autorità terminava perlopiù con la rimozione dei passaggi ritenuti licenziosi, politicamente sensibili, o diplomaticamente controversi, in tempi recenti il revisionismo cinese comprende sempre più spesso interventi invasivi di vera e propria modifica e alterazione della trama.

Se a gennaio vi fosse capitato di guardare Fight Club in Cina, avreste notato qualcosa di strano: nel finale non c’erano Tyler Durdan (Edward Norton) e  Marla Singer (Helena Bonham Carter) mano nella mano sullo sfondo di una città in rovina. Al posto delle eplosioni, è stata aggiunta una scritta bianca su sfondo nero: “Attraverso l’indizio fornito da Tyler, la polizia ha rapidamente capito l’intero piano e arrestato tutti i criminali, impedendo con successo l’esplosione della bomba. Dopo il processo, Tyler è stato mandato in manicomio per ricevere cure psicologiche. È stato dimesso dall’ospedale nel 2012”. Fine. 

Questa è la versione proposta da TencentVideo, la piattaforma streaming che all’inizio dell’anno ha ottenuto i diritti di distribuzione del film cult di David Fincher. Non è chiaro se l’happy ending sia opera delle autorità cinesi o se piuttosto sia una libera iniziativa di Tencent. Fatto sta, che dopo la reazione indignata dei social network, 11 dei 12 minuti tagliati sono stati reintrodotti senza alcuna spiegazione. 

Chi segue le vicende cinesi sa che, oltre la Muraglia, non di rado i film occidentali vengono “armonizzati” dai censori di Pechino prima di finire sul grande e piccolo schermo. E’ così da anni, o più precisamente da quando i numeri del mercato cinese permettono alle autorità di negoziare con gli studios occidentali e imporre le proprie condizioni. Secondo Statista, per il secondo anno di fila, nel 2021 la Cina si è posizionata in cima alla classifica mondiale per valore del box office: ben 7,4 miliardi di dollari. Una cifra che fa gola, soprattutto considerata la crisi generalizzata dell’industria cinematografica, colpita duramente dal Covid-19.

Proprio nel biennio pandemico il modus operandi della censura cinese ha subito alcune variazioni. Se in passato lo screening delle autorità terminava perlopiù con la rimozione dei passaggi ritenuti licenziosi, politicamente sensibili, o diplomaticamente controversi, in tempi recenti il revisionismo cinese comprende sempre più spesso interventi invasivi di vera e propria modifica e alterazione della trama. Fight Club non è l’unico esempio. Ad agosto il restyling cinese ha interessato il film d’animazione Minions: The Rise of Gru, dove Gru rinuncia alla sua vita criminale e dissoluta per tornare alla normalità di “padre delle sue tre figlie”, anziché scappare con l’amico criminale Wild Knuckles sfuggito alla polizia dopo aver finto di essere morto. Tornando indietro di alcuni mesi, in primavera sorte simile era toccata all’ultimo episodio della saga Harry Potter, Animali Fantastici: I Segreti di Silente, dove sono sparite dai dialoghi le allusioni alla possibile omosessualità di Albus Silente. A febbraio era stata la popolare serie tv Friends a finire nelle maglie della censura per alcuni riferimenti a temi Lgbt. Finali catastrofici, criminalità, comportamenti sessuali “anormali”: cosa accomuna le quattro pellicole finite sotto il bisturi dei revisori cinesi? Per Pechino, sono diseducative, quindi inadatte al pubblico cinese. 

“La grande causa del socialismo con caratteristiche cinesi necessita sforzi per rafforzare la fiducia culturale, incoraggiare la trasformazione creativa e lo sviluppo della cultura tradizionale cinese, e trasformare la Cina in un paese con una forte cultura socialista”, spiegava il presidente Xi Jinping durante un evento dedicato alle priorità del 14° piano quinquennale (2021-2025). Nella Cina di Xi, come all’epoca di Mao, la cultura e l’arte acquisiscono nuovamente un ruolo fortemente politico ed educativo. Non sono i gusti del pubblico a guidare l’offerta dell’industria culturale, bensì le priorità del partito/stato che, con atteggiamento paternalistico, rivendica il diritto di scegliere cosa è adatto a un pubblico cinese e cosa non lo è. Con la differenza che, se la Rivoluzione culturale condannava la tradizione cinese, l’arte socialista di Xi invece attinge a piene mani al passato, cooptando la storia in chiave nazionalistica. Ne risulta una rivalutazione parossistica di tutto ciò che viene considerato intrinsecamente “cinese” a discapito degli influssi culturali stranieri; l’omosessualità rientra tra le contaminazioni esterne e diseducative bandite da Pechino. 

