Peng Yuru, arzillo signore di 82 anni di Qingdao, armato di smartphone 5G di ultimissima generazione, registra commosso l’alzabandiera all’alba a Piazza Tiananmen sussurrando l’inno nazionale. “Chissà Mao cosa penserà di come sia diventata la Cina oggi”, si domanda perplesso. Già, bella domanda. Peng Yuru, così come molti altri “giovani” della sua età sono stati testimoni della trasformazione cinese, dall’utopia maoista fino a questo ultimo Grande Balzo 2.0 dove Pechino da fabbrica del mondo è diventata una potenza digitale e fonte di ispirazione anche per i big tech occidentali, almeno per alcuni trend digitali.

“Ho preso un treno ad alta velocità da Qingdao fino a Pechino, ed ho fatto tutto con lo smartphone. Così come comprare i biglietti della metro o il ticket per la Grande Muraglia, tutto attraverso una app, incredibile. Venti anni fa mai avrei pensato un qualche cosa del genere”, afferma sinceramente stupito Peng. Dallo shopping alle visite mediche, dal pagare la spesa ai processi e persino il settore agricolo con droni e trattori a guida autonoma, il digitale ha totalmente pervaso la vita quotidiana dei cinesi rendendo a tutti gli effetti il Dragone il paese più connesso al mondo, un trend che si è rafforzato nel 2020, anche a causa del lockdown forzato e dallo scoppio della pandemia. Dati alla mano, oltre il 70% della Cina ha una copertura internet. I progressivi lavori di ammodernamento delle infrastrutture di telefonia è stato uno dei volani di questa corsa digitale, tanto che quasi tutte le più grandi metropoli del paese o intere aree di alcune province hanno una copertura 5G. Questa nuova digital era ha anche investito il mercato del lavoro. Programmatori, grafici, ingegneri informatici sono tra le posizioni più richieste nei distretti tecnologici delle metropoli del Dragone, ma è la categoria del blogger e livestreamer ad essere addirittura inserita nella top 10 delle professioni cui i bambini aspirano a fare in futuro.

LIVESTREAMING E-COMMERCE? IN CINA CI SONO 117 PIATTAFORME – Una volta c’era l’e-commerce, adesso, da tre anni a questa parte, il trend tutto in salita è quello della livestreaming e-commerce, un settore che almeno in Cina non sembra smettere di crescere. In Occidente conosciamo quelle tre o quattro piattaforme più note come Pinduodo o Little Red Book, ma il quando è decisamente più complesso di quello che possa sembrare. Sicuramente queste occupano una posizione di leadership all’interno del settore, ma numeri alla mano, in Cina ci sono ben 117 piattaforme che offrono servizi di vendita livestreaming. Niente di cui meravigliarsi. Ciò che dall’esterno può sembrare un vero Far West, in realtà che rispecchia perfettamente l’enorme e variegato mercato interno del paese. Non dobbiamo infatti dimenticare le dimensioni della Cina, uno stato-continente con numerose varianti al suo interno, dove ogni regione ha determinate e peculiari preferenze su questo e quell’altro fattore. Basti pensare che un diverso pubblico richiede persino un diverso accento dei livestreamer tenuti a fare queste televendite.

Quando parliamo di livestreaming e-commerce a dettare legge è Taobao Live, il ramo delle vendite online in diretta del colosso Alibaba, ma interessante è analizzare le dinamiche dietro ad ogni sessione livestreaming nel suo insieme. Se pensassimo che per vendere online basti solo un telefono ed una connessione internet, ci sbagliamo. Ogni livestreaming smuove una piccola falange formata da 3-4 persone. Il blogger che va in diretta e degli aiutanti che monitorano il traffico, rispondono alle domande live, portano i prodotti e così via. Senza contare che non ci sarà solo un dispositivo cellulare davanti a sé, ma il più delle volte anche una decina.

