Il mondo dell’arte in Cina spesso si trova a combattere con la censura, in particolare se vengono toccati temi che ancora si portano dietro l’accezione di tabù, come ad esempio quelli relativi la comunità LGBTQ+.

Le gallerie d’arte di grandi dimensioni in Cina devono ricevere l’autorizzazione dall’ufficio culturale locale per organizzare eventi politicamente impegnati, e gli artisti cinesi dichiaratamente gay che sono riusciti a sfondare sono pochissimi anche a causa delle numerose difficoltà che hanno nel trovare una galleria disposta ad esporre opere d’arte con riferimenti gay e sessuali espliciti.

Potete amarvi, ma fatelo di nascosto

Anche se la Cina ha decriminalizzato l’omosessualità nel 1997 e l’ha tolta dalla lista dei malattie mentali nel 2001, l’accettazione della comunità LGBTQ+ è progredita ad un ritmo glaciale, frenata da numerosi e ben radicati pregiudizi sociali e discriminazioni.

Guardando a Taiwan e alla legalizzazione delle unioni tra coppie dello stesso sesso, gli attivisti LGBTQ+ in Cina continuano imperterriti la loro lotta, e gli ostacoli non sono pochi.  La sospensione nel 2020 dello Shangai Pride dopo 11 anni di attività non è solo dovuta all’emergenza sanitaria, è evidente che la stretta nei confronti delle attività della comunità LGBTQ+ in tutto il paese è stata più rigida nell’ultimo anno, portando anche alla chiusura di numerosi locali gay in tutto il paese.

Il celebre documentario Queer China, Comrade China uscito del 2008 racconta le tormentate vicende che hanno caratterizzato la vita della comunità LGBTQ+ negli ultimi 80 anni.  Cui Zi’en, regista ed attivista, ha raccolto le toccanti storie di vita di chi ha dovuto reprimersi  fino al 1997, esaminando come le leggi, i media e l’istruzione abbiano trasformato la cultura Queer da un indicibile tabù ad un’identità socialmente accettata in Cina.  Ma è veramente socialmente accettata?

Le coppie omosessuali faticano ad inserirsi all’interno della società, ed ancora oggi diversi libri di testo accademici in Cina descrivono l’omosessualità come un disturbo mentale, ed è servito a poco portare in tribunale tali questioni. Le protezioni legali per le persone della comunità LGBTQ+  sono rare e le terapie di conversione gay sono ancora praticate in alcune parti del paese.

 

Destination, Pechino

Secondo Amnesty International, le persone transgender sono in gran parte invisibili nel sistema sanitario cinese. Non ci sono statistiche ufficiali sul numero di persone transgender in Cina o sul numero di individui che si sottopongono a diversi tipi di trattamenti ormonali di affermazione di genere.

Per fortuna la Cina presenta un panorama culturale e sociale più che variegato, e le grandi città sono risultate delle vere e proprie oasi LGBTQ+ con il fiorire di locali, club, associazioni e gallerie d’arte color arcobaleno. Gli eventi Pride, e le associazioni culturali che promuovono i diritti LGBTQ+ esistono in Cina ed hanno spesso molta risonanza, ma per questo devono lottare contro la censura e le periodiche chiusure.

ART.des di Pechino

Dall’esterno, la facciata di Destination appare un po’ squallida, sembra solo un vecchio locale perso nella zona residenziale del distretto di Chaoyang a Pechino. In realtà, Destination è diventato con gli anni il principale centro culturale LGBTQ+ della città. Aperto 15 anni fa come discoteca, Destination ha continuato ad ampliarsi fino a comprendere anche un’interessante galleria d’arte, l’ART.des.

 Sopravvivere come principale punto di riferimento della comunità gay di Pechino non è facile, poiché le restrizioni alla censura si sono inasprite sotto il presidente Xi Jinping, che sembra aver ereditato dalla Rivoluzione Culturale l’idea che l’omosessualità sia qualcosa di indecente.