Dal 2016 una legge contro i “contenuti volgari e immorali” vieta la trattazione di storie gay in tv. Tre anni più tardi le autorità hanno cominciato a oscurare gli uomini con orecchini e capelli colorati durante gli show televisivi. Ma se nella censura delle produzioni nazionali – senza troppi dubbi – c’è dietro il diktat di Pechino, quando si prendono in esame i film stranieri non è escluso subentri un istinto all’autocensura. D’altronde, anche prima di Xi, il governo cinese non mai ha esitato a punire le case di produzione. Appena tre anni dopo la proiezione di Il fuggitivo con Harrison Ford (primo film straniero a raggiungere le sale cinesi), nel 1997 Kundun e Sette anni in Tibet, entrambi dedicati al Dalai Lama, costarono alla Disney e a Sony l’accesso al mercato cinese. Con tutto che le pellicole non erano nemmeno destinate ai cinema cinesi. Comprensibile quindi che, imparata la lezione, gli studios abbiano gradualmente adottato maggiore cautela. Addirittura, secondo un report dell’Ong PEN, capita che i regolatori cinesi vengano invitati sui set cinematografici per consigliare “come prevenire la censura”.

Infatti, se è vero che esiste un protocollo preciso che vede tutte le pellicole passare per il vaglio del Dipartimento della Propaganda e della China Film Administration, è altrettanto vero che i criteri di approvazione sono piuttosto elastici. Nel 2006, Mission: Impossible III è finito nelle maglie dei revisori a causa di una scena girata a Shanghai in cui comparivano dei panni stesi. Pechino la fece togliere ritenendo l’immagine compromettente per lo status di una Cina aspirante superpotenza. 

Continuerà ad essere così? Difficile rispondere. Non solo perché la crescita del mercato cinese sta rallentando. La competizione è sempre più sbilanciata a favore delle pellicole locali: polpettoni storici e film d’azione pensati per ravvivare il nazionalismo tra i giovani cinesi. Stando ai dati raccolti durante la festa nazionale del 1 ottobre, il film patriottico “Home Coming” si è classificato primo al botteghino con 198 milioni di dollari (1,40 miliardi di yuan) di incassi. Molto meno rispetto ai kolossal degli anni precedenti, nonostante il governo cinese abbia distribuito incentivi economici per favorire l’acquisto dei biglietti. 

Secondo la CCTV, nel 2021 i film cinesi hanno rappresentato l’85% delle uscite totali e il trend per il 2022 suggerisce una crescita anche maggiore. Dati di Maoyan Entertainment dimostrano che, durante tutto lo scorso anno, oltre la Muraglia sono stati distribuiti solo 28 film americani, pari ad appena il 12% degli incassi complessivi al botteghino cinese.  Un calo che risente tanto delle turbolenza economiche interne, quanto delle tensioni geopolitiche con Washington. Ironia della sorte era stato proprio Xi Jinping, ancora leader in pectore, a concordare con l’allora vicepresidente americano Joe Biden l’accesso alle sale nazionali di 34 film stranieri l’anno. 

Passato è il tempo in cui l’entertainment contribuiva a ridurre le differenze culturali tra la Cina e l’Occidente. Oggi dietro al paravento della trade/tech war si consuma uno scontro tra civiltà su base valoriale. La produzione artistica è tra due fuochi: accettare le condizioni di Pechino assicura un posto in un mercato sempre più risicato, ma espone i produttori alle critiche dell’opinione pubblica di casa. Lo sa bene la Disney, finita nell’occhio del ciclone in America per aver girato parte di Mulan nello Xinjiang, la regione cinese al centro delle accuse da parte delle organizzazioni in difesa dei diritti umani per la persecuzione della minoranza uigura. 

Il peggioramento delle prospettive economiche e le turbolenze politiche spiegano perché siano sempre meno gli studios a piegarsi davanti alle richieste di Xi & Co. Nel 2019 fu Quentin Tarantino a sfilare “C’era una volta a… Hollywood” dalle grinfie della censura cinese. Più controverso è invece il caso di Top Gun: Maverick. Nel primo trailer era magicamente sparita la bandiera taiwanese dal giubbotto di Tom Cruise. E’ ricomparsa nella versione finale, ma solo dopo che il colosso cinese Tencent si è ritirato dalla squadra di investitori. Intollerabile, per Pechino, vedere i capitali cinesi finanziare l’apologia del militarismo a stelle e strisce.

Di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Gariwo]