Chinoiserie – Cao Fei, verso una Supernova pronta a esplodere

In Chinoiserie by Redazione

Cao Fei espone al museo MAXXI di Roma Supernova, un insieme di opere multimediali che descrivono secondo l’artista il destino distopico della società odierna nella sua corsa verso il progresso. Dove siamo diretti? Secondo Cao Fei, abbiamo tutti lo sguardo rivolto verso un’accecante stella pronta ad esplodere. Chinoiserie, la rubrica sull’arte cinese a cura di Camilla Fatticcioni

Per l’artista multimediale, l’arte non è solamente uno strumento sociale, ma veste anche un ruolo profetico. Nata a Guangzhou nel 1978, anno delle quattro modernizzazioni di Deng Xiao Ping, Cao Fei concentra la sua  produzione artistica sull’analisi del rapido sviluppo industriale ed economico cinese. Lavorando con strumenti digitali, video art e performance art, Cao Fei sviscera le conseguenze sociali legate al veloce progresso tecnologico cinese, con un occhio critico capace di mettere lo spettatore davanti ad una silenziosa ed invisibile visione distopica del presente. L’artista non si limita a parlare di alienazione dei lavoratori, come in Whose Utopia del 2006, una delle sue opere più celebri, ma sfrutta la tecnologia a suo favore per indagare i limiti della società digitale. I suoi film sono un ritratto di un futuro non troppo lontano e pieno di rimpianti.

Ultimamente Cao Fei si è dedicata allo studio dei cambiamenti del quartiere di Hongxia, periferia di Pechino, con il progetto HX, in parte anche presentato in mostra al MAXXI. Il cuore di questo progetto è il vecchio cinema Hongxia Theatre, sede dello studio dell’artista. Il teatro è stato costruito durante un periodo di intenso sviluppo industriale a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘60, alimentato dall’assistenza degli alleati comunisti nell’ URSS. Il quartiere rurale in pochissimo tempo si è trasformato così in un conglomerato di infrastrutture industriali essenziali alla storia dello sviluppo dell’elettronica: fu qui che fu inventato il primo computer cinese.

Vestendo i panni dell’archeologa, Cao Fei indaga e propone versioni alternative di Hongxia e della sua storia, come ad esempio accade per il film Nova del 2019. Il fascino di Cao Fei per le relazioni sino-sovietiche e l’eredità dell’influenza russa in Cina è stato stimolato proprio dalla storia dell’Hongxia Theatre, e ripreso all’interno del lungometraggio con la struggente storia d’amore tra uno scienziato Cinese ed una scienziata Russa, protagonisti di una ricerca segreta condotta da una società di ingegneria informatica immaginaria. L’obiettivo è quello di trasformare gli esseri umani in un mezzo di intercettazione digitale, ma durante un esperimento, lo scienziato cinese intrappola il proprio figlio all’interno del cyberspazio. Ormai un’anima digitale bloccata in un universo di solitudine, il ragazzo vaga senza via d’uscita pagando a sue spese il prezzo della ricerca tecnologica.

La solitudine e l’alienazione sono l’altra faccia della medaglia di questa insaziabile corsa verso il progresso. La mostra di Cao Fei al MAXXI è un crescendo distopico, dove le opere multimediali rivelano il lato più  “disumano” delle nostre esistenze, caratteristica che potrebbe eventualmente potarci un giorno a diventare degli zombie, come accade nel film Haze and Fog del 2014. Cao Fei descrive la sua Cina ed il grigiore delle periferie industriali di Pechino, dove la vita tra le mura degli appartamenti diventa un susseguirsi di azioni insensate, spinte dalla noia e dalla apatia dei protagonisti. In Haze and Fog gli zombie sono persone con qualcosa di morto dentro non solo nel cervello, ma nella loro anima.

L’artista si concentra sulle persone appartenenti alla classe media cinese, descritte come figure che vagano attraverso un “nebbiosa” modernità, tra le loro celle domestiche popolate da baby sitter, agenti immobiliari, donne delle pulizie, prostitute e fattorini. Quello che Cao Fei cerca di dirci è che tutti abbiamo la mente offuscata dai miracoli della modernizzazione, ma in realtà sentiamo il costante bisogno di sentirci vivi e di vedere in modo più chiaro il percorso confuso delle nostre esistenze. La mostra di Cao Fei si conclude con una delle opere più recenti dell’artista: Isle of Instability del 2020 è l’unica opera che descrive di una realtà distopica che abbiamo realmente vissuto, quella dell’isolamento durante la pandemia. L’opera multimediale, commissionata da Audemars Piguet, è risultato dell’esperienza personale dell’artista durante il primo lockdown bloccata a Singapore. Nella descrizione di una nuova quotidianità, fatta di igienizzante per le mani e scorte di carta igienica, Cao Fei lascia che sia la figlia a raccontare la vita rallentata dalla pandemia. L’ambiente domestico diventa un palcoscenico, luogo in cui la quotidianità si consuma insieme ad infinite scorte di igienizzante.

Ancora una volta Cao Fei ci parla del futuro, e ci accompagna sulla sponda di un’isola instabile. La nostra quotidianità, rotta inizialmente da un’emergenza sanitaria, fatica a trovare una sua direzione.  L’isola dell’instabilità è dove ormai tutti viviamo, al tramonto di una pandemia ed all’alba di nuovi conflitti, ci aggrappiamo alle sponde di un’apparente normalità quotidiana.

Di Camilla Fatticcioni*

**Laureata in lingua Cinese all’università Ca’ Foscari di Venezia, Camilla vive in Cina dal 2016. Nel 2017 inizia un master in Storia dell’Arte alla China Academy of Art di Hanghzou interessandosi di archeologia ed iconografia buddhista cinese medievale. Sinologa ed autrice del blog perquelchenesoio.com, scrive di Asia e Cina specialmente trattando temi legati all’arte e alla cultura. Collabora con diverse riviste tra cui REDSTAR magazine della città di Hangzhou e scrive per il blog di Bridging China Group. Appassionata di fotografia, trasmette la sua innata voglia di raccontare storie ed esperienze attraverso diversi punti di vista.