Di crisi pandemiche come questa ne viene «una ogni cento anni» e rappresenta una «grande sfida per tutto il mondo». Si apre così il comunicato diffuso dal consiglio dei ministri indiano dopo la prima riunione a tema Covid19 dall’inizio della seconda ondata, dopo che ieri i nuovi contagiati sfioravano ufficialmente quota 387mila, per 3.498 morti.

Cifre ufficiali che epidemiologi di mezzo mondo, indiani e non, ritengono siano almeno da decuplicare per avere una misura approssimativa e verosimile del disastro pandemico in corso in India.

LE NOTE DELLA PRIMA riunione, pubblicate sul sito del governo indiano, mettono in fila attenuanti da giudizio universale e le misure che il primo ministro Narendra Modi avrebbe intrapreso nell’ultimo anno e mezzo per preparare il Paese alla risacca pandemica. Come spesso è capitato nei documenti ministeriali e nella retorica pubblica degli ultimi sette anni di ultrainduismo di governo, è più importante soffermarsi su ciò che i politici non dicono, sperando venga presto dimenticato.

Si dice, insomma, che il governo aveva predisposto il potenziamento della produzione e approvvigionamento di bombole e macchinari per l’ossigeno; non si dice che in tutta l’India del nord, epicentro della seconda ondata, le bombole d’ossigeno sono introvabili e i pazienti muoiono asfissiati. A centinaia.

E se non lo dice il governo, non lo deve dire nemmeno la gente, per non rovinare il buon nome dell’India. Non è un’iperbole. La scorsa settimana l’amministrazione dello Stato più popoloso dell’India, l’Uttar Pradesh (UP), mentre le foto di campi crematori traboccanti di pire facevano il giro della rete, annunciava che chiunque – privati cittadini o ospedali – avesse denunciato le carenze di ossigeno nello Stato sarebbe stato denunciato per «diffusione di notizie false».

DA GIORNI I PRINCIPALI media internazionali ospitano editoriali roventi che puntano il dito contro l’inadempienza manifesta di Modi e dei suoi ministri, firmati dai volti più noti del progressismo indiano: la scrittrice Arundhati Roy, lo storico Ramchandra Guha, la giornalista investigativa Rana Ayyub. Si trova in rete anche un’agghiacciante intervista rilasciata al canale britannico ITV da Barkha Dutt, giornalista televisiva estremamente famosa in tutto il subcontinente, poche ore dopo aver cremato suo padre, morto di Covid19 a New Delhi.

IL MINISTRO DEGLI ESTERI S. Jaishankar, giovedì scorso, ha chiesto a tutti gli ambasciatori di adoperarsi per «contrastare la copertura negativa» internazionale, sottolineando l’eccezionale viralità della seconda ondata e spiegando che non ci può essere alcun collegamento tra le elezioni in corso e l’aumento di infezioni.

Perché mentre la curva pandemica segnava una crescita esponenziale del virus nel Paese, Modi e i principali ministri del suo governo hanno continuato imperterriti a fare campagna elettorale in Bengala occidentale, tenendo comizi davanti a un pubblico di decine di migliaia di persone. Oggi, a urne chiuse, il Bengala occidentale è lo Stato con il più alto tasso di crescita di infezioni (+9,5%). Calcutta, la capitale, ha toccato il 50% di positivity rate: ogni due tamponi effettuati, uno è positivo.

Il governo Modi, che ora chiede ufficialmente – ma non pubblicamente – gli aiuti della comunità internazionale e attende rifornimenti di ossigeno, medicine e macchinari medici da oltreoceano, è lo stesso che nel maggio del 2020 dichiarava di aver sconfitto il Covid. In soli due mesi di lockdown, annunciato quattro ore prima dell’entrata in vigore, aveva costretto milioni di lavoratori migranti a rientrare nei villaggi con mezzi di fortuna. O spesso a piedi, per migliaia di chilometri. Ne morirono a centinaia.

È LO STESSO che, a gennaio 2021, ha dato il via libera al pellegrinaggio hindu del Khumb Mela, in Uttarkhand, con concentrazioni di milioni di fedeli arrivati da tutto il Paese. Un megacluster che ha ucciso decine di santoni e centinaia di fedeli – per cui la protezione della divinità del Gange non è bastata – e contribuito a diffondere ulteriormente il virus in tutto il Paese. Soprattutto nelle campagne, dove vivono due indiani su tre. Dove non arrivano le telecamere dei tg, non arrivano gli ospedali, le bombole d’ossigeno e nemmeno i tamponi. Dove ci si ammala e si muore senza sapere quanto, come o perché. Né per colpa di chi.

[Pubblicato su il manifesto]