Un luogo può morire tre volte e rinascere per la quarta nel giro di meno di vent’anni? Boten, la città di confine tra Laos e Repubblica popolare cinese dice che si, è possibile. E che se la Cina era vicina, oggi è già qui in tutto il suo splendore multimilionario che staglia nel cielo terso grattacieli e impalcature a ridosso di una nuova strada con i caselli di pedaggio ancora imballati e, soprattutto, decine di piloni in cemento armato, tunnel, sbancamento di ettari di foresta: segnano l’avanzata di un ambizioso progetto da sette miliardi di dollari.

È quello della ferrovia che da Boten correrà sino a Vientiane capitale del Laos forse in meno di 4 ore. Adesso, via gomma, ce ne vogliono tra 15 e 20. Da lì proseguirà fino a Singapore riducendo il transito delle merci, da e per Kunming nello Yunnan, costrette adesso ai lungi peripli delle navi cargo e agli affanni dei camion. In tutto quasi 4mila chilometri.

A Boten il futuro è già qui nella quarta rinascita di una città morta tre volte. Lungo le tre vie che la costituiscono, quello che era un piccolissimo borgo poi diventato un centro dell’azzardo e poi ancora una città fantasma, si respira un’aria di frenetico investimento immobiliare.

Per Pechino Boten sarà un nuovo hub logistico per la grande impresa ferroviaria che ha subito mille rallentamenti ma che adesso procede spedita. Ci sarà una stazione ferroviaria ma anche parcheggi per le decine e decine di camion che passano ogni giorno questo confine dirette in Thailandia.

E se il traffico su gomma potrebbe forse diminuire, par di capire invece – a giudicare dagli sbancamenti di terra – che non rallenterà affatto.
Richiederà semmai nuove strade e la ferrovia farà da volano. Massimo Morello, un collega che vive a Bangkok, era venuto a Boten nella sua prima incarnazione, quando era – agli inizi del secolo – un piccolo centro delle tribù locali «un posto per antropologi con una sua magia».

Anni dopo ci torna durante la terza incarnazione, quella di «città fantasma». Nell’intermezzo, Laos e Cina si sono accordati per fare di Boten nel 2002 una Special Economic Zone. Così speciale che diventa una città dell’azzardo, vietato in Laos e in Cina. Ma Boten non è Cina e diventa il luogo prediletto di giocatori del week end con tutto ciò che l’ambiente richiede: duty free per alcoolici e sigarette, prostitute per allietare le serate fiacche o spendere il grano delle vincite. Spacciatori di yaba – metanfetamina e caffeina – per eccitarsi. Oppiacei per planare. Ma anche criminali ben organizzati che ti sequestrano se non paghi.

La Boten allegra, la Golden city, dura solo fino al 2011. Poi le pressioni del governo di Pechino e quelle di Vientiane fan chiudere le case da gioco. È la seconda morte del villaggio tribale poi diventato hub del vizio. Boten diviene un luogo fantasma dove, racconta Morello, la natura si era presa la rivincita. Edifici abbandonanti, negozi chiusi, cinesi in fuga, vegetazione invadente. Nel 2013 Boten diventa Specific Economic Zone. L’area si restringe e se ne ridisegna il destino. Ci vuole un po’.

Nel 2016 un inviato del New York Times vede piccoli segnali di ripresa. C’è un nuovo duty free e la promessa della ferrovia che però ha tempi biblici.

Se la terza vita di Boten è stata quella di un fantasma deprimente, la quarta reincarnazione a febbraio 2019 lascia il visitatore a bocca aperta. Il Laos agricolo e rurale di un Paese dove la densità per kmq è di 28 abitanti (in Italia è di oltre 200) è alle spalle già a Oudomxai, città sulla strada per il confine cui mancano ancora 100 chilometri.

A Oudomxai, centro di servizi e commercio pieno di trattori, rivendite di tubi e tondini, lavatrici e cemento, i segnali ci sono già. Le scritte sono spesso in cinese. Cinesi sono gli hotel di lusso o i ristoranti per banchetti. Cinese buona parte della popolazione. Il terminal del centro è pieno di bus con targa cinese che partono per Boten.

Ci vogliono quasi tre ore per zigzagare tra le alte colline dove il Laos rurale regna ancora sovrano con le sue tecniche agricole antiche come il mondo: «taglia e brucia» per seminare la terra strappata alla foresta aspettando la pioggia e per spostarsi poi tre o quattro anni dopo in un’altra fetta di territorio.

Ma a fondo valle, spiando dal finestrino, si intravedono le chiazze rosse degli sbancamenti dove correrà la ferrovia. Si cominciano a incontrare depositi di materiale, bulldozer, cumuli di pietre. Si intravedono i primi alti piloni per i binari.

Tutti con qualche ideogramma appiccicato. Il segno che la Cina è già qui. Si dice che pur utilizzando manodopera locale, quella specializzata venga dalla Rpc: almeno 100mila. E a Oudomxai c’è una giovane brillante cinese che è stata spedita qui dalla Rpc per insegnare. Cosa? A come leggere quegli ideogrammi.

Di Emanuele Giordana*

 **Emanuele Giordana è un giornalista e saggista italiano, cofondatore di Lettera22. Cura il blog Great Game 

[Pubblicato su il manifesto]