Pechino continua ad investire nel settore dei semiconduttori. Un trend che non si è fermato neanche lo scorso anno durante il picco pandemico e degli aiuti statali per le imprese. Secondo i dati riportati da Caixin, solo nel 2020 il Dragone ha investito $35.2 miliardi nel settore, un “Grande Balzo” del +407% rispetto al 2019. Numeri importanti, che tuttavia non bastano a conquistare l’autonomia nel lucroso ed indispensabile campo dei semiconduttori e microchip.

Pechino ha fame di questa tecnologia. L’anno scorso le sue aziende hanno divorato $143.4 miliardi di “wafer”, ovvero quelle sottili fette di materiale semiconduttore, come ad esempio un cristallo di silicio, sulla quale vengono realizzati dei chip, e solo il 6% di questi è stato prodotto in Cina. Che il Dragone abbia cercato per anni di essere autosufficiente sotto questo aspetto, non è una novità. Già nel 2017 il vice premier Ma Kai dichiarò di “non poter fare affidamento sui chip stranieri”, una posizione ribadita dall’invito di Xi Jinping a “fare dell’autosufficienza tecnologica un pilastro strategico dello sviluppo nazionale”. La questione è più facile a dirsi che a farsi. Il nodo è che l’intero settore è stato investito in pieno dalla pandemia creando un vero effetto domino che, molto probabilmente, porterà ad un cambiamento dell’intera filiera produttiva.

UN SETTORE CON L’ACQUA ALLA GOLA – Attualmente c’è una vera e tangibile carenza di semiconduttori e microchip. Non solo la Cina ha accusato il colpo, ma anche altre grandi economie. E la pandemia ha messo in evidenzia la nostra dipendenza da questi minuscoli dispositivi che sono il cervello non solo di catene industriali, ma anche di comuni beni di consumo come computer o spazzolini elettrici per denti. Aumentano quindi ovunque le preoccupazioni sui rischi delle forniture estere.

Gli Stati Uniti e l’Europa hanno chiesto investimenti per potenziare le industrie nazionali dei semiconduttori nella speranza di ridurre la dipendenza dai fornitori dell’Asia orientale. Nel frattempo, la Cina ha avviato un proprio piano per espandere la capacità di produzione di chip in risposta ai limiti tecnologici imposti da Washington. In questa cornice, a farne le spese per primo è stato il settore automobilistico. Secondo Reuters le case di produzione hanno dovuto tagliare un milione di veicoli durante il primo trimestre per mancanza di chip.

In Cina, SAIC Volkswagen Automotive e Chang’an hanno istituito squadre speciali guidate da top manager per trovare forniture di semiconduttori un pò ovunque.”Non importa quanto costoso, compreranno quello che possono ottenere”, ha dichiarato un analista del settore automobilistico a Caixin. Catastrofica la previsione della China Association of Automobile Manufacturers per la quale “sebbene ci sarà un rialzo nelle forniture, il settore non potrà riprendersi fino al primo trimestre del 2022”.

MOLTEPLICI CAUSE ED UN EFFETTO DOMINO  –  Gli analisti sono unanimi nel ritenere che l’attuale carenza di approvvigionamento sarà duratura nel tempo ed avrà impatti più ampi sulle filiere produttive. Della medesima idea Meng Pu, numero uno del colosso Qualcomm, per il quale vi è stato a monte un errore di valutazione da parte delle case di produzione dell’enorme crescita della domanda. “Diverse concause hanno portato ad un effetto domino cui ci vorrà tempo per correggere il tiro”, ha dichiarato Meng Pu.

Il settore è stato totalmente investito da una tempesta perfetta. Lo scoppio della pandemia ha senza ombra di dubbio innescato la carenza globale di chip, ma delle crepe erano ben evidenti in tempi non sospetti. Scoraggiati dal crollo delle vendite a causa dal blocco nel primo trimestre del 2020, i produttori hanno drasticamente ridotto le proiezioni aziendali e gli ordini di semiconduttori. tuttavia l’inaspettata ripresa industriale, specialmente dell’Asia, nella seconda metà dello scorso anno ha lasciato impreparati produttori e fornitori di circuiti integrati. Il risultato è stato quindi scontato: la produzione non è riuscita a raggiungere l’aumento della domanda.

A ciò si è aggiunto l’escalation degli attriti commerciali tra Stati Uniti e Cina che hanno minacciato l’accesso dei conglomerati del Dragone alle forniture “Made Usa” di questa tecnologia vitale per la corsa industriale cinese. Le sanzioni statunitensi a Huawei, a detta degli esperti, è stato il vaso di Pandora che ha sconvolto questo delicato equilibrio. Il niet americano ha infatti costretto il colosso di Shenzhen ad accelerare gli acquisti di dispositivi per accumulare scorte prima che le sanzioni entrassero in vigore. La mossa ha incoraggiato altri produttori di telefoni cinesi, tra cui Xiaomi e OPPO, ad aumentare gli acquisti di semiconduttori nella speranza di conquistare quote di mercato dal business paralizzato di Huawei. La corsa agli acquisti ha ulteriormente aggravato la carenza. “Tutti volevano acquistare di più per aumentare le scorte, peggiorando ulteriormente la scarsa offerta di chip a livello globale”, ha affermato Hu Jianguo, vicepresidente della Guangdong Semiconductor Industry Association.

RIMODELLARE IL SETTORE ED IL RITARDO CINESE – Ci vorrà tempo prima che il settore si riequilibri, ma la domanda è quanto tempo ci vorrà, si chiedono gli esperti. Una delle maggiori incognite è data dagli equilibri geopolitici. Oltre alla mancata corrispondenza tra domanda e offerta, la carenza riflette l’effetto delle incertezze politiche sulla fiducia delle imprese e sul processo decisionale strategico, hanno affermato gli analisti. Per ora Pechino punta sull’autosufficienza tecnologica. E la corsa è aperta a tutti, sia ad attori privati che ai grandi fondi di investimento statali.

“I progressi tecnologici e il lancio dei servizi wireless 5G significano che la domanda di semiconduttori continuerà a crescere, aumentando la pressione su i produttori che già faticano a recuperare. I requisiti dei chip per i dispositivi 5G aumenteranno dal 40% all’80% rispetto all’era 4G”, ha affermato Feng Jinfeng della Shanghai Integrated Circuit Industry Association.

Un recente editoriale del Global Times scriveva in toni trionfalistici di come la “Nazione fosse sulla strada giusta per l’autosufficienza dei semiconduttori”, ma una cruda analisi di Caixin e Nikkei ha evidenziato come la Cina sia in oggettivo ritardo. Una verità che ai piani alti a Pechino sanno perfettamente. Le autorità cinesi stanno utilizzando politiche preferenziali per attirare aziende leader nel settore dei semiconduttori come TSMC e Samsung per costruire impianti in Cina, offrendo allo stesso tempo supporto per potenziare i produttori di chip nazionali ed espandere la produzione e la tecnologia di chip.

Ad oggi sono ben poche le aziende cinesi che possono realmente concorrere a livello internazionale. Il panorama è pressoché dominato da Taiwan e Corea del Sud. Nel primo trimestre, le imprese taiwanesi hanno rappresentato quattro dei primi 10 produttori di “wafer” al mondo, conquistando il 66% del mercato, mentre i due maggiori produttori di “wafer” della Corea del Sud si sono accaparrati una fetta del19%. I due maggiori produttori di chip della Repubblica Popolare, Semiconductor Manufacturing International Corp. e HuaHong Semiconductor, rappresentano insieme un 6%.

La capacità di produzione di chip interna della Cina è ancora in ritardo rispetto alla domanda. Secondo IC Insight, il mercato cinese dei circuiti integrati è stato valutato a $ 143,4 miliardi nel 2020, ma solo $ 8,3 miliardi di produzione è stata effettuata a livello nazionale. Nel frattempo, la dipendenza del paese dalle forniture estere di dispositivi avanzati e apparecchiature per la produzione di chip la rende vulnerabile ai rischi geopolitici.

PECHINO PREPARA LA SVOLTA NEL 2022? – Sicuramente l’industria cinese dei semiconduttori ha intensificato gli sforzi per ridurre la dipendenza dalle tecnologie straniere. Huawei ha  raddoppiato gli investimenti in HiSilicon, l’unità di produzione di chip del colosso di telefonia cinese. Fonti del settore hanno affermato che da maggio 2020, un gruppo di aziende cinesi ha lavorato alla costruzione di una linea di produzione di chip a 28 nanometri senza l’utilizzo di tecnologia americana. La struttura dovrebbe iniziare a funzionare entro la fine di quest’anno.

Secondo l’associazione di settore SEMI, tra il 2020 e il 2024 saranno costruiti in tutto il mondo almeno 38 impianti di produzione di “wafer” da 12 pollici, più della metà dei quali nella Repubblica Popolare. E Pechino si prepara alla svolta. Gli esperti sono concordi nel ritenere che la Cina  , entro il 2024, diventerà il terzo più grande produttore di chip dopo Taiwan e Corea del Sud. Fondamentale sarà il sostegno del governo. Lo scorso anno Boston Consulting Group ha previsto che la quota globale di semiconduttori fabbricati in Cina salirà al 24% entro il 2030, quasi il doppio rispetto al 2020. Tuttavia la Cina deve ancora affrontare molte sfide. Morris Chang, fondatore ed ex presidente di TSMC, tramite Nikkei ha affermato che ci vorranno almeno cinque anni prima che Pechino possa competere con Taiwan e la Corea del Sud nella produzione di chip avanzati.

Nonostante la spinta dei paesi per l’autosufficienza, gli esperti hanno avvertito che perseguire forniture di chip completamente indipendenti non è realistico. L’industria è così complicata e globalizzata che si potrà mantenere l’innovazione solo attraverso la collaborazione nella catena di approvvigionamento mondiale altamente specializzata.”Sostenere una catena di approvvigionamento locale completamente autosufficiente nel settore dei semiconduttori è un vicolo cieco”, ha affermato Goodrich della Semiconductor Industry Association.

Di Stefano Venza*

**Giornalista freelance con background in lingua e cultura cinese. Nuotatore professionista, nel tempo libero segue da vicino le vicende hi-tech del Dragone, viaggiando sempre a cavallo tra Oriente ed Occidente.