Quindi, che cosa rende ART.des così speciale? Non sono molte le gallerie in Cina che vogliono esporre opere d’arte di artisti dichiaratamente gay, ed  ART.des è diventato quindi un luogo in cui opere di artisti LGBTQ+ mai esposte altrove in Cina riescono a trovare il proprio spazio di espressione.

D’altro canto, la galleria, come altre organizzazioni culturali a Pechino, riceve direttive dall’ufficio culturale locale, uno dei tanti enti governativi che influenzano e che possono decidere che cosa può o non può essere esposto. Tutte le gallerie devono operare secondo la legge cinese. Ciò include l’adesione a delle linee guida sulla censura. Ad esempio, la nudità generalmente non è consentita, ma i limiti della censura cinese sono difficili da definire, spesso cambiano a seconda delle situazioni.

Artisti Queer

Fino ad oggi ci sono stati solo pochi artisti apertamente gay in Cina, tra cui il fotografo Ren Hang, che è diventato famoso a livello internazionale con i suoi scatti provocatori, sessualmente espliciti ed in eterna lotta contro la censura.

Molti altri artisti hanno cercato di seguire le orme di Ren Hang, diventato ormai il maestro indiscusso di uno stile fotografico conosciuto come point and shoot,  estremamente in voga tra i giovani amanti delle vecchie macchine fotografiche usa e getta.

Lin Zhipeng, conosciuto sotto lo pseudonimo di N.223, è un altro fotografo che ha seguito le orme di Ren Hang e di cui avevo già parlato nell’articolo sui ritratti fotografici della Gen Y cinese. Lin Zhipeng è un artista particolarmente attivo all’interno della comunità LGBTQ+, e parte di una generazione che vuole trasgredire, trovare la propria identità al di là dei canoni imposti dalla società cinese tradizionale.

Il ruolo dell’artista è proprio quello di incendiare gli animi, di aprire gli occhi dello spettatore mostrando la realtà vista sotto un’altra lente, spesso quella della macchina fotografica.

Proprio come fa Qiumao, artista LGBTQ+ originario di Chongqing, che ha ritratto la comunità gay della sua città in scatti provocatori. Fotografa principalmente giovani uomini impegnati nelle attività più insolite e sessuali, con l’intento di rompere i tabù ed abbattere gli stereotipi costruiti attorno alla mascolinità cinese.

Un motivo ricorrente nella produzione artistica di Qiumao sono infatti gli uomini in giacca e cravatta, con camice bianche e colletti ben stirati: il classico stereotipo dell’impiegato d’ufficio e del suo modo di vivere convenzionale, ma distorto dalle accezioni sessuali esplicite dei ritratti scattati da Qiumao.

L’artista fotografa di solito amici o conoscenti fatti online: in un intervista per la rivista RADII China,  ha però affermato che in molti hanno ancora paura di partecipare ai suoi progetti, perché troppo audaci e lontani da quello che la società si aspetta di vedere in un giovane ragazzo cinese.

                                                                               Foto cortesemente concesse da Qiumao

Anche Musk Ming, artista cinese di base a Berlino, lavora alla rottura degli stereotipi di genere attraverso la sua produzione artistica. Ming ha trascorso la sua infanzia in un complesso militare nella periferia di Tianjin, gettando segretamente le basi per il suo stile pittorico omoerotico. Vivendo in un ambiente in cui la sensualità era un tabù, è cresciuto maturando la necessità di ritrarre sopra ad una tela quegli impulsi e desideri nascosti.

Ming prende in prestito l’estetica dei manifesti di propaganda, e sostituisce i protagonisti tradizionali con uomini sensuali e muscolosi, o coppie gay che si baciano in atteggiamenti intimi. Come sfondo, l’artista utilizza paesaggi naturali cinesi e numerosi riferimenti all’ambito militare della sua infanzia, messi in forte contrasto con quello che era ( ed a volte ancora è) considerato immorale.

Ming usa anche slogan contenenti parole  che oramai hanno doppia valenza, come il termine “compagno” 同志 (tóngzhì), che, oltre al suo significato storico inerente al periodo della rivoluzione in Cina, è stato colloquialmente adottato negli ultimi anni per riferirsi alle persone della comunità LGBTQ+.

Altri artisti come Yang Yiliang si interfacciano con la tradizione, tra Chineseness&Queerness e la voglia di dimostrarsi orgogliosi della propria natura abbattendo gli stereotipi, talvolta tagliandoli via con un colpo di forbici, come nel caso di questo artista. Molte delle opere di Yang Yiliang infatti sono simili all’arte popolare cinese, come quella del taglio della carta, 中国剪纸(Zhōngguó jiǎnzhǐ).

I motivi utilizzati da Yang, tra cui fiori ed animali, sono accuratamente ritagliati da un foglio di carta rossa, come tradizionale simbolo di felicità, fortuna e prosperità. Guardando più da vicino la sua produzione artistica, si possono però notare le sfumature omoerotiche che l’artista tende a dare ai personaggi che rappresenta.

“Expectation”, Musk Ming

Quasi una provocazione: il colore rosso da sempre simboleggia i matrimoni in Cina, ma per i gay cinesi l’unione tra persone dello stesso sesso è ancora un miraggio troppo lontano. Allo stesso modo, la fragilità della carta simboleggia invece la precarietà dei rapporti e del desiderio di unità ed accettazione familiare, purtroppo ancora irrealistici. Molte coppie omosessuali cinesi si coprono spesso sotto una velata bugia da raccontare a vicini di casa e parenti: “è solo il/la mio conquilino/a”

La comunità LGBTQ+ sui grandi schermi

L’attrice Shitou fece coming out in diretta televisiva nel 2000. Ospite in un talk show della Hunan Satellite Television, l’attrice divenne la prima lesbica dichiarata ad apparire sui media ufficiali della RPC. Dal 2000 in poi, la produzione cinematografica della comunità LGBT ha dato vita a diversi capolavori, ed a numerosi Queer Film Festivals in Cina.

Molti film di questo genere hanno comunque una vita breve, giusto la durata di un Film Festival prima di sparire dagli schermi controllati dalla censura. Come nel caso di Fish and Elephant del 2001, considerato il primo film cinese con protagonista l’amore tra due donne.                                     

                                                                                           “Paper Groom”, Yang Yiliang

Il film della regista Li Yu  racconta la storia di amore segreta di una custode di elefanti dello zoo di Pechino, la lotta contro i pregiudizi e la pressione familiare riguardante questioni come il matrimonio.

 

Scena dal film Fish and Elephant di Li Yu

Premiato come miglior film allo Shanghai Pride Festival 2019, We Outlaws, del regista Wang Kaixuan invece ci riporta nella Cina dei primi anni ‘90, quando i “crimini di indecenza” erano ancora severamente puniti. Il film esplora la doppia vita ed identità di un operaio che di notte si aggira per le sale da ballo con indosso un vestito rosso. Pellicola toccante, vera e purtroppo piena di un sentimento che ancora oggi in molti provano: la struggente necessità di continuare a nascondersi, che sia dalla famiglia, dagli amici o dai colleghi.

Scena dal film “We Outlaws” di Wang Kaixuan

Purtroppo, come molte altre cose in Cina, la comunità LGBTQ+ vive tra mille contraddizioni ed in costante lotta con la censura. È libera di essere e di amare, ma a volte è ancora costretta a farlo di nascosto.

Di Camilla Fatticcioni*

**Laureata in lingua Cinese all’università Ca’ Foscari di Venezia, Camilla vive in Cina dal 2016. Nel 2017 inizia un master in Storia dell’Arte alla China Academy of Art di Hanghzou interessandosi di archeologia ed iconografia buddhista cinese medievale. Sinologa ed autrice del blog perquelchenesoio.com, scrive di Asia e Cina specialmente trattando temi legati all’arte e alla cultura. Collabora con diverse riviste tra cui REDSTAR magazine della città di Hangzhou e scrive per il blog di Bridging China Group. Appassionata di fotografia, trasmette la sua innata voglia di raccontare storie ed esperienze attraverso diversi punti di vista