Bhutan – Vincono i democratici

In Uncategorized by Simone

Le elezioni che si sono svolte nei giorni scorsi in Bhutan, le seconde in assoluto nella storia del Paese, hanno visto, contro ogni previsione, una vittoria dell’opposizione del People’s democratic party contro l’ex formazione di governo. Fino a pochi giorni fa era il più piccolo partito d’opposizione al mondo. Una timida presenza in un microscopico e giovanissimo parlamento come quello del minuscolo regno del Bhutan. Ora invece, grazie alla vittoria riportata nelle elezioni di sabato scorso, il People’s democratic party (Pdp) prenderà nelle proprie mani le redini del governo, passando alla guida di quello che può essere considerato uno dei più interessanti esperimenti di transizione verso la democrazia della storia recente.

Secondo i dati ufficiali diffusi dalla Commissione elettorale bhutanese, durante il primo turno delle votazioni per la Tshogdu, l’Assemblea nazionale (la Camera bassa del Chi Tshog, il supremo organo legislativo), il Pdp aveva ottenuto solo il 32,5 per cento delle preferenze, mentre il rivale Druk Phuensum Tshogpa (Dpt), o Partito della pace e della prosperità, al potere dal 2008, se ne era aggiudicato il 44,5.

L’exploit con cui la formazione guidata dal quarantasettenne Tshering Tobgay è riuscita alla fine a conquistare 32 seggi, su un totale di 47 disponibili, non ha mancato dunque di meravigliare anche gli analisti più informati, che davano per scontato un nuovo trionfo del partito di Jigmi Yoezer Thinley, primo ministro uscente.

Trattandosi del secondo confronto democratico nella secolare vita del Druk Yul, la Terra del Drago, come è chiamata dai suoi abitanti la monarchia himalayana, parlare di vittoria storica potrebbe sembrare enfatico. Eppure i presupposti per cui queste elezioni restino impresse negli annali e nella memoria del popolo bhutanese non mancano.

In primo luogo, perché l’affermazione del partito democratico segna anche l’avvio di quell’alternanza tra forze politiche che è il presupposto del buon funzionamento di ogni sistema di gestione del potere che aspiri a essere considerato una vera democrazia. E quando, nel 2006, Jigme Singye Wangchuck, quarto re del Bhutan, ha deciso volontariamente di abdicare in favore del figlio, Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, cedendogli il titolo di Druk Gyalpo (letteralmente Re Drago) e di avviare contemporaneamente una serie di riforme in senso costituzionale della monarchia, il sovrano ha voluto introdurre un meccanismo di voto a doppio turno per arrivare a un rigido bipartitismo, da lui considerato il modo più veloce per giungere appunto all’alternanza.

Nonostante la giovane età, il Pdp è riuscito nell’arco di un solo lustro a ribaltare drasticamente il pessimo risultato del 2008, quando il Dpt aveva ottenuto 45 seggi su 47, dimostrando di essere in grado di interpretare correttamente i desideri e le aspirazioni della base elettorale.

Un merito importante deve essere riconosciuto sotto questo punto di vista al suo leader Tshering Tobgay. Entrato in politica nel 2007 dopo aver rinunciato a un prestigioso posto da direttore del ministero del Lavoro e delle Risorse umane, Tobgay incarna alla perfezione quel concetto di “dovere verso il Tsa Wa Sum”, traducibile con “dovere verso il re, la patria e il popolo”, che rappresenta uno dei principi fondamentali attorno a cui ruota la cultura politica bhutanese.

Per il candidato alla carica di nuovo Lyonchen, ossia primo ministro, tale vocazione fa parte in realtà della tradizione di famiglia, considerato che suo padre venne reclutato dal terzo sovrano del Bhutan per istituire un esercito permanente e che sua madre ebbe un ruolo importante nella realizzazione della prima strada moderna costruita per unire il Paese allo storico alleato indiano. Il loro incontro avvenne lungo la via, che il soldato stava percorrendo per assicurare dei rifornimenti alle proprie truppe, e dunque la loro unione può essere ricondotta, come Tobgay ha più volte ricordato in pubblico, a motivi di servizio nei confronti della nazione e del sovrano.