Il motivo è che le piattaforme livestreaming in Cina permettono un dedalo di funzionalità inimmaginabili rispetto app occidentali. Se le live-session di Instagram vengono considerate dagli utenti del Dragone “senza senso perché fatte con delle semplici telecamere”, in Cina è possibile fare di tutto, dal mettere filtri bellezza all’inserire pop-up pubblicitari temporanei, link, “hongbao” promozionali e molto altro. Senza contare che ogni sessione può essere trasmessa in contemporanea anche su più di una piattaforma, a seconda dei diversi accordi tra le diverse app. Non è quindi un caso che la stessa giurisprudenza cinese abbia riconosciuto la figura del livestreamer o blogger come una professione a tutti gli effetti.

L’ARRIVO DELLE “LIVESTREAMING – FACTORY” – Secondo i report ufficiali, il 70% delle sessioni livestreaming in Cina sono promosse dai marchi stessi che si rivolgono a team di esperti per  il loro brand, mentre e solo il 30% sono frutto di blogger indipendenti. Tuttavia non dobbiamo pensare  che fare queste televendite sia un lavoro così comodo. Quasi come funghi da due anni a questa parte sono sorte delle vere e proprie livestreaming factory, luoghi dove il personale è interamente composto da livestreamer professionisti. Si entra nel proprio camerino, ci si trucca, si studia il prodotto – o i prodotti – da vendere, si fa un brainstorming sul da farsi e via online per le prossime 5 o 8 ore.

Nei distretti hi-tech delle principali metropoli cinesi, trovare questi tipi di uffici, oggi come oggi, non è affatto raro. Anzi, alcune municipalità stanno investendo ingenti somme di denaro per lo sviluppo di tali realtà. Un caso è Chengdu. Il capoluogo del Sichuan, non è famosa solo per i paffuti panda, ma anche per essere il principale centro di livestreamaing factory in Cina. Il suo nuovo parco hi-tech, sul quale Pechino sta investendo miliardi di dollari per renderlo un nuovo polo di eccellenza che possa rivaleggiare con Hangzhou o Shenzhen, conta circa 300 aziende interamente dedicate a fornire servizi livestreaming.

E’ IL MOMENTO DELLA VIRTUAL AI – Ora la Cina è pronta persino a superare il concetto di Intelligenza Artificiale. Il futuro è infatti nelle mani della virtual AI, il vero trend nei prossimi anni. Stiamo parlando di realtà virtuale applicata che registra delle copie perfette di persone in carne ed ossa, nella mimica quanto nella voce, mandando successivamente in onda degli ologrammi. Il primo a sperimentare questa tecnologia è stata la due anni fa l’agenzia Xinhua con il primo anchorman ologramma mai andato in trasmissione al mondo. Da allora la tecnologia si è sviluppata ed ha avuto una enorme impennata proprio nell’anno pandemico. Basti pensare che anche nel recente galà di fine anno della CCTV metà degli ospiti erano ologrammi e questa tecnologia è largamente usata anche durante le sessioni live-streaming dai blogger.

Parlare ininterrottamente per ore è fisicamente impossibile persino per il migliore dei Giorgio Mastrota cinesi e dato che la giustizia cinese ha acceso i fari sulla qualità e condizioni di lavoro, decisamente stancanti, di questi livestreamer, la virtual AI è arrivata per salvare capra e cavoli. Evitare sanzioni e continuare a vendere. Generalmente ogni 90 minuti di lavoro il blogger può permettersi una pausa di 20-30 minuti per rifiatare mentre ad andare in onda è un suo ologramma. Se prima era possibile, dopo uno sguardo attento, accorgersi di questo scambio, ora la tecnologia si è talmente perfezionata che è quasi impossibile accorgersi della differenza. Anche questo è il potere di internet nel paese più digitalizzato al mondo tanto che anche all’estero si pensa che il vero Made in China sia la sua cultura digitale.

Di Stefano Venza*

*Giornalista freelance con background in lingua e cultura cinese. Nuotatore professionista, nel tempo libero segue da vicino le vicende hi-tech del Dragone, viaggiando sempre a cavallo tra Oriente ed Occidente.