Grazie al suo intuito il leader è riuscito a garantire una netta affermazione del suo partito nelle regioni del Sud del Paese, strappando all’avversario molte zone che fino a poco tempo fa potevano essere considerate roccaforti sicure. Sfruttando le sue doti dialettiche l’ex funzionario ministeriale ha stretto legami con le forze del Druk Nymrub Tshogpa e il Druck Chirwang Tshogpa, i partiti esclusi alla precedente tornata elettorale, muovendo al contempo una serie di attacchi frontali al Dpt, accusandolo di corruzione, di nepotismo e di non saper gestire i problemi legati alla crescente disoccupazione giovanile e alla crisi di liquidità che la rupia, e dunque il ngultrum, la moneta bhutanese che è ad essa agganciata, ha conosciuto nell’ultimo periodo.

Queste accuse, congiuntamente alla condanna per corruzione ricevuta dal ministro degli Affari interni e dal presidente del parlamento lo scorso marzo, hanno portato il Dpt ad arretrare anche in molte aree rurali in cui cinque anni fa, grazie agli investimenti promessi nella costruzione di strade e nelle infrastrutture per le telecomunicazioni, il suo successo era stato travolgente.

Alla definitiva capitolazione del Partito della pace e della prosperità ha però contribuito in maniera significativa anche la gestione della politica estera. La riconosciuta abilità diplomatica dell’ex Lyochen Jigmi Yoezer Thinley, che ha portato a una sensibile dilatazione delle relazioni intrattenute dal Bhutan con gli Stati stranieri, non è infatti bastata a mettere al riparo l’ex partito di governo dalle violente critiche mosse dal Pdp in merito all’allentamento dei legami che da decenni uniscono Timphu a Nuova Delhi.

Percependo come sempre più onerosi i vincoli con il sistema economico, commerciale e infrastrutturale indiano, Thinley ha cercato durante il suo mandato di “rilassare” le relazioni con l’ingombrante vicino, muovendo al contempo alcuni timidi passi in direzione della Cina. Ma, dopo che, nell’agosto scorso, il capo del Dpt ha ricevuto nella capitale bhutanese il viceministro degli Esteri cinese Fu Ying, a poche settimane dall’incontro con il suo corrispettivo Wen Jiabao a Rio de Janeiro, il Partito democratico ha iniziato ad accusarlo di aver incrinato i rapporti tra il regno e la federazione indiana, che risalgono ai tempi del British Raj, l’Impero Anglo-Indiano, quando il Bhutan, allora indipendente, divenne un protettorato inglese.

Durante la campagna elettorale il Pdp ha insistito molto sull’idea che la conferma di Thinley alla guida del Paese avrebbe aperto crepe irreparabili nell’amicizia con Nuova Delhi. E il fatto che nelle ultime settimane questa abbia ritirato i suoi sussidi alla produzione e alla vendita del cherosene e del gpl, fondamentali per il riscaldamento e per gli spostamenti, è stato abilmente presentato da Tobgay come una prova della fondatezza di questi timori.

C’è infine un’altra ragione per cui queste elezioni saranno ricordate. Tra gli eletti del Pdp, infatti, c’è anche Dorji Choden, candidata a diventare la prima donna ministro della storia del Bhutan.

Laureata in ingegneria civile al Birla institute of technology (India) e con un master in Pubblica amministrazione ottenuto alla Syracuse university (Stati Uniti), Choden, 53 anni, è divenuta famosa per uno dei suoi motti sfoggiati durante la campagna elettorale: “Il gallo canta, ma è la gallina che fa le uova”. Un modo molto diretto per sottolineare la crescente importanza che le donne hanno intenzione di rivestire nella politica bhutanese.

*Paolo Tosatti è laureato in Scienze politiche all’università “La Sapienza” di Roma, dove ha anche conseguito un master in Diritto internazionale, ha studiato giornalismo alla Fondazione internazionale Lelio Basso. Lavora come giornalista nel quotidiano Terra.

[Foto credit: thehindu.